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29 Maggio 2017

La Sen: per ora un'incompiuta

(G.B. Zorzoli*)

Al momento in cui scrivo, le slide proiettate il 10 maggio scorso durante la presentazione alla Camera della Sen 2017 continuano ancora a essere l’unico documento disponibile per un giudizio sull’impostazione complessiva e sui singoli interventi proposti.

Colpisce innanzi tutto l’assenza di riferimenti concreti alla roadmap europea al 2050, peraltro elencata nelle slide tra i documenti da prendere in considerazione; assenza che impedisce di valutare la congruenza degli obiettivi al 2030 con i target a più lungo termine. Inoltre, il giusto richiamo alla flessibilità, per adeguare la Sen ai possibili cambiamenti rispetto alle previsioni attuali, comporterebbe la presentazione di alcuni scenari alternativi a quello di riferimento, in modo da mettere in luce eventuali criticità, soprattutto per gli scenari più impegnativi rispetto ai target stabiliti dall’UE. Se ad esempio si assumesse lo stesso obiettivo approvato il 21 maggio dai cittadini svizzeri – riportare entro il 2050 l’uso pro capite di energia al livello degli anni ’60 del secolo scorso – non basterebbero i 0,9 Mtep/a di risparmi da politiche attive nel 2021-2030, previsti dalla Sen; oltre tutto in lieve calo rispetto al periodo 2016-2020.

Esplicita, e positiva, è la presa di posizione a favore della fuoriuscita dal carbone. Dato che, rispetto alla diminuzione inerziale, per sopravvenuta obsolescenza di alcuni impianti oggi in esercizio, il phase-out completo tra il 2025 e il 2030 richiederebbe solo il 15% di investimenti aggiuntivi, spalmati su un decennio, per di più non tutti (ad es. per le infrastrutture del gas) necessari, i vantaggi, in termini di riduzione nelle emissioni di CO2, rendono conveniente la chiusura totale.

Anche se non pone traguardi particolarmente impegnativi, la parte della presentazione dedicata all’efficienza energetica mette correttamente in evidenza la priorità da dare agli interventi nel settore residenziale e nei trasporti, dove è maggiore il ritorno delle risorse finanziarie allocate. Tuttavia, mentre nel residenziale gli obiettivi e gli strumenti per realizzarli (stabilizzare il meccanismo delle detrazioni fiscali, estendere la portabilità del titolo, fondo di garanzia, …) sono analizzati in modo sufficientemente adeguato (e condivisibile), per il settore dei trasporti manca l’indicazione delle misure da adottare e, in alcuni casi, addirittura la quantificazione degli obiettivi.

Le modifiche da introdurre nel trasporto urbano sono infatti quantificate: incremento di quello pubblico (+40%), disincentivando la circolazione delle autovetture private nelle città, anche con la promozione del car sharing  e del car pooling. Idem per il trasporto merci ferroviario: aumento del 50% entro il 2021. La definizione di questi obiettivi rende ancora più evidente l'evasività che caratterizza il comparto automobilistico: gli "incentivi al rinnovo del parco auto dovranno essere proporzionali al differenziale di emissioni e di efficienza energetica", senza nessuna indicazione sui limiti alle emissioni e sui livelli di efficienza che si intendono perseguire. Quanto alla penetrazione delle rinnovabili nel settore dei trasporti, il grafico fornito è puramente qualitativo (le percentuali non vengono quantificate); inoltre, sono messi singolarmente a confronto il target "massimo" per le tipologie di biocombustibili il cui apporto dovrebbe diminuire, e il target "minimo" per i contributi destinati a crescere; fra cui, ridottissimo,  quello fornito da elettricità e idrogeno. A parziale compensazione, in un'altra slide si afferma che nel 2030 lo sviluppo delle infrastrutture e il miglioramento atteso per la performance delle batterie permetteranno un aumento naturale della penetrazione di ibride plug-in e di veicoli elettrici ben oltre il 10%

Quanto oltre si preveda di andare, non viene però precisato. Il 10% equivale a circa 3 milioni di mezzi elettrici in circolazione nel 2030, mentre col 20% - previsione più realistica - i milioni diventano sei. Con simili cifre in gioco, se anche nel testo finale della Sen mancassero indicazioni più precise sugli obiettivi raggiungibili nel 2030 sarebbe difficoltoso programmare sia gli investimenti nelle infrastrutture di ricarica, sia le modifiche da apportare al sistema di raffinazione.

