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4 Maggio 2010

Mare e petrolio, a che gioco giochiamo?

(Anna Bruno)

Impossibile non spendere una parola su quanto sta succedendo nel Golfo del Messico. Parlare di disastro ecologico sembra quasi troppo poco.

La nazione più potente del mondo assiste da giorni, senza sapere che fare, a un “fenomeno” che molto probabilmente distruggerà un lungo tratto delle sue coste più preziose in termini di biodiversità. E con esse distruggerà le risorse portanti dell’economia di quelle regioni. E quindi il lavoro, le speranze e la vita di quelle popolazioni.

Intanto la BP, proprietaria della piattaforma che è esplosa lasciando aperti i rubinetti del petrolio, balbetta in modo incoerente di tentativi falliti e di altri ancora da fare, la cui descrizione lascia sbalorditi (cupole di cemento!). In pratica però non dice niente su come era progettato l’impianto e di quali sistemi di sicurezza  era dotato. Forse nessuno, viene da credere, altrimenti avremmo avuto lunghi rendiconti di quali dispositivi non hanno funzionato, di quali serbatoi e tubature e valvole e sensori e automatismi hanno fatto cilecca l’uno dopo l’altro. E nemmeno dichiara quanto petrolio c’è sotto quella trivella, dunque quanto rischia di fuoriuscirne se non si riuscirà ad ingabbiarlo con i coperchi di cemento.  
Intanto si dice che l’impianto non era neanche parzialmente assicurato, e si favoleggia di 100 miliardi di dollari di danni, praticamente l’equivalente del salvataggio della Grecia.

Tra tanti orrori, resta inespressa la domanda di fondo: c’è qualche logica nel trivellare così bestialmente e così pericolosamente il mare in zone estremamente delicate? Davvero l’analisi costi-benefici è a favore di questa pratica che noi tendiamo a dare per scontata?
Il Presidente Obama ha in tutta fretta ritirato i permessi di nuove trivellazioni al largo della Louisiana e della Florida, che la lobby dei petrolieri era riuscita ad estorcergli.

Nel nostro piccolo, anche noi ci troviamo alle prese con problemi analoghi. A pochi giorni dal disastro americano, il ministro Scajola ha firmato un decreto  di semplificazione delle procedure per le attività di ricerca petrolifera in mare.
Lo ha fatto dichiarando: "E' un nuovo passo avanti verso una politica energetica più efficiente, che valorizzi anche il patrimonio dei giacimenti nazionali di idrocarburi con lo scopo di assicurare al nostro Paese una maggiore sicurezza energetica e ai cittadini e alle imprese un costo dell'energia più basso: non possiamo continuare a pagare il 30% in più rispetto agli altri Paesi europei".
Giusto, Ministro, semplifichiamo la vita a chi cerca petrolio in mare, perché far tempo in pastoie burocratiche?

Però qualcuno deve avergli suggerito che non è tutto oro (nero) quello che luccica, perché ieri ha fatto diramare un comunicato stampa. Che così recita: “premesso che nessuna attività del genere, quali perforazioni in acque profonde o esplorazione in aree non conosciute, è in corso né è autorizzata in Italia e che incidenti simili non si sono mai verificati in 50 anni di attività nei mari italiani, il Ministro Claudio Scajola, al fine di rassicurare l’opinione pubblica sull’assoluta qualità dei sistemi di sicurezza, controllo ed emergenza italiani, ha dato disposizioni alla Direzione Generale per le Risorse minerarie ed energetiche del Ministero dello Sviluppo economico di avviare misure operative”.
Siamo a posto.

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