Nextville - logo

Approfondimenti

13 Novembre 2009

Green economy, la Cina fa meglio degli USA

(Filippo Franchetto)

Accusato di essere il principale inquinatore del pianeta, in realtÓ la Cina da qualche anno si sta dotando di politiche energetiche che hanno poco da invidiare alla svolta verde di Obama.
Un recente studio del World Resources Institute (WRI) di Washington, realizzato da Deborah Seligsohn, rivela la portata e le reali dimensioni dell’impegno governativo cinese nella lotta ai cambiamenti climatici. Emergono inoltre, per contrasto, tutti i limiti e le difficoltà dell’ambizioso piano statunitense, che da qualche mese è impantanato al Congresso a causa dell’ostruzionismo incrociato di democratici e repubblicani.   

Un dato è certo: a partire dal 2006, le emissioni complessive di CO2 della Cina hanno iniziato a superare quelle degli Stati Uniti. D’altra parte però la quantità di CO2 procapite di un cinese è circa un quarto rispetto a quella prodotta da un cittadino statunitense. E come si può vedere nella tabella sottostante, anche facendo riferimento alle stime per il 2030 risulta evidente che le principali responsabilità nella crisi energetica e climatica siano da attribuire ai consumi insostenibili dei cittadini dei paesi industrializzati, in particolare degli USA.
 


Dal momento che la Cina sembra perseguire livelli di sviluppo economico paragonabili a quelli americani, sarà di fondamentale importanza evitare che la crescita economica cinese sia accompagnata da una crescita parallela delle emissioni di gas serra. E le iniziative messe in campo dalla potenza asiatica sembrano andare nella giusta direzione di una progressiva “de-carbonizzazione” dell’economia. Vediamo quindi alcune recenti iniziative intraprese dal governo cinese, sul fronte sia dell’efficienza energetica che delle rinnovabili.

In questi ultimi mesi il governo cinese sta definendo i dettagli del 12° Piano quinquennale, che partirà nel 2011 e poggerà le proprie basi sugli importanti risultati già ottenuti. Infatti  nel 2005 la Cina si era posta l’obiettivo di ridurre l’intensità energetica nazionale complessiva del 20% entro il 2010.

La misura macroeconomica nota come intensità energetica è una misura dell'efficienza energetica del sistema economico di una nazione. Viene calcolata come unità di energia per unità di prodotto interno lordo (fonte: wikipedia).

E i risultati ci sono stati: l’energia utilizzata per unità di PIL è stata ridotta del 1,8% nel 2006, del 4% nel 2007 e 4,6% nel 2008. Nella prima metà del 2009, la riduzione è stata del 3,35% e con questo ritmo la Cina potrebbe davvero raggiungere nel 2010 l'obiettivo prefissato. Tali livelli di riduzione dell’intensità energetica corrispondono da soli a circa 1,5 miliardi di tonnellate di CO2 in meno rispetto allo scenario tendenziale BAU (business as usual). 
 
Sul fronte della produzione di energia elettrica, invece, occorre ricordare come a partire dal 2008 tutte le centrali a carbone di nuova costruzione debbano per legge essere realizzate utilizzando tecnologie che rappresentano (almeno) lo stato dell’arte commercialmente disponibile. Risultato: la maggior parte delle centrali a carbone di ultima generazione si trovano oggi in Cina. Non sorprende più di tanto quindi scoprire che l’efficienza media dell’intero parco termoelettrico a carbone cinese (35%) ha oggi un’efficienza superiore a quella statunitense (33%), dipendente ancora da centrali obsolete e di vecchia data.

Il capitalismo di Stato tipicamente cinese consente di mettere in campo azioni davvero drastiche. E’ in corso una campagna di chiusura definitiva di fabbriche, centrali e impianti ritenuti eccessivamente inquinanti. Per comprendere le dimensioni dell’intervento, basti dire che gli impianti industriali chiusi a partire dal 2006 producevano 60,6 milioni di tonnellate di ferro, 43,5 milioni di tonnellate di acciaio, 140 milioni di tonnellate di cemento e 64,5 milioni di tonnellate di coke. Contemporaneamente, sono state chiuse 7.500 piccole e inquinanti centrali elettriche, soprattutto a carbone. Questi interventi corrispondono a una riduzione della CO2 pari a 12,4 miliardi di tonnellate.

