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19 Marzo 2013

La SEN: pasticcio d'altri tempi

(Anna Bruno e Filippo Franchetto)

Il 14 marzo 2013 i Ministri Clini e Passera hanno approvato, tramite Decreto interministeriale, la nuova Strategia Energetica Nazionale (SEN). Nel comunicato stampa che la presenta, si sottolinea che il documento finale è frutto di un ampio processo di consultazione pubblica, che ha coinvolto tutte le istituzioni rilevanti e oltre 100 tra associazioni di categoria, parti sociali e sindacali, associazioni ambientaliste e di consumatori, enti di ricerca e centri studi. E che nella fase di consultazione pubblica on line, sono stati inviati oltre 800 suggerimenti e contributi da aziende e cittadini. 

Metodo

Nonostante le incoraggianti premesse, la SEN è deludente sotto tutti gli aspetti. Prima di tutto per le pesanti carenze metodologiche che hanno portato alla versione definitiva della Strategia, ben riassunte in una nota congiunta di Legambiente, WWF e Greenpeace: “La realtà è che un governo dimissionario, in carica solo per l’ordinaria amministrazione, si è arrogato il diritto di completare un atto strategico, travalicando le proprie competenze e senza coinvolgere il Parlamento (ormai sciolto) né nessuno degli interlocutori per dare trasparenza sulle modalità di recepimento degli esiti della consultazione.”

La Strategia è stata approvata con un decreto interministeriale (Sviluppo economico e Ambiente) e pubblicata sul sito di entrambi i Ministeri. Di tale pubblicazione verrà data notizia sulla Gazzetta ufficiale. Solo allora si avrà la conoscenza legale del documento. L'uso del decreto ministeriale è coerente con la natura di atto politico-programmatorio che "impegna" (politicamente, non giuridicamente) i Ministri competenti a emanare atti (decreti ministeriali) o farsi promotori di disegni di legge (se tale sarà la forma giuridica richiesta) per attuare la Strategia energetica nazionale. La sua natura di atto "politico" e di programmazione di lungo periodo impegna anche i Ministri di un futuro Governo. I quali però, potranno sempre rivedere il documento, alla luce delle posizioni politiche in materia del nuovo Esecutivo.

Contenuti

Ma questi rilievi sul metodo sono ben poca cosa rispetto alle criticità riscontrabili sul piano contenutistico. Molto (troppo) è infatti lo spazio dedicato dalla SEN alle fonti fossili, con la previsione di un fortissimo aumento della produzione nazionale di idrocarburi, (incremento di 7-8 punti percentuali della copertura del fabbisogno nazionale rispetto ai livelli attuali). Tale aumento viene incoraggiato sulla base di “riserve certe” di gas e petrolio stimate in 126 milioni di tep. Ma considerando che il consumo nazionale annuo di gas e petrolio è di circa 135 milioni di tep, di cui 12 coperti dalla produzione interna, il conto è presto fatto: estraendo tutto l’estraibile, la nostra penisola non potrebbe assicurarci nemmeno un anno di autonomia energetica fossile.

All’interno del documento, vi è solo un breve accenno ai gravissimi problemi di sovracapacità produttiva del nostro parco elettrico. Sarebbe quanto mai urgente risolvere la schizofrenia che vede da un lato il crescente declino del tasso di utilizzo del parco termoelettrico a gas (imputabile sia alla crescita delle rinnovabili che alla diminuzione della domanda elettrica) e dall’altro l’imperterrito via libera a centinaia di nuovi MW alimentati a carbone (ad esempio con le centrali di Porto Tolle e di Saline Jonica).

Nella SEN, inoltre, molte pagine sono dedicate al ruolo dell’Italia come “principale hub sud-europeo” del gas, con la previsione di numerosi nuovi rigassificatori. Questi nuovi impianti, che sulla base di quanto accaduto negli ultimi 10 anni probabilmente non vedranno mai la luce, dovrebbero essere realizzati con “investimenti privati, in parte supportati da incentivi o regolati con riconoscimento tariffario”. In altre parole, verranno pagati tramite le bollette del gas.

Ma vediamo ora ciò che dice la SEN rispetto alle prospettive e alle future politiche di sostegno alle rinnovabili e all’efficienza energetica. Come noto, uno dei principali limiti della bozza di SEN presentata lo scorso ottobre risiedeva nel breve orizzonte temporale (non oltre il 2020) da essa delineato. Ebbene, tra i contributi che – secondo i Ministri Clini e Passera – sono stati recepiti all’interno della versione finale della SEN, si fa riferimento a “una maggiore esplicitazione delle strategie di lunghissimo periodo (fino al 2050)”. Eppure di questa strategia al 2050, anche se enunciata, non vi è che una labile traccia all’interno del decreto: infatti i numeri e le cifre su rinnovabili ed efficienza si fermano tutti al 2020, cioè tra 7 anni. Impossibile capire quale sarà la roadmap per i successivi 30 anni.

Guardando al di fuori dei nostri angusti confini, viene naturale chiedersi se un paese come la Danimarca sia abitato da extraterrestri: a fronte di “ben” 194 milioni di tep di riserve certe di gas e petrolio (in Italia sono 126, ma con una popolazione dieci volte superiore), il governo danese già due anni fa ha approvato un piano per liberarsi completamente dalle fonti fossili entro il 2050 e per soddisfare entro quella data il 100% del fabbisogno totale di energia (elettricità, calore e trasporti) con le fonti rinnovabili.

