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10 Luglio 2009

G8, su clima ed energia i grandi del pianeta non fanno paura

(Emiliano Angelelli)

Le grandi aspettative riposte da tutti sul G8 di L'Aquila su temi come clima ed energia sono state per la maggior parte disattese.

L'obiettivo era quello di raggiungere un accordo importante sulla riduzione dei gas serra in vista della conferenza di Copenhagen che si terrà a dicembre, ma veramente miseri sono stati i risultati ottenuti nel capoluogo abruzzese.

Partiamo però dalle note positive. Innanzitutto gli otto grandi del Pianeta hanno riconosciuto per la prima volta l'importanza di non superare il limite di 2 gradi centigradi per le temperature globali rispetto al periodo preindustriale, una soglia riconosciuta ormai da tempo dalla comunità scientifica come il punto di rottura oltre il quale sarebbe difficile tornare indietro.

Secondo, ma non meno importante, la rinnovata posizione degli Stati Uniti che, dopo anni di ostilità al Protocollo di Kyoto sanciti dall'amministrazione Bush, con Obama ha prodotto una virata sostanziale verso le posizioni di chi riconosce come ineludibile il cambiamento climatico.

I grandi del pianeta si sono infatti impegnati a "dimezzare entro il 2050 le emissioni di gas a effetto serra rispetto al 1990 o ad anni più recenti", una dichiarazione che, presa in modo superficiale potrebbe apparire estremamente positiva, ma che rivela dei nodi di fondo per ora difficilmente districabili.

Tanto per cominciare non sono stati definiti obiettivi intermedi di alcun tipo ed è chiaro che procrastinare in questo modo i target di riduzione vale a dire vanificare la possibilità di ottenere un risultato concreto. Non solo, la dicitura "ad anni più recenti", voluta proprio dagli Stati Uniti, potrebbe svuotare completamente di significato l'accordo raggiunto.

L'aggiunta di questo breve passo riflette infatti le difficoltà di Obama nel far approvare al Congresso la legge sul cap-and-trade e invece di prendere come punto di riferimento per la riduzione delle emissioni il 1990, come stabilito dal Protocollo di Kyoto, potrebbe consentire agli Usa di partire dal 2005, l'anno fissato dal presidente Usa per trovare un compromesso proprio con il Congresso.

Il problema è che il livello delle emissioni stanunitensi nel 2005 rispetto al 1990 è del 12% più elevato ed è chiaro che questo significherebbe alleggerire in modo sostanziale la portata della riduzione. In ogni caso, ricordiamo come la legge attualmente in discussione al Congresso USA, l’American Clean Energy and Security Act, prevede al 2050 una riduzione dell'83% delle emissioni rispetto ai livelli del 2005. Anche prendendo come anno di riferimento il 1990, la percentuale di riduzione prevista dagli Usa al 2050% sarebbe pari al 71%.

Altro punto fondamentale resta la posizione dei paesi in via di sviluppo, in particolar modo di Cina e India, che si sono dette non vincolate dall'obiettivo di riduzione fissato dai paesi industrializzati. Una posizione che ha evidentemente condizionato le trattative del Mef (Major Economies Forum) - che riunisce i paesi di G8 e G5, insieme a Indonesia, Corea del sud, Australia e Ue - il quale non è andato oltre un generico impegno a "ridurre sostanzialmente le emissioni globali al 2050". Ma va detto che, nonostante questo sia servito da pretesto ai paesi del G8 per colpevolizzare i paesi in via di sviluppo, in particolare Cina e India, la responsabilità di tutto ciò rimane sulle spalle dei paesi ricchi.

Per due motivi: primo perché i maggiori responsabili delle emissioni degli ultimi cento anni, quelle che hanno determinato l'accumulo attuale in atmosfera, sono i paesi industrializzati, e secondo perché i paesi ricchi continuano ancora a prendere tempo sulla decisione di elargire aiuti concreti nei confronti dei paesi poveri per lo sviluppo di tecnologie verdi.

Naturalmente, va dato al G8 il giusto peso perché è chiaro che non è questa la sede per prendere accordi o decisioni definitive, che dovranno e potranno essere invece raggiunte in sede Onu, durante la conferenza di Copenhagen, ma rimane il fatto che per ora, a parte qualche generica affermazione di principio, siamo estremamente lontani dalle posizioni necessarie a raggiungere un accordo vero e proprio. Un accordo sicuramente possibile e prima di tutto necessario, "un imperativo morale e politico e una responsabilità storica, per il futuro dell'umanità" ha dichiarato il segretario generale dell'Onu Ban Ki Moon perché il Pianeta non sta certo ad aspettare le lungaggini della politica.

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