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11 Marzo 2010

La certificazione energetica degli edifici, una cronologia

(Gianni Silvestrini*)

L’etichettatura energetica aveva già dimostrato la sua efficacia nel settore degli elettrodomestici.

Solo dieci anni fa la percentuale dei frigoriferi di classe A (i migliori, secondo l’etichettatura della Ue che seleziona i prodotti in relazione alla loro efficienza energetica) era assolutamente marginale in Italia. La presenza di un’informazione chiara sui vantaggi economici legati ai bassi consumi è riuscita a orientare i consumatori talmente bene che nel 2008 le vendite totali di frigoriferi di Classe A hanno raggiunto il 41% e a queste si è aggiunto un 46% di vendite di prodotti A+ e A++, cioè ad altissima efficienza.

Questa trasformazione del mercato non ha solo avvantaggiato i bilanci familiari, ma è stata anche positiva per l’economia del paese, con una riduzione dei consumi elettrici di quasi 5 miliardi di kWh/a, corrispondenti alla produzione di una centrale elettrica. I risultati ottenuti nel mondo degli elettrodomestici spiegano il grande interesse della Commissione verso l’estensione al comparto dell’edilizia di questo elemento di trasparenza. Con in più la possibilità di fornire indicazioni preziose sugli interventi di miglioramento adottabili.

Il meccanismo della certificazione energetica degli edifici in Italia era stato previsto in realtà già quasi venti anni fa nell’ambito della legge 10/1991, ma non era mai riuscito a decollare. Solo con il decreto legislativo 192/2005 di recepimento della direttiva 2002/91/Ce relativa al rendimento energetico nell’edilizia la situazione si è sbloccata. L’utilizzo di questo strumento era in realtà stato sperimentato ancor prima della definizione della norma nazionale grazie a esperienze pilota nell’Alto Adige e in Lombardia.

La Provincia di Bolzano aveva infatti introdotto una norma che prevedeva che il fabbisogno termico invernale dei nuovi edifici non potesse essere superiore a 70 kWh/mq anno, cioè un valore molto inferiore rispetto alla normativa nazionale. Interessante la reazione dei costruttori altoatesini. A un’iniziale preoccupazione per la possibile risposta del mercato è subentrato un vero entusiasmo. La casa di qualità energetica si vende bene e il giro d’affari è aumentato. Il successo è stato tale che il Comune di Bolzano ha ridotto il limite massimo a 50 kWh/mq anno e le imprese locali si sono organizzate per esportare la competenza acquisita.

Un ruolo attivo d’avanguardia è stato svolto anche dalla Provincia di Milano, sull’onda del successo delle esperienze pionieristiche di alcuni Comuni lombardi, che è sfociato nella costituzione di Sacert, un organismo di formazione e certificazione delle competenze dei tecnici certificatori energetici degli edifici, diventato un punto di riferimento nazionale di questo settore.

Il primo recepimento della direttiva 2002/91/Ce aveva previsto un’interpretazione restrittiva limitata alla sola nuova edilizia, mentre con il successivo decreto legislativo 311/2006 si estendeva la certificazione anche al patrimonio esistente all’atto della compravendita degli appartamenti. A questa norma base avrebbero dovuto seguire dei decreti per definire le metodologie di calcolo e le modalità di identificazione della figura dei certificatori, essenziale per garantire una uniformità di impostazione degli interventi. Le “Linee guida nazionali” purtroppo sono state pubblicate con tre anni di ritardo, il 10 luglio 2009.

Nel frattempo, la Lombardia, il Piemonte, l’Emilia-Romagna, la Provincia di Bolzano, la Liguria e la Toscana si erano dotate di una strumentazione propria in grado di gestire la certificazione. Inizialmente sembrava una fuga in avanti, in particolare da parte della Lombardia che aveva proposto un proprio metodo di calcolo. In realtà questo attivismo si è dimostrato utilissimo. Tanto più che nel 2008 il Governo ha eliminato l’obbligo di allegare l’attestato di certificazione energetica negli atti di compravendita o di locazione degli edifici esistenti e l’eliminazione della nullità dell’atto in caso di mancata presentazione della certificazione al compratore o al conduttore. Con questa decisione i cittadini venivano privati di un diritto, quello di conoscere la bolletta energetica dell’edificio che andranno ad acquistare o prenderanno in affitto. La Commissione europea non è stata a guardare e ha richiesto alle autorità italiane informazioni su questo provvedimento e sulla sua compatibilità con la direttiva.

Nella confusione seguita a questo depotenziamento della certificazione, le Regioni che avevano emanato una propria normativa fortunatamente hanno continuato a prevedere l’obbligo di allegare la certificazione. Nel resto del paese invece il processo di certificazione si è rallentato. La pubblicazione delle Linee guida nel luglio del 2009 ha portato di nuovo l’attenzione sull’argomento e altre Regioni, come la Toscana, si sono attrezzate. Una ulteriore spinta viene con la proposta di revisione della direttiva 2002/91/Ce approvata alla fine del 2009 che, tra l’altro, prevede un rafforzamento del sistema delle certificazioni energetiche indicando la necessità che gli Stati si attrezzino per organizzare un sistema di verifiche.

*Brano tratto dall’introduzione di Gianni Silvestrini - ricercatore del CNR, direttore scientifico di Kyoto Club, della rivista QualEnergia e dell’omonimo portale - alla nuova edizione del Manuale della certificazione energetica degli edifici aggiornata agli ultimi decreti attuativi, in libreria a fine marzo.

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