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16 Agosto 2012

Decreto Crescita: altri rammendi all’inconsistente tessuto energetico nazionale

(Anna Bruno e Maria Antonietta Giffoni)

Il 12 agosto 2012 è entrato in vigore il Dl 83/2012, convertito in Legge 134/2012. Vi sono numerose misure che toccano il comparto energetico, ma ancora una volta esse appaiono raccogliticce e casuali. 

Ora, se volessimo paragonare le nostre politiche energetiche ad un laborioso tessuto, potremmo ben dire che in questo paese siamo portati a inventare mille diversi disegni e colori mentre tessiamo la tela, ma ci dimentichiamo di dare una seria occhiata al tipo di telaio che utilizziamo e alla scelta dei filati. Ne viene fuori un rotolo di panno surreale, dove trama e ordito non stanno insieme perché non sono stati "pensati".
Non abbiamo infatti un piano energetico nazionale in grado di pilotare i numerosi aspetti della filiera della produzione e distribuzione dell’energia, tradizionale e non.
I filati continuano a cambiare di colore e spessore, ma il tessuto è debole e inconsistente e continua a sfilacciarsi. Allora cosa si fa? Si rattoppa e si rammenda.

Un buco nell’efficienza energetica

Avevamo già commentato il pasticcio delle detrazioni contenuto nel cosiddetto "decreto Crescita": aumento della percentuale per le ristrutturazioni edilizie dal 36 al 50% e la proroga “fantasma” di sei mesi per il vecchio 55% (ma ridotto al 50%). In fase di conversione, di fronte alle sacrosante lamentele  per lo snaturamento dell’incentivo, si è deciso di mantenere la detrazione del 55% così com'è, prorogandola fino a fine giugno 2013.
Si potrebbe discutere per ore se oggi al singolo convenga approfittare del “nuovo” 50% sulla ristrutturazione edilizia (esente da burocrazie e di manica molto larga) o ricorrere al 55% sull’efficientamento energetico, che mantiene in alcuni casi un massimo di detrazione più alto (ma implica complesse procedure). Visto nell’insieme, comunque, il tutto mostra una completa inutilità: questo tipo di meccanismi funziona bene se è chiaro, semplice e strutturale, mentre diventa controproducente se le regole cambiano di continuo e si agisce sempre sui tempi brevi.

Lo strappo delle rinnovabili

L’apporto delle rinnovabili alla produzione energetica nazionale è diventato sempre più consistente, tanto da mettere in crisi la produzione termoelettrica. Gli impianti fotovoltaici producono, durante il giorno, una quantità di energia (con priorità di dispacciamento) tale da intralciare notevolmente gli impianti da fonti fossili (senza priorità di dispacciamento). Molto penalizzati sono, in particolare, i cicli combinati a gas. L’amministratore delegato di Sorgenia, Massimo Orlandi, ha dichiarato che il prossimo anno ben 19 impianti, per una potenza totale di 15.000 MW rischiano la “messa in conservazione”. E molti investimenti rischiano di non ripagarsi.
D’altra parte, è proprio agli impianti a ciclo combinato che viene affidato il compito di attivare la produzione in tempi brevi quando si creano squilibri della rete (tipicamente quando gli impianti  fotovoltaici smettono di produrre).
Per sanare la situazione, il decreto Crescita ha riconosciuto a questi impianti il diritto ad essere ripagati dal sistema elettrico per la funzione che svolgono nel tenere a disposizione una certa capacità produttiva attivabile velocemente. 

Il capacity payment

L’articolo 7 bis del decreto introduce, infatti, il principio della remunerazione dei servizi di flessibilità svolti a vantaggio della sicurezza del sistema elettrico nazionale. Sarà l’Autorità  per l’energia, entro novanta giorni dall’entrata in vigore della legge di conversione del decreto, a definire le modalità di selezione degli impianti (“previa analisi dei fabbisogni del sistema elettrico effettuata su base territoriale dal gestore della rete”) e le modalità di remunerazione “dei servizi di flessibilità assicurati dagli impianti di produzione abilitati, in base alle diverse offerte formulate dagli impianti stessi, senza maggiori oneri per prezzi e tariffe dell’energia elettrica”.

Con questa formula finale è stato scongiurato il pericolo che gli oneri derivanti da questa disposizione ricadano sulle bollette dell’energia elettrica, ma sempre di costi si tratta e da qualche parte questi soldi bisognerà pur trovarli. Si poteva evitare di spenderli? Con una migliore programmazione forse sì. Come ha recentemente spiegato G.B. Zorzoli in un’intervista a QualEnergia, già dal 2006 si era capito che questi impianti avrebbero avuto difficoltà a ripagarsi a causa della imminente sovra-capacità produttiva. “Ciononostante dal 2006 al 2011 si sono aggiunte altre diverse migliaia di megawatt di centrali. Insomma la crisi da sovracapacità era stata annunciata dagli stessi produttori elettrici. Un errore consapevole.” Certo, un errore dei produttori, che comunque alla fine sarà pagato dai consumatori. Un serio piano energetico nazionale avrebbe probabilmente indirizzato meglio gli investimenti ed evitato questi costi.

