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Approfondimenti

4 Gennaio 2017
Cosa sta accadendo al mercato dei Certificati Bianchi?
(Enrico Biele*)

La pausa delle contrattazioni legata alle festività offre un’occasione per ragionare a freddo sul recente aumento dei prezzi dei TEE, aumento che ha portato in evidenza un aspetto del meccanismo troppo poco considerato: la formazione del prezzo.

Raramente il mercato ha ricevuto tanta attenzione come in questi ultimi mesi, se non in poche altre circostanze: la fase iniziale del meccanismo, il periodo precedente la delibera EEN 9/11, la breve azione speculativa di inizio 2014.

La fase iniziale: ampia disponibilità dei titoli

La fase iniziale, caratterizzata da pezzi bassi, registrò sul mercato nell’arco di tutto il 2007 un valore dei titoli di tipo I di circa 30 euro, pari ad un terzo del contributo tariffario in vigore all’epoca; tale valore fu da ascriversi in buona parte all’ampia disponibilità di titoli dovuta a schede di larga applicazione, con un forte impatto incentivo/costo d’investimento e con contenuti requisiti minimi da rispettare; il tutto in un contesto di obiettivi inizialmente moderati, di un ordine di grandezza inferiore a quelli attuali.
In quel periodo il fattore trainante del mercato fu evidentemente un contributo tariffario sensibilmente più elevato sia dei prezzi di mercato che, in alcuni casi, del costo di investimento degli interventi; non a caso la fase iniziale del meccanismo fu quella in cui anche i soggetti obbligati parteciparono attivamente con progetti diretti.

Gli anni del mercato corto

L’attenzione al mercato si ravvivò nuovamente a cavallo degli anni 2010-2011, in cui si registrò una marcata scarsità di liquidità successivamente mitigata dalle novità previste dalla delibera EEN 9/11, tra cui l’introduzione del coefficiente di durabilità e l’abbassamento delle soglie dei progetti con decurtazioni variabili tra il 20% e oltre il 90% rispetto alla situazione ex-ante.
In tempi più recenti, nel mese di febbraio 2014, si è riaccesa l’attenzione al mercato a causa di un rapido incremento dei prezzi che a inizio marzo dello stesso anno hanno toccato i 149 euro a titolo sulla piattaforma Gestore dei Mercati Energetici (GME).
L’ascesa dei prezzi è avvenuta, prima pacatamente e poi con un deciso incremento nel giro di un paio di sessioni, in concomitanza con l’uscita delle nuove regole di calcolo del contributo tariffario (delibera 13/2014/R/efr del 23 gennaio 2014). Alle sessioni calde hanno partecipato come acquirenti sia soggetti obbligati che soggetti volontari, in particolare trader con operazioni speculative che, nel breve periodo, sono risultate improduttive.

Situazione attuale: l'anomalo comportamento del mercato

Venendo all’anno 2016, a febbraio sul mercato spot si è superata la soglia dei 110 euro/TEE, intorno alla quale ha ruotato il meccanismo per qualche anno, salendo fino ad ottobre ad un valore di circa 150 euro/TEE. A novembre è avvenuto un balzo che ha raggiunto i 250 euro/TEE, valore di poco sceso (qualche euro) nelle prime sessioni di dicembre. Tale comportamento del mercato non ha precedenti, né è comparabile, se non in parte, ad alcuno dei periodi summenzionati, compreso il picco del 2014: oltre al massimo valore assoluto del titolo, di due terzi superiore a quello del picco 2014, il valore medio ponderato sul mercato GME ha superato il record del 2014 in almeno dieci sessioni, con crescite medie tra i 10 e i 40 euro a sessione tra fine ottobre e fine novembre.

Chi ha comprato e per quali ragioni?

Le analisi in corso da parte del MiSE e dell’AEEGSI chiariranno chi ha comprato e in particolare per quali ragioni: assolvimento degli obblighi, speculazione, manipolazione o altro. Ad ogni buon conto, è possibile nel frattempo ragionare sulle diverse opzioni che hanno portato il mercato a questo punto di svolta del meccanismo.

I distributori?

Se verrà appurato che sono i distributori a comprare a questi prezzi, si ricadrebbe sostanzialmente in una delle seguenti possibilità:

• timore in vista dell’obbligo 2016, che dunque si riterrebbe difficile da raggiungere sulla base dell’offerta attuale e nel breve-medio periodo. Le ragioni dei timori risiedono prevalentemente nelle azioni di razionalizzazione previste dalle nuove linee guida (e.g. eliminazione delle cumulabilità con incentivi locali ed europei; nuove proposte da presentarsi con misure acquisite in dodici mesi a campionamento giornaliero; incertezza sulla presenza o meno del criterio di addizionalità economica nelle nuove linee guida) e di possibilità di azioni di recupero di titoli in autotutela sulle proposte approvate. Va inoltre considerato che il mercato sta godendo, sebbene in misura non allarmante, di un pacchetto consistente di titoli connessi a richieste di verifica e certificazione basate su progetti ante 2014, ove era possibile racimolare titoli su interventi già realizzati anche anni addietro (a cui si aggiungono su cappotti termici e doppi vetri ulteriori cumulabilità attive al tempo). Se sarà appurato che questa è la ragione, andrà preso atto dell’insostenibilità della situazione, non solo perché l’incremento di contributo tariffario quasi certamente non coprirà il maggior esborso dovuto per i soggetti ancora lontani dall’obbligo, ma soprattutto per l’impossibilità di pianificare in un contesto di tale incertezza alcuna strategia, né, al limite, alcuna tattica.