Il Governo inoltre si sta iniziando ad interessare anche al lato dei consumi finali di energia. Dal maggio 2009, il ministero delle Finanze fornisce ai consumatori sussidi che vanno da 44 a 125 dollari per l'acquisto di condizionatori d'aria, frigoriferi, televisori, lavatrici e motori ad alta efficienza energetica. Si prevede che le sovvenzioni produrranno 60-75 miliardi di dollari di vendite, e risparmi pari a 75 miliardi di kWh.

E nel comparto delle rinnovabili? Entro il 2020, la Cina si è impegnata ad utilizzare tecnologie energetiche alternative ai combustibili fossili - idroelettrico, eolico, solare, biomasse e nucleare - per generare almeno il 15% del suo fabbisogno energetico complessivo (calore ed elettricità).

La Cina possiede oggi il più alto tasso mondiale di crescita dell’eolico e nel 2008 ha fissato l’obiettivo di aumentare il potere di capacità di generazione eolica di 100 GW (100 mila MW!) entro il 2020. Nel solo 2008, la Cina ha installato 6,3 GW di energia eolica, con una capacità totale installata che raggiunge i 12,2 GW. Questi elevati tassi di crescita sono stati favoriti dall’introduzione di una tariffa incentivante specifica per l’energia eolica immessa in rete.

Anche le tecnologie del solare – sia termico che fotovoltaico - sono in forte espansione. Ma dal momento che la maggior parte dei moduli fotovoltaici prodotti in Cina sono stati fino ad oggi esportati all’estero (la Cina infatti è il maggior produttore mondiale di fotovoltaico), il governo ha annunciato un aumento della spesa in ricerca e sviluppo e l’introduzione di sovvenzioni per l'installazione di sistemi fotovoltaici, al fine di promuovere un mercato interno non ancora pienamente decollato. Il programma annunciato nel luglio 2009, prevede una copertura statale fino al 70% dei costi di un impianto. Entro il 2020, gli analisti stimano che la potenza fotovoltaica installata potrebbe variare da 1,8 GW a 10 GW, a seconda delle future decisioni politiche, anche se alcuni ritengono raggiungibile l’obiettivo dei 20 GW.

Diverso il discorso per il solare termico, tecnologia in cui la Cina è da tempo leader mondiale sia nelle installazioni domestiche sia nelle esportazioni. E in questi anni, insieme alla quantità è cresciuta di pari passo anche la qualità e l’efficienza dei sistemi solari cinesi, oggi distribuiti in tutto il mondo. Non mancano infine gli investimenti nelle altre fonti rinnovabili, in particolare le biomasse. C’è un ricorso crescente al biogas da discariche e da reflui zootecnici per la produzione combinata di elettricità e calore. Più di 50 grandi città, ad esempio, utilizzano biomassa di scarto per alimentare impianti di teleriscaldamento.

Insomma, il governo cinese non sembra intenzionato ad abbandonare la strada che porta ad una riconversione ecologica dell’economia. Il percorso non sarà facile, e i problemi sociali e ambientali che caratterizzano la Cina di oggi sono lì a dimostrarlo. Permangono inoltre numerose incognite sull’esito della conferenza sul clima di Copenhagen, che inizierà tra poche settimane. Infatti la Cina – e con lei anche India e Brasile - non saranno disposti a fare da capro espiatorio per i problemi climatici globali. Difficilmente, quindi, accetteranno target di riduzione imposti dai paesi che inquinano (in proporzione) di più e da più tempo. Anzi, probabilmente i cinesi approfitteranno della vetrina di Copenhagen per ribadire che finora loro – a differenza di molti altri, Italia compresa - sono riusciti a rispettare tutti gli impegni che si sono assunti.
Condividi:
© Copyright riservato - riproduzione vietata Edizioni Ambiente Srl, Milano
La pirateria editoriale è reato ai sensi della legge 18 agosto 2000 n. 248
Annunci Google