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27 Ottobre 2014

La politica energetica nazionale: una commedia dell’assurdo in perfetto stile beckettiano

(Maria Antonietta Giffoni)

Il 21 ottobre si č conclusa l’indagine conoscitiva sulla SEN, avviata dalla Camera dei deputati nel luglio del 2013. Ne emerge un settore energetico frammentato, soggetto a numerosi rischi e bisognoso di una programmazione concertata e di lungo periodo.

Il documento licenziato dalla X Commissione Attività produttive della Camera tratteggia un quadro preoccupante: nel sistema energetico italiano - soprattutto in quello elettrico - è in atto una rivoluzione senza precedenti e le azioni intraprese per governarla sono scomposte e prive di efficacia. Né il governo, né le parti interessate hanno un "quadro chiaro dei principali rischi o problematiche relativi a ciascuna fase della filiera energetica" e si agisce con "interventi parcellizzati, ispirati a logiche emergenziali", pensati più per soddisfare le pressanti richieste delle diverse categorie di operatori che per sostenere il cambiamento, a vantaggio della collettività e dell’intera economia del Paese. 

La visione parcellizzata delle parti interessate

Dall’analisi delle dichiarazioni dei soggetti intervenuti in audizione presso la Commissione, sono emerse "valutazioni su rischi percepiti per il proprio settore di riferimento e proposte di misure di mitigazione e riforma della Strategia Energetica Nazionale ..., senza proporre soluzioni organiche o relative a più ambiti di intervento".

Le ragioni dei produttori da fonte tradizionale

L'apporto delle rinnovabili alla produzione energetica nazionale è diventato sempre più consistente, tanto da mettere in crisi la produzione termoelettrica. Gli impianti fotovoltaici producono, durante il giorno, una quantità di energia (con priorità di dispacciamento) tale da intralciare notevolmente gli impianti da fonti fossili (senza priorità di dispacciamento). Molto penalizzati sono, in particolare, i cicli combinati a gas che “lavorano” per 2-3mila ore all’anno, contro le 7-8.000 ore previste dai piani di investimento. I produttori paventano, quindi, "l’insufficienza dei ricavi a coprire i costi di investimento a causa sia della riduzione dei prezzi di vendita che della contrazione delle quantità (di energia elettrica, ndr)". La richiesta è di continuare a sostenere il settore con gli incentivi del capacity payment o con altri strumenti similari.

I timori dei produttori da fonte rinnovabile

Negli ultimi anni, il decisore pubblico ha messo in campo una serie di azioni volte a incentivare le rinnovabili, come l’Europa aveva chiesto di fare per raggiungere gli obiettivi fissati dal pacchetto clima-energia 20-20-20.
Accortosi improvvisamente che i costi per sostenere le rinnovabili e la generazione distribuita pesano in modo eccessivo sulla collettività, il Governo è corso ai ripari rimodulando gli incentivi alle Fer e limitando le agevolazioni alla generazione distribuita (Dl 91/2014). 

I produttori, temendo che gli effetti degli interventi di revisione retroattiva degli incentivi possano mettere in serio pericolo i propri investimenti, chiedono al Governo una marcia indietro, minacciando di ricorrere in giudizio per far dichiarare le norme incostituzionali, colpevoli di modificare unilateralmente e retroattivamente i contratti sottoscritti con il Gestore dei servizi energetici.

Le rimostranze dei consumatori

I meccanismi di natura parafiscale, grazie ai quali "il Governo opera trasferimenti di risorse finanziarie tra differenti categorie di operatori presenti nella filiera energetica", stanno drenando troppe risorse dalle bollette dei consumatori, che "chiedono il contenimento del costo dell’energia e, nello specifico, della pressione fiscale e parafiscale".

Le azioni scomposte del decisore pubblico

Le decisioni dei Governi, succedutisi a Palazzo Chigi negli ultimi anni, sono state perlopiù "prese sulla scorta di situazioni contingenti e dettate da criteri di urgenza, e spesso non coerenti l’una con l’altra". Prima, infatti, si sono incentivate le rinnovabili, con una discreta dovizia di mezzi e senza legare il valore degli incentivi al costo delle tecnologie.
Dopo pochi anni, il loro apporto alla produzione energetica nazionale è divenuta così consistente da mettere in crisi i clicli combinati. Il decisore pubblico ha cercato di risolvere il problema offrendo una remunerazione ai servizi di flessibilità svolti a vantaggio della sicurezza del sistema elettrico nazionale (capacity payment, Dl 83/2012).
Arginato il rischio chiusura dei cicli combinati, occorreva intervenire contro quello legato alla penuria di gas (d’inverno il fotovoltaico produce meno e la domanda di gas aumenta per via del riscaldamento degli edifici). Lo si è fatto introducendo facilitazioni e premialità ad altri impianti e combustibili, anche i più vecchi e inquinanti, come le centrali a olio combustibile (Dl 83/2012).  

