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11 Luglio 2012

Quinto Conto energia, un decreto col fiato corto

(Filippo Franchetto)

Forse ancora troppo presto per riuscire a quantificare con precisione le conseguenze negative del Quinto Conto energia sul comparto fotovoltaico italiano.

Quel che è certo è che nessun Conto energia aveva ricevuto finora un’accoglienza così aspra. Unanime, infatti, è stato il coro di protesta di tutte le associazioni del settore, che non sono state in alcun modo coinvolte nella fase di elaborazione del decreto. Ma non solo: le molte proposte migliorative che gli operatori erano riusciti a inoltrare ai ministri tramite le Regioni – in sede di Conferenza unificata -  sono state quasi tutte ignorate.

Tra il dire e il fare

Questo Quinto Conto energia, con la scure dei registri, dei limiti di costo annuo e di tutto l’aggravio burocratico che conosciamo, trasformerà un meccanismo relativamente semplice in un qualcosa di molto simile a un bando di concorso. Chi è dentro è dentro, e chi è fuori si arrangia.

E’ innegabile che una ulteriore incontrollata crescita dell’installato, con le tariffe vigenti, avrebbe reso insostenibile il peso in bolletta della componente A3. Ma questo non riesce comunque a giustificare l’urgenza – di per sé già sospetta – con cui si è voluto cancellare il Quarto Conto energia, che con tutti i suoi limiti e a fronte di qualche aggiustamento avrebbe comunque assicurato una prospettiva per il settore fotovoltaico fino al 2016, grazie a incentivi fortemente decrescenti nel tempo. 

In più occasioni i ministri Clini e Passera hanno sostenuto che l’obiettivo del Quinto Conto energia fosse non solo quello di abbassare il costo degli incentivi in bolletta, ma soprattutto quello di salvaguardare la filiera italiana, puntando tutto sull’autoconsumo e favorendo l’integrazione del fotovoltaico negli edifici.

Purtroppo questa volontà non trova alcun riscontro nel decreto: certo non basteranno i pochi spiccioli concessi per la produzione da componenti “made in Eu” a compensare il maggior costo dei moduli italiani rispetto a quelli cinesi. E se davvero l’intento era quello di scoraggiare gli impianti a terra e favorire il fotovoltaico di qualità integrato sugli edifici – comparto nel quale le aziende italiane hanno qualche chance - non trovano scusanti le pesanti decurtazioni tariffarie che hanno coinvolto anche questa tipologia di impianti. Gli esempi di questo tipo, purtroppo, potrebbero continuare.

Anche giustificare il taglio degli incentivi al fotovoltaico con la volontà di incentivare le più economiche rinnovabili termiche, in vista degli obiettivi al 2020, appare alquanto risibile. Non solo perché in questo modo si mettono in competizione due comparti – termico ed elettrico da rinnovabili – che dovrebbero viaggiare insieme sul binario della sostenibilità, ma soprattutto perché il famoso decreto sulle rinnovabili termiche, atteso da quasi un anno, ad oggi non è pervenuto.

La crescita del fotovoltaico, in assenza di una strategia nazionale

In questo preoccupante scenario, non aiuta certo la completa decennale assenza di una strategia energetica nazionale, più volte annunciata e sempre rimandata. Mentre tutti gli altri paesi europei hanno già elaborato piani energetici e conseguenti politiche industriali sull’orizzonte del 2030 o addirittura del 2050, noi navighiamo ancora a vista, e con sguardo penosamente miope.

Facciamo un esempio: l’unico documento che in Italia potrebbe vagamente essere paragonato a una pianificazione è il “Piano di azione nazionale per le energie rinnovabili“ (risalente al 30 giugno 2010), che fissa in 8.000 MW l’obiettivo per il fotovoltaico italiano al 2020. Ma è un piano assai poco lungimirante e assai poco aggiornato, se è vero che oggi il contatore GSE segna oltre 14.000 MW installati, con quasi 400mila impianti in esercizio.

Lo scorso maggio il fotovoltaico ha coperto il 10% della richiesta elettrica italiana e la produzione dei primi sei mesi del 2012 è stata pari a 9,2 TWh, uguale a quella di tutto il 2011. Una accelerazione che nel 2011 ha fatto dell’Italia il principale mercato fotovoltaico a livello mondiale. Con questi numeri, le energie rinnovabili hanno smesso di essere “il futuro” e sono diventate il nostro presente.

Il mondo del termoelettrico tradizionale, a gas e carbone, ha quindi molti buoni motivi per essere spaventato dall’impennata della produzione elettrica da rinnovabili: molte centrali a ciclo combinato lavorano ormai a ritmi ridotti mentre i picchi di domanda coperti dal fotovoltaico abbassano il prezzo dell’elettricità nella borsa elettrica ed erodono i margini di guadagno per i produttori convenzionali, che per compensare sono “costretti” ad aumentare artificiosamente i prezzi serali.

Anche il principale operatore elettrico italiano non sa più come giustificare economicamente i propri piani di sviluppo nazionali, che prevedono l’installazione di nuova potenza elettrica alimentata a carbone. A fronte di una domanda in continua diminuzione, che difficilmente ritornerà a livelli pre-crisi, e con un parco termoelettrico installato complessivamente ben superiore alle necessità nazionali, il carbone – almeno per quanto riguarda le nuove centrali – verrà tra qualche tempo accantonato, così come di recente è accaduto con il nucleare di cui si annunciava un sicuro “rinascimento”.

Una via di uscita

Nonostante la mordacchia imposta al mercato italiano dal Quinto Conto energia, il fotovoltaico non potrà che uscire vincente sul terreno stesso che ne ha visto la nascita: lo scontro tra due modelli energetici incompatibili. Da una parte il paradigma tradizionale basato sulla produzione fossile e centralizzata in poche megacentrali, dall’altra quello innovativo e democratico che decentra la produzione in milioni di piccoli impianti a fonti rinnovabili.

La priorità di dispacciamento assicurata alle rinnovabili è la principale leva che consentirà – nonostante tutti i segnali avversi - una progressiva e inarrestabile penetrazione percentuale del fotovoltaico e delle altre rinnovabili nel sistema elettrico italiano. I 14mila megawatt oggi installati rappresentano un patrimonio da non sottovalutare. Anche tralasciando tutte le positive ricadute ambientali, si pensi che soltanto per la manutenzione ordinaria degli oltre 400mila impianti esistenti il fatturato annuo è stimato in circa 500 milioni di euro.

Insomma, il fotovoltaico nostrano è chiamato alla più dura delle sfide: dimostrare di saper mutare pelle per sopravvivere alla brusca frenata imposta dal Quinto Conto energia, nella prospettiva (che è dietro l’angolo) di dover operare in assenza di incentivi.

“Il sistema energetico nucleare/fossile non potrà mai vincere la sua battaglia per l’autoconservazione: il tentativo di impedire il riorientamento verso le energie rinnovabili con opzioni truccate è destinato a fallire miseramente. Le opportunità tecnologiche per l’utilizzo delle energie rinnovabili non possono essere taciute e sottovalutate per molto tempo ancora.”
Hermann Scheer, Autonomia energetica, Edizioni Ambiente, 2006

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