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10 Novembre 2015

La svolta dell'Enel

(GB Zorzoli)

Come una delle pił grandi utility italiane ha preso atto che il cambiamento climatico impone una rottura con il passato e una rapida transizione verso forme di sviluppo sostenibile.

L'Enel di ieri

C’era una volta l’Enel che decideva di acquisire il controllo della società Slovenské Elektrárne, perché aveva in esercizio 1950 MW nucleari e in costruzione altri 950, così da farsi le ossa in vista di un possibile ritorno del nucleare in Italia, e che naturalmente pochi anni dopo, nel 2008, aderì al programma nucleare deciso dal Governo Berlusconi. Un’adesione convinta, per lo meno da parte dell’amministratore delegato dell’epoca, visto che dopo il referendum del 2011, invece di ringraziare gli elettori per avere impedito un disastro economico e finanziario, continuò a rimpiangere la grande occasione perduta.

C’era una volta l’Enel che comperava centrali a lignite in Bulgaria e insisteva per la riconversione a carbone di Porto Tolle.

C’era una volta l’Enel sempre pronta ad appoggiare le lobby che a Bruxelles difendevano le più retrive posizioni di politica energetica. E citava in giudizio Greenpeace per la sua campagna di denuncia dei danni alla salute provocati dall’inquinamento delle centrali a carbone.

L'Enel di oggi

C’è oggi un’Enel con l’attuale amministratore delegato che incontra ufficialmente i vertici di Greenpeace e firma con loro un comunicato congiunto, nel quale si afferma che esiste un solo futuro per le utility, quello che punta sulle rinnovabili; tanto che, secondo Greenpeace, Enel è sulla strada per diventare "the first truly green energy giant". 
Trattandosi di una notizia assimilabile a quella "dell’uomo che morde un cane", i media internazionali l’hanno subito diffusa e commentata con grande evidenza. Purtroppo lo stesso non si può dire di quelli italiani, più propensi a sostenere la scelta del Governo di facilitare le trivellazioni offshore o addirittura ad accusare "patentati organismi internazionali … che ci terrorizzano sulla prossima catastrofe del global warming provocato dall’abuso dei frigoriferi" (Pierluigi Battista su “La Lettura”, supplemento del Corriere della sera, 8 novembre 2015).

C’è oggi un’Enel, il cui amministratore delegato annuncia che non si farà la riconversione a carbone di Porto Tolle e che complessivamente saranno dismesse 23 centrali a combustibili fossili, per un totale di 11 GW.
Ed è uno dei firmatari sia della lettera di quarantatre amministratori delegati di grandi imprese internazionali, con un fatturato complessivo nel 2014 di 1,2 trilioni di dollari, i quali hanno chiesto al summit di Parigi di introdurre forme di tassazione sulle emissioni di CO2, sia del rapporto "Powering innovation for a sustainable future. An Electric Industry's Perspective", pure destinato ai decisori politici che si riuniranno a Parigi per la COP21. Un rapporto sottoscritto dai CEO di undici grandi utility elettriche: una sorta di Gotha, che serve 1,2 miliardi di clienti, produce e distribuisce circa un terzo dell’elettricità mondiale, con un mix di capacità produttiva per il 60% privo di emissioni dirette di CO2, fra cui, appunto l’amministratore delegato di Enel.
Il documento non si limita a richiedere politiche chiare e a lungo termine per sostenere il passaggio a un'economia low carbon, ma considera essenziale uno sviluppo programmato del carbon price. All’inizio dovrebbe essere stabilito a un livello ragionevole, ma non troppo elevato, per non compromettere lo sviluppo economico, ma dovrà modificarsi nel tempo in modo equilibrato, restando sempre abbastanza alto da stimolare l’utilizzo di tecnologie low carbon e sufficientemente basso da avere costi che garantiscano l’efficienza economica. 

Una discontinuità necessaria

Siamo indubbiamente in presenza di una notevole discontinuità nelle strategie di Enel, tuttavia meno inaspettata di quanto possa sembrare a prima vista. L’attuale numero uno dell’utility non è il classico manager più o meno misteriosamente paracadutato dall’esterno. Non solo Francesco Starace lavora da tempo nell’azienda, ma si deve a lui se oggi esiste Enel Green Power, che è la più grande società al mondo produttrice di elettricità da rinnovabili. Un risultato ottenuto all’interno di un gruppo che nello stesso periodo considerava le rinnovabili poco più di una vetrina e comunque non un’importante fonte di reddito (come invece è avvenuto). Non stupisce quindi che nel suo nuovo incarico abbia continuato a muoversi nella medesima direzione, modificando la strategia del gruppo Enel e sottolineando la radicalità del cambiamento con la rottura clamorosa rispetto al passato per quanto concerne i rapporti con Greenpeace.

Inoltre, la sua nomina è avvenuta proprio quando molte grandi imprese internazionali incominciavano a rendersi conto che l’assenza di mitigazioni del cambiamento climatico avrebbe finito col provocare costi aggiuntivi e in alcuni casi mettere addirittura in discussione il futuro dell’azienda (è ad esempio il caso della Coca Cola, preoccupata di non disporre in alcune aree del mondo di una sufficiente fornitura  d’acqua a causa dello stress idrico provocato dalla crescita della temperatura globale).
Queste novità da un lato gli hanno dato maggior forza nel modificare obiettivi e assetto organizzativo dell’Enel, dall’altro gli hanno consentito di recitare un ruolo importante in decisioni che hanno portato a indirizzi come quelli illustrate nel rapporto "Powering innovation for a sustainable future. An Electric Industry's Perspective" e nella lettera di quarantatre amministratori delegati di grandi imprese internazionali.

Non si tratta di un fuoco di paglia, come confermano le considerazioni avanzate da Starace in una lettera al Corriere della Sera del 26 settembre scorso: "non stiamo parlando, per essere chiaro, di «filantropia» … Nemmeno si tratta di abbinare al profitto una qualche forma di «responsabilità sociale». È il solo modo giusto, e unico, per essere un’impresa innovativa e di successo nel nostro tempo”. È la lucida presa d’atto che il cambiamento climatico impone una rapida transizione verso forme di sviluppo sostenibile, che a loro volta non rappresentano un vincolo, bensì un’opportunità per le imprese che la sappiano cogliere al volo.

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