Nel nostro Paese, qualsiasi accenno ad un possibile scenario 100% rinnovabili viene ancora accolto con moti di incredulità e, ancor più spesso, di aperta derisione, provenienti spesso da quegli stessi “esperti” che fino a pochi anni fa relegavano l’energia fotovoltaica ed eolica ad un immutabile “zero virgola qualcosa”. E che oggi sono costretti a riconoscere una crescita dell’installato che ha superato ogni più rosea previsione.

Eppure, politici illuminati come il compianto Herman Scheer già molti anni fa hanno dimostrato la piena fattibilità tecnica ed economica di sistemi energetici 100% rinnovabili, sottolineando come i principali ostacoli per una piena rivoluzione energetica siano di natura più mentale che pratica. Il principale degli ostacoli, secondo Scheer, è il persistere di preconcetti che impediscono la creatività progettuale. Ad esempio: l’assoluta necessità di grandi centrali, la scarsità di potenziale delle rinnovabili, l’insostenibilità dei costi. Questi assiomi, passati per solide verità, sembrano non dover cercare altra giustificazione al di là dell’enunciazione.  

La nostra miope Strategia energetica, che si limita a parlare di una “progressiva integrazione” delle fonti rinnovabili all’interno del sistema energetico fossile, ignora completamente le potenzialità delle rinnovabili e la violenza dello scontro in atto tra due modelli energetici (quello centralizzato e quello distribuito) troppo diversi per essere compatibili e per poter convivere fianco a fianco ancora per lungo tempo.

Riprendendo ancora quanto espresso nella nota congiunta di Legambiente, WWF e Greenpeace, non possiamo che concordare sul fatto che “il problema rimane quello di non aver operato una vera scelta a favore di un modello basato su rinnovabili ed efficienza, e quindi di non individuare una vera e propria strategia di transizione, come sta invece avvenendo in Germania. Per questo la Strategia finisce per essere solo un modo per sostenere i soliti noti e non intaccare, anzi favorire gli interessi delle grandi lobby dei combustibili fossili."

Il clima generale

Una sensazione diffusa è che la formalizzazione di questo atto sia caduta nel clima generale che stiamo vivendo come una ragnatela improvvisamente caduta dal soffitto. Una cosa vecchia, creata da strati di indifferenza d’analisi, di incapacità di pensiero creativo, di condensazione di interessi di parte che oggi suonano al limite dell’insopportabile. La speranza è che, trattandosi di un Decreto che non detta obblighi precisi, esso possa essere semplicemente ignorato dal nuovo Governo, se mai ce ne sarà uno; o dal nuovo Parlamento, se resterà in carica il tempo necessario per occuparsi di strategia energetica.

Certo è che, nonostante il fastidio per le ragnatele, il tema bussa alla porta con urgenza. E altrettanto certo è che qualcosa, nella sensibilità generale del nostro paese, è davvero cambiato: ad esempio d’ora in poi sentiremo sempre più parlare di energia e ambiente. E ne sentiremo parlare con parole nuove  da una popolazione di giovani che ha cominciato a caricarsi sulle spalle le responsabilità di governo del territorio e, recentemente, di governo del paese. Qualunque siano le contraddizioni in cui rischiano di cadere questi primi drappelli di parlamentari (ma anche i giovani amministratori eletti nelle ultime e nelle prossime consultazioni locali, ma anche le giovani leve che stanno prendendo posizione all’interno dei partiti), si percepisce che “quelli lì” hanno una visione diversa della realtà. E nella percezione diversa è iscritta una chiave di lettura del tema ambientale ed energetico quasi istintiva, seppure ovviamente soggetta a infinite ingenuità e possibilità di errore. 

Si possono usare molte parole per descrivere questo fenomeno – sociale e culturale ancora prima che politico – ma una volta tanto la parola “rivoluzione” non sembra stonata. Perché rivoluzione (dal tardo latino revolutio, revolutionis - rivolgimento) indica secondo il vocabolario “un mutamento improvviso e profondo che comporta la rottura di un modello precedente e il sorgere di un nuovo modello”. 
Qui parliamo di energia, e in questo campo la rivoluzione è quella del passaggio dalla produzione centralizzata a quella diffusa. Ma poiché appunto questo è un mutamento prima mentale e poi comportamentale e politico, le due rivoluzioni – tecnica e culturale –  sono in questa fase strettamente unite. 

Nell’esprimere la sua concezione di libertà, John Warr - uno tra i primi che negli anni della rivoluzione inglese (1640-1660) provò ad articolare una moderna filosofia dei diritti umani  – annotò: “nella mente della maggior parte degli uomini vi sono alcune scintille di libertà, che normalmente giacciono nel profondo e sono coperte dalla tenebra come una scintilla nella cenere”. 

Insieme ad altri, da molti anni accudiamo la nostra scintilla nella cenere, uno sforzo immenso quando intorno regna la palude. Oggi le scintille sembrano aver prodotto numerosi fuocherelli che nessuno, pensiamo, riuscirà più a spegnere. Auguriamo davvero buona fortuna a tutti i giovani impegnati in questo sforzo, e mettiamo il sito e la redazione di Nextville (ma implicitamente la casa editrice tutta) al loro servizio.

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