I costi di queste azioni di politica energetica sono cresciuti a dismisura, arrivando a pesare in modo eccessivo sulla collettività. Ci si è allora limitati a rimodulare gli incentivi alle rinnovabili e a contenere le agevolazioni alla generazione distribuita (Dl 91/2014). Azioni il cui costo di implementazione sarà, probabilmente, superiore ai vantaggi in termini di risparmio in bolletta.

È mancata, inoltre, una promozione adeguata dell’efficienza energetica. L’indagine conoscitiva punta il dito contro "il rapido assorbimento di risorse finanziarie da parte dei meccanismi incentivanti le fonti rinnovabili", colpevole di aver "notevolmente ridotto l’opportunità di promuovere misure di efficientamento negli usi finali di energia". 

A ciò si aggiunge:

• il flop del Conto termico: in quasi due anni non è mai riuscito a decollare. Poche migliaia, infatti, sono state finora le richieste di incentivo, a fronte di una disponibilità annua di oltre 900 milioni di euro, rimasti quasi del tutto inutilizzati. È previsto, entro il 31 dicembre 2014, un decreto ministeriale che semplifichi le farraginose procedure di accesso al Conto termico,

• la lentezza con cui vengono emanati i decreti attuativi: il vuoto più vistoso riguarda l’efficienza energetica negli edifici. Nel giugno 2013 è stata recepita, in ritardo, la direttiva Ue del 2010 (Dl 63/2013). Il decreto di recepimento prevedeva successivi decreti attuativi - con le metodologie e le modalità di calcolo della prestazione energetica degli edifici - mai emanati,

• e l’eccessiva complessità del quadro legislativo nazionale in tema di efficienza energetica: come proposto da più parti, sarebbe necessario arrivare ad un Testo Unico sull’efficienza energetica negli edifici, in modo da chiarire la regolamentazione normativa dell’efficienza energetica del patrimonio edilizio nazionale.

Questa trascuratezza è incomprensibile: l’obiettivo di riduzione dei consumi imposto dal pacchetto clima-energia 20-20-20 è altrettanto vincolante dell’obiettivo previsto per le rinnovabili.

Una commedia dell’assurdo

Guardando questo "spettacolo" da semplici spettatori, spiccano personaggi alla Aspettando Godot, che «se la prendono con la scarpa quando la colpa è del piede». Chi propone di allargarla, chi di rattopparla, ma a nessuno viene in mente che, forse, è il caso di cambiarla.
Il nostro sistema energetico si sta trasformando, in modo ineluttabile e irreversibile. Bisogna perciò saperlo accompagnare, con obiettivi strategici, concertati e di lungo periodo. E, invece, si agisce sempre sui tempi brevi, con azioni scomposte che disorientano operatori e mercato.
Quel che serve è un piano energetico nazionale, in grado di pilotare i numerosi aspetti della filiera della produzione e distribuzione dell’energia, tradizionale e non.
Qualcuno tra i nostri più affezionati lettori ci potrà rimproverare di averlo già detto e a gran voce. Ma sono trascorsi anni e non ci si è mossi di un passo; arroccati ognuno a difendere i piccoli interessi di parte, convinti che la riforma dell’impianto generale prima o poi qualcuno la farà. Insomma, siamo anche noi in attesa che arrivi il nostro Signor Godot, recando con sé la soluzione giusta da mettere sul tavolo del consenso generale.

Per fortuna, ora c’è il Parlamento che, nelle osservazioni finali dell’indagine conoscitiva sulla SEN, invita tutti a imbastire le prime trame di una sana riforma energetica, dotandosi, come prima cosa, di "uno strumento di programmazione di medio e lungo periodo, specifico per il settore energetico, da adottare secondo procedure mutuate dal mondo anglosassone, quali ad esempio il libro bianco".
Secondo la X Commissione della Camera, "onde evitare che si ripeta per il futuro la stratificazione di interventi non sempre tra loro debitamente cooordinati, il documento dovrebbe contenere una lista di priorità, determinata a seguito di una precisa analisi costi-benefici, svolta da uno o più soggetti indipendenti … Sarebbe opportuno che tale lista sia sottoposta a consultazione pubblica, in modo che la legittima competizione per le risorse trovi manifestazione esplicita, piuttosto che esaurirsi esclusivamente nell’azione implicita, e quindi meno trasparente, dei gruppi di pressione".

E questo ci sembra un buon inizio. Nella speranza che la fine di questo "dramma" non sia simile a quello di Beckett, in cui uno dei protagonisti invita l’altro ad abbandonare il luogo dove per lungo tempo hanno aspettato Godot e si sente rispondere: "Sì! Andiamo!". Ma sulla scena compare la scritta They do not move, a significare che, nonostante le buone intenzioni, nessuno si muove. Nessuno agisce.

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