Una ricucitura per l’olio combustibile

Ma se salviamo i cicli combinati, dovremmo essere certi che non ci sia mai penuria di gas. Invece d’inverno il fotovoltaico produce meno e la domanda di gas aumenta per via del riscaldamento degli edifici. A ciò si aggiungono i problemi tra Russia e paesi limitrofi, che limitano l’afflusso di gas verso l’Europa. Quando il gas va in crisi, i cicli combinati rischiano degli stop produttivi. A questo punto, è necessario salvare altri impianti e altri combustibili, anche i più vecchi e inquinanti, come le centrali a olio combustibile

Ecco infatti che l’articolo 38 bis del Decreto prospetta una soluzione stabile all’emergenza, con ciò stesso negandone la caratteristica emergenziale. Sarà compito del Ministero per lo sviluppo economico, sulla base degli elementi evidenziati dal Comitato per l’emergenza gas e dalla società Terna Spa, individuare ogni anno a luglio “le esigenze di potenza produttiva, alimentabile con olio combustile e con altri combustibili diversi dal gas, di cui garantire la disponibilità. Toccherà invece all’Autorità, entro 60 giorni dalla data di entrata in vigore della legge di conversione del decreto, stabilire le modalità di dispacciamento degli impianti, nonchè le modalità di riconoscimento “dei costi sostenuti per i medesimi impianti in ciascun anno termico, quali oneri generali per la sicurezza del sistema del gas naturale, in analogia a quanto previsto per la reintegrazione dei costi delle unità essenziali per la sicurezza del sistema elettrico.”

In pratica, nel giro di poche settimane sono stati pesantemente tagliati gli incentivi alle fonti rinnovabili e sono comparse facilitazioni e premialità alle vecchie centrali a olio combustibile. Ma non basta: sempre l’articolo 38 bis del Decreto prevede anche che questi impianti possano derogare “ai più restrittivi limiti di emissioni nell’atmosfera o alla qualità dei combustibili… prescritti dalle specifiche autorizzazioni di esercizio, ivi incluse le autorizzazioni integrate ambientali”.
Non c’è che dire: un vero passo in avanti verso la Green Economy! 
E a chi obietta che le rinnovabili non sono programmabili e in caso di emergenza bisogna pur avere un santo a cui votarsi, chiediamo: scommessa che in Germania non hanno riaperto le centrali a olio combustibile nemmeno negli inverni più rigidi?

Qualche ricamo... in attesa del disegno prospettico

Il Decreto non ci ha regalato solo delusioni. Come una vecchia signora, affezionata a un abito sdrucito, ci ricama sopra qualche fiorellino, così il nuovo testo ci offre qualche sollievo, e cioè:
• l’inserimento tra le fonti energetiche strategiche dell’energia geotermica (articolo 38-ter),
• una articolatissima previsione (art. 17 bis -17 decies) delle misure necessarie a promuovere l'utilizzo dei veicoli elettrici su tutto il terreno nazionale, a partire dalle infrastrutture per la ricarica e il sistema tariffario, agli standard qualitativi, al sostegno alla ricerca di soluzioni tecnologiche, fino alle disposizioni urbanistiche e agli incentivi agli acquisti delle vetture.

Dunque il Paese sembra imboccare la strada dei veicoli elettrici. Strano, il Dlgs 28/2011, riservava grandi prospettive al biometano e al suo utilizzo nella strategia della mobilità privata. Difficilmente le due cose potranno convivere, perché si tratta di scelte infrastrutturali che prevedono enormi finanziamenti e rispetto alle quali tutti i Paesi avanzati pianificano le azioni con grande anticipo, con largo dibattito e con scelte univoche.

Ma forse il nostro giudizio è affrettato e ciò che sembra frammentario e contraddittorio fa già parte di un disegno in avanzata fase di elaborazione. Circolano voci, appunti, indiscrezioni e analisi giornalistiche sulle nuove strategie energetiche del governo, basate sulla estrazione di idrocarburi nazionali. Eravamo a un passo dal diventare un Paese neo-nucleare, oggi forse siamo alle soglie di una rivoluzione neo-petrolifera che rimetterà in moto la crescita del Paese. Sarebbe troppo noioso star qui a raccontare le ottomila ragioni che dovrebbero dissuadere il ministro Passera dai suoi propositi: è uno di quei compiti ripetitivi che solo i più indefessi ambientalisti riescono ancora a reggere senza scoppiare in lacrime. Scusandoci per questa debolezza, ci limitiamo a far nostra la scarna risposta che ha rilasciato al proposito Ermete Realacci intervistato da Repubblica:"Guardi, è un'idea priva di senso."

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