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Approfondimenti

12 Dicembre 2018

Il carbone è destinato a sparire dallo scenario energetico globale

(Filippo Franchetto)

Entro il 2030, i nuovi impianti fotovoltaici ed eolici risulteranno più convenienti delle centrali a carbone nel 96% dei casi. La crisi del carbone, già in atto, subirà quindi un'ulteriore accelerazione per motivazioni innanzitutto economiche.

Analisi e obiettivi

Carbon Tracker, un think tank finanziario con sede a Londra, ha effettuato la prima analisi globale sulla redditività di 6.685 centrali a carbone in tutto il mondo, corrispondenti al 95% (1.900 GW) della capacità installata e al 90% (220 GW) di quella in fase di costruzione. L’obiettivo del lavoro di Carbon Tracker, frutto di una modellizzazione durata due anni, è di realizzare uno strumento online, gratuito e costantemente aggiornato, che possa aiutare investitori, decisori politici e cittadini a valutare costi e benefici economici derivanti dalla scelta di mantenere in attività oppure chiudere una centrale a carbone.

La necessità di una strategia globale sulle emissioni climalteranti di origine antropica, di cui il carbone è uno dei principali responsabili, si è fatta ancora più impellente a seguito dell’ultimo rapporto del Comitato Intergovernativo sui Cambiamenti Climatici (IPCC). Gli scienziati, infatti, concordano sul fatto che per limitare il riscaldamento globale a 1,5 °C, entro il 2030 dovrà essere smantellato almeno il 59% dell’attuale potenza elettrica alimentata a carbone.

Sempre più antieconomico

Stando alle analisi di Carbon Tracker, il 35% dell’attuale generazione elettrica a carbone potrebbe essere sostituita, in maniera economicamente conveniente, da nuovi impianti alimentati dal vento e/o dal sole. Percentuale destinata a salire fino al 96% entro il 2030; il restante 4% riguarderebbe soltanto casi eccezionali come quello russo, caratterizzato dalla presenza di carbone abbondante ed economico e dalla (presumibile) assenza di future politiche forti a sostegno delle rinnovabili.

Carbon Tracker mostra numerosi esempi di come, in molte parti del mondo, la resa dei conti col carbone sia già realtà. Quest’anno, ad esempio, il governo olandese ha già deciso il progressivo spegnimento delle 5 centrali attive nel Paese. Altri Paesi, come Cina, Germania e Ungheria, seppur tra ritardi e contraddizioni, hanno comunque introdotto alcune forme di limitazione. Negli Stati Uniti, nonostante le resistenze del governo federale, il 2018 vedrà la dismissione di ben 14,3 GW di potenza a carbone, di poco inferiore al record di 14,7 GW smantellati nel 2015.


Ma il fatto interessante è che saranno soprattutto considerazioni di ordine economico, più che di politica ambientale, ad accelerare questo processo. Saranno fattori quali la presenza di gas naturale a buon mercato e il continuo calo dei costi delle rinnovabili a determinare il superamento del carbone.

"Le tendenze in atto, a prescindere dalle politiche sul clima, potrebbero consentire una graduale uscita dal carbone coerente con gli accordi di Parigi, semplicemente perché nel corso del tempo la realizzazione e il mantenimento di queste centrali sarà economicamente sempre più impraticabile", ha commentato Matthew Gray, co-autore dell’analisi.

Secondo Carbon Tracker, entro il 2021 in Cina sarà più costoso mantenere le centrali a carbone che sostituirle con nuovi impianti alimentati da fonti rinnovabili. In Europa, questo momento di svolta potrebbe arrivare nel corso del 2019, mentre negli Stati Uniti è già realtà. Ed è questo, probabilmente, il motivo per cui la potenza a carbone negli USA non aumenta nemmeno sotto l’amministrazione Trump, da sempre apertamente schierata a favore di questo combustibile fossile.

Costi e benefici della transizione

Per la Cina, una progressiva chiusura delle centrali a carbone, in linea con gli accordi di Parigi, porterebbe al Paese risparmi stimati in 389 miliardi di dollari. L’Unione europea potrebbe risparmiare circa 89 miliardi di dollari, mentre per Stati Uniti e Russia il risparmio sarebbe rispettivamente di 78 e 20 miliardi di dollari.

Naturalmente, occorrerebbe mettere nel conto anche le perdite di profitti per i proprietari degli impianti e delle miniere di carbone; perdite che, in ogni caso, sarebbero inferiori ai vantaggi economici stimati. Anche perché, ricorda Carbon Tracker, attualmente sono i consumatori di energia (attraverso le bollette) e i contribuenti (attraverso la fiscalità generale) a permettere il sostentamento delle centrali a carbone antieconomiche.

Nei mercati liberalizzati dell’energia, come in gran parte dell’Europa e degli Stati Uniti, a rischio di sofferenza saranno soprattutto le Public Utility e i loro azionisti. In questi contesti, soltanto l’introduzione di sussidi governativi oppure ritardi e/o riduzioni nell’implementazione delle normative ambientali potranno evitare la chiusura delle centrali a carbone.

Secondo Carbon Tracker, i governi di tutto il mondo - sulla scia di quanto sta già accadendo in Europa – dovrebbero prevedere una graduale ed ordinata eliminazione del carbone, dando priorità agli impianti più costosi e inefficienti. Le conseguenze economiche potrebbero essere molto pesanti per quei Paesi che rimarranno inattivi sul fronte della dismissione; un futuro irrigidimento degli accordi climatici globali potrebbe significare, per loro, ritrovarsi con decine di miliardi di dollari in asset bloccati.

"Il modo con cui si affronta la questione sta rapidamente cambiando: non si tratta più di ragionare su quanto investire in nuova potenza a carbone, ma bensì di come intaccare la capacità esistente in modo da minimizzare le perdite. La nostra analisi fornisce un modello per i decisori politici, gli investitori e la società civile" ha dichiarato Matthew Gray.

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