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21 Novembre 2018

Dal biogas al biometano: quali prospettive? Intervista a Francesco Arecco

(Redazione Nextville)

Grazie ai sostanziosi incentivi previsti dal Dm 2 marzo 2018, il settore del biometano sta conoscendo - a differenza delle altre FER - un momento di grande fermento. Ne parliamo con Francesco Arecco, curatore del manuale "Biometano da biogas".

Il 2012 aveva visto la pubblicazione del primo manuale di Edizioni Ambiente dedicato al biogas. Sei anni dopo, è arrivato questo nuovo manuale, dal cui titolo - "Biometano da biogas" - è già possibile intuire quale sia stata l’evoluzione del settore. Alcune recenti realizzazioni di impianti di biometano sembrano confermare questa nuova tendenza. Che cosa è accaduto, tra il 2012 e il 2018, in termini sia tecnologici che regolamentari?

Nel 2012 la tecnologia per la produzione di biometano era già pronta, quasi allo stadio in cui la troviamo oggi. Purtroppo non erano adeguate le disposizioni incentivali e le regole per immissione nella rete di trasporto del gas, che abbiamo dovuto attendere sino a quest’anno. Nel frattempo la produzione di energia elettrica tramite biogas è divenuta meno strategica per il Paese, perché i consumi elettrici si sono ridotti a causa di una contrazione della produzione (e della chiusura di tante imprese) oltre che di una maggiore efficienza degli impianti. Il futuro è quindi legato alla produzione di biometano. Anche perché il gas metano è considerato dalla Comunità europea come il vettore energetico principe per gli usi termici e per i trasporti che, per il prossimo trentennio, traghetterà i Paesi membri dalle fonti fossili ad un uso quasi totale dell’elettricità.

Il nuovo manuale sul biometano è stato recentemente presentato alla fiera Ecomondo, in occasione di alcuni convegni sul tema. Quale è stata la risposta del pubblico? È davvero così alto l’interesse da parte degli operatori?

Abbiamo avuto sempre un pubblico numeroso, attento e partecipe. L’interesse è alto da parte di tutto il comparto energetico. I progetti sono generalmente di una qualità superiore rispetto a quella che si riscontrava in passato. Gli investitori sono alla ricerca di buoni progetti su cui investire, anche in considerazione della congiuntura economica, che non offre molte possibilità di investimento su nuove realtà industriali.

Per la gran parte dei nuovi impianti realizzati nel nostro Paese, si tratta di biometano ricavato dalla frazione organica dei rifiuti solidi urbani. Meno frequente, invece, il caso di riconversione a biometano da parte dei “classici” impianti di biogas agricolo, alimentati da reflui zootecnici e/o colture dedicate, che pure sono molto numerosi. Come si spiega questo fatto?

La fortuna di questa tecnologia per il trattamento della FORSU è data dal fatto che sostanzia una importante alternativa al compostaggio (che comporta l’emissione di miasmi e grandi quantità di gas serra) e ben si inserisce in un sistema virtuoso di trattamento dei rifiuti – in netta contrapposizione al modello dell’incenerimento. Un buon meccanismo incentivale e la passione degli italiani per i carburanti hanno fatto sì, in particolare, che la produzione di biometano per l’immissione nella rete dei trasporti dia vita ad un vero e proprio entusiasmo nella generazione di filiere tutte italiane, che vanno dall’upgrading alla liquefazione, alla trasformazione dei veicoli esistenti, alla produzione di veicoli dedicati all’utilizzo di (bio)Gas Naturale Liquefatto.
Purtroppo il livello di incentivazione garantito al comparto agricolo non è così entusiasmante, specie considerando che mentre chi utilizza la FORSU viene pagato per il suo ritiro, chi alimenta l’impianto con colture ha un costo per la loro produzione. Ma stiamo avviando un tavolo per proporre soluzioni anche per questo.

Dal punto di vista autorizzativo e gestionale, quali sono gli ostacoli che ancora oggi rallentano la diffusione del biometano?

L’iter autorizzatorio non è ancora ben individuato in ogni Regione italiana. Inoltre occorre porre particolare attenzione ai contratti – da quelli di EPC a quelli legati all’acquisizione della materia da digerire negli impianti. Sono infine particolarmente delicati i contratti di cessione del biometano (specie quando si tratta di flotte aziendali) e i contratti di finanziamento. In tutti questi casi occorre tener conto della particolare tecnologia utilizzata.
In generale a rallentare la diffusione del biometano sinora è stata la complessità del progetto. Molti operatori hanno lavorato a tutti i profili, senza esternalizzare alcune parti che hanno bisogno di particolari competenze; e questo è stato pagato in termini di tempi e qualità dell’output.

Le sembra che la sindrome NIMBY (Not In My Back Yard, lett. "Non nel mio cortile"), che ha bloccato la realizzazione di molti impianti a biogas, riguardi allo stesso modo anche il biometano? Oppure quest’ultimo gode, per qualche motivo, di una maggiore accettabilità sociale?

Pensiamo di no, perché questa tipologia di impianti viene generalmente realizzata a fianco di impianti già esistenti, che hanno impatti sull'ambiente pari o superiori. Si pensi agli impianti a FORSU che affiancano discariche o sostituiscono impianti di compostaggio. Solo in casi particolari e per nuovi insediamenti si è assistito alla contestazione degli impianti. Spesso senza fondamenti scientifici, data la tipologia dell’insediamento.
Aumento del traffico veicolare e impatto odorigeno sono elementi molto importanti da considerare, ma anche facili da mitigare con un po’ di attenzione. E la tecnologia resta una delle migliori per la produzione di una risorsa di cui l’Italia è quasi priva (il metano) e per la risoluzione di un problema – quello dei rifiuti – per il quale vengono spesso proposte soluzioni molto più impattanti, oltre che dannose per la salute.
In ogni caso, per la nostra esperienza su casi concreti, è sempre opportuno non attendere che si costituiscano comitati spontanei che hanno come unico scopo l'opposizione al progetto. Occorre, invece, agire d'anticipo informando adeguatamente la popolazione, non appena possibile, sulle caratteristiche dell'impianto e sui benefici che esso apporta alla collettività. Organizzare incontri dedicati con la cittadinanza, rispondere a quesiti e fugare dubbi, raccogliere suggerimenti dalle persone che in futuro vivranno nelle vicinanze dell'impianto, aiuta senz'altro a mitigare i potenziali conflitti.

Si ringraziano Francesco Arecco e Lucia Bitto per il contributo alla presente intervista (www.francescoarecco.it)

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