• qualcuno sta conducendo azioni volte alla determinazione in aumento del contributo tariffario. In tal caso va però rilevato che le artate manovre sarebbero sensatamente possibili solo da parte di soggetti con una significativa scorta di titoli acquistati a prezzo basso in sessioni non sospette (in quanto il contributo terrà conto del prezzo sul mercato spot dell’intera annualità) o da soggetti con contratti bilaterali già attivi che garantirebbero loro almeno la copertura minima degli obiettivi al maggio 2017. Analizzando i dati di fine maggio (i più recenti disponibili), risulta comunque che in quel periodo gran parte dei distributori non era in condizioni tali da avere margini di manovra così ampi, in quanto impegnati a raggiungere il minimo obiettivo per non incorrere in sanzioni. Dunque se fosse quest’ultima la ragione, le cause dei prezzi attuali andrebbero ricercate in un numero estremamente contenuto di operatori, estendendo l’analisi alle eventuali società collegate/controllate.

I soggetti volontari o i trader?

Se sarà verificato che a comprare a questi prezzi sono stati soggetti volontari o trader, sperando in un successivo ulteriore rialzo dei prezzi, nulla da eccepire: è un’azione volontaria e fa parte del rischio d’impresa. A meno di un caso, che andrebbe opportunamente analizzato per sgombrare il campo da tale possibilità: ossia che soggetti non obbligati siano state impiegati per scopi diversi (rialzo del contributo tariffario) o abbiano agito per altri fini, quali azioni artatamente mirate a favorire il rialzo del prezzo dei titoli in vista di acquisizioni societarie di realtà per le quali il numero di TEE in portafoglio, e annesso valore, costituisce un asset importante nella vendita.
Senza contare che le azioni menzionate vengono amplificate da un irragionevole, ma non per questo non spiegabile, effetto emulativo: si tende infatti a considerare che sul mercato dei TEE operino soggetti con competenze specifiche in materia, capaci di elaborare solide strategie e che abbiano accesso all’informazione specialistica. Naturalmente per alcuni player è così, ma non per la gran parte degli operatori, che è invece composta da società di dimensioni estremamente contenute, al limite (sul lato offerta) anche familiare o poco più ampio, che propongono progetti di efficienza energetica nel proprio campo di competenza e vendono i titoli acquisiti, senza aver però né risorse, né tempo né modo di seguire in dettaglio l’andamento di un meccanismo così complesso. Questo si verifica anche nel lato domanda, ove non sono pochi i distributori con obiettivi moderati che non hanno strutture dedicate all’analisi dei mercati o dell’evoluzione legislativa: sul tema dei TEE oltre ai soggetti istituzionali coinvolti (sette, di cui quattro con maggiori competenze e responsabilità) sempre più spesso si esprimono il TAR e il Consiglio di Stato, oltre ad iniziative dirette del Parlamento con commi di non immediata reperibilità e comprensione (e.g. comma 11, art.14 del DLgs 102/14, integrazioni allo stesso dall’art. 1 della Legge 21/16, modifiche del DDL Concorrenza S.2085 all’art. 42 del DLgs 28/11). Ai soggetti meno forti l’informazione, le analisi e le rassicurazioni vanno fornite in maniera il più possibile chiara, fruibile e accentrata in una o pochissime aree dedicate. Altrimenti l’effetto emulazione (che potrebbe anche far comodo a chi fa speculazione), ossia “fare quello che fanno gli altri per paura di restare indietro” resterà una costante del mercato.

Un aumento di prezzi senza vantaggi

In definitiva, l’impennata attuale dei prezzi non servirà ad altro che a danneggiare il sistema e a generare incertezza. Se i prezzi dovessero rimanere alti l’aggravio in tariffa sarà consistente, senza peraltro apportare alcun vantaggio in termini di nuova efficienza sui progetti già approvati poco prima di novembre (che godranno di titoli per cinque o otto anni). Nel breve-medio periodo non si ravvisano particolari vantaggi neanche riguardo alle nuove iniziative, in quanto ci vorranno almeno mesi affinché si possa acquisire un prezzo insolitamente alto come dato affidabile da inserire in un business plan. Oltre a generare ulteriore incertezza e sospetti da parte di chi i progetti dovrà finanziarli o dovrà concedere credito a chi li realizzerà (ESCO o utenti finali che siano).
Alla luce delle risultanze delle verifiche del MiSE e dell’AEEGSI andranno adottate le appropriate contromisure per garantire che non vi siano manipolazioni che comportino sovraccosti per i consumatori, se necessario aggiornando le attuali regole. Che siano però aggiornamenti che possano successivamente durare almeno per l’orizzonte quadriennale degli obiettivi, in quanto il mercato, in quanto tale, ha anche necessità di essere lasciato libero di trovare i suoi equilibri. Troppi interventi sul mercato rischiano infatti di trasformarlo, al limite, in una “tariffa amministrata”, come accaduto ai certificati verdi.
Sarà salutare per il meccanismo il momento in cui gli aumenti di prezzo potranno cominciare a rappresentare l’effetto della naturale difficoltà ad incrementare in termini di efficienza un solido parco di tecnologie e soluzioni virtuose; e non già l’effetto di timori (che sarebbe un grave errore non tenere in conto) o di sofisticate, quanto scarsamente utili per il sistema, manovre speculative.

* di Enrico Biele, Energy Officer presso la Federazione italiana per l'uso razionale dell'energia (FIRE)

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