A rendere ancora più incerte le decisioni da prendere, nelle slide è ignorato il ruolo del GNL nel trasporto marittimo e pesante su strada. Eppure le indicazioni in materia non mancano, a partire dal documento di consultazione per una Strategia Nazionale sul GNL, emesso dal MiSE a giugno 2015, dove per il GNL era previsto un impiego nel trasporto tutt’altro che trascurabile.

Queste vaghezze si traducono in indicazioni per il settore petrolifero solo qualitative e per di più parziali. Si sottolinea che la contrazione della domanda di prodotti petroliferi e l'aumento della domanda di biocarburanti avanzati consiglia di convertire alcune raffinerie in bioraffinerie, mentre gli impianti superstiti vanno resi più competitivi. Si trascurano però gli effetti del calo della domanda di gasolio, molto maggiore di quello per la benzina, perché: a) i futuri obiettivi di riduzione delle emissioni inquinanti renderanno tecnicamente sempre più difficile e alla lunga economicamente troppo oneroso rispettarli con automobili Diesel; b) anche se non elevata come sarebbe possibile, la conversione a GNL del trasporto pesante produrrà il medesimo effetto. Nelle raffinerie superstiti si dovrà dunque modificare in modo rilevante l’attuale mix produttivo: molto meno gasolio, molta più benzina per ogni barile di petrolio trattato. Se il testo finale della Sen non conterrà indirizzi precisi in tal senso, necessari per togliere qualsiasi alibi al mancato avvio dei programmi di riconversione delle raffinerie, rischiamo di replicare in futuro una situazione analoga all’oversupply provocato dal numero eccessivo di cicli combinati.

Per quanto riguarda l’apporto delle rinnovabili, va ricordato che nel 2015 quelle elettriche hanno coperto il 33,5% dei corrispondenti consumi finali, contro il 17,5% di tutti i consumi soddisfatti dall’insieme delle FER, a conferma della regola empirica, che prevede la percentuale elettrica circa doppia di quella totale. Di conseguenza, a fronte del 27% come obiettivo delle FER a copertura di tutti i consumi energetici finali lordi nel 2030, la produzione elettrica da rinnovabili, che soddisfa i corrispondenti consumi, dovrebbe essere vicina al 55%.

La Sen colloca invece questo contributo tra il 48 e il 50%. Può sembrare una differenza poco rilevante, ma questa sottostima viene compensata da un apporto aggiuntivo della produzione termica con rinnovabili, conseguibile soltanto con un tasso di crescita annuo tra il 2015 e il 2030 estremamente più alto di quello realizzato tra il 2010 e il 2015. Si tratta di un obiettivo eccessivamente ambizioso, reso ancora più impervio dal previsto "ridimensionamento del ruolo delle biomasse, la cui evoluzione sarà concentrata sulla sostituzione di impianti a fossili con generatori a biomasse ad alta qualità ambientale, anche tramite la possibile introduzione di limitazioni ad installazioni ex-novo”" dal ruolo marginale ipotizzato per il solare termico; da un incremento modesto (+30%) del teleriscaldamento, oltre tutto ripartito tra fonti fossili e rinnovabili.

Insomma, gran parte dell’onere per elevare il tasso di crescita ricadrebbe sulle sole pompe di calore. Anche se la Sen assegna loro il ruolo centrale per il settore riscaldamento/raffrescamento, si tratta di un impegno irrealizzabile perfino per una tecnologia così promettente.

Eppure la Sen considera eolico e fotovoltaico tecnologie mature, vicine alla market parity; propone per i grandi impianti centralizzati l’introduzione dal 2020 di contratti a lungo termine e per quelli piccoli lo sviluppo dell'autoconsumo, nonché la sperimentazione di sistemi di distribuzione chiusi e di energy communities. Condizioni, queste, in grado di garantire sulla base della sola logica di mercato l’ulteriore incremento di produzione elettrica con rinnovabili (16-20 TWh/a), necessario per rispettare gli obiettivi al 2030. E, visto che nelle slide viene ipotizzato un consistente aumento degli accumuli, questo apporto aggiuntivo potrà realizzarsi senza mettere in pericolo l’adeguatezza del sistema.

In tal modo, però, nella produzione elettrica diminuirebbe notevolmente il ruolo del gas (e dei cicli combinati), in parte compensata dall’uso del GNL nel trasporto, rendendo ingiustificabile la necessità di nuovi investimenti in infrastrutture per il gas, caldeggiata nel documento presentato alla Camera. 

*G.B. Zorzoli, Presidente del Coordinamente Free (Coordinamento Fonti Rinnovabili ed Efficienza Energetica)

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