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2 Ottobre 2019

UE, per stimolare produzione biometano servono prezzi CO2 più alti

(Filippo Franchetto)

Per sostenere sul lungo termine lo sviluppo di una filiera europea del biometano, il prezzo dei crediti di CO2 del sistema europeo di scambio delle emissioni dovrebbe arrivare a circa 50 € per tonnellata.

Questa è la conclusione a cui è arrivato Eyl-Mazzega, direttore energetico presso l'Istituto francese di relazioni internazionali (IFRI) e autore di uno studio - pubblicato sul portale Euractiv - relativo al settore del biogas e del biometano in alcuni paesi dell'Unione europea.

Attualmente, il biometano risulta dalle 5 alle 6 volte più costoso del gas naturale; un divario elevato dovuto anche al prezzo del gas naturale che, al momento, è vicino al suo minimo storico. Ma si tratta certamente di un dato destinato a spostarsi via via a favore del biometano, anche grazie allo sviluppo di nuovi progetti e e all'aumento della concorrenza nel settore. Sarà però sufficiente per rendere il biometano competitivo con il gas naturale importato? La risposta dipende molto dalla politica.

Secondo Eyl-Mazzega, se nei costi di produzione tenessimo conto anche delle esternalità positive del biometano (sviluppo rurale, creazione di posti di lavoro locali, emissioni di CO2 evitate), il prezzo complessivo potrebbe scendere dai 95 €/MWh a circa 35-55 €/MWh, non lontano dai prezzi del gas naturale. Integrando tutte queste esternalità e ipotizzando un prezzo più elevato per la CO2 (circa 50 € per tonnellata), diventerebbe automaticamente più conveniente produrre biometano a livello locale piuttosto che importare gas.

Tuttavia, per il biometano nei prossimi anni non sembrano esserci molte possibilità di ridurre i costi in modo consistente, come avvenuto nell'ultimo decennio ad esempio per l'eolico e il fotovoltaico. I costi delle materie prime rappresentano naturalmente un ostacolo in questo senso. Occorre inoltre considerare che in Germania dal 2014 la realizzazione di nuovi impianti di biogas è quasi ferma, a causa dello stop al regime di sostegno decretato in quell'anno. Con oltre 10mila impianti, che contribuiscono per il 14,2% della produzione di elettricità rinnovabile del Paese, la Germania è ancora oggi leader mondiale nel settore ma al momento non sembra avere grandi ambizioni future nè per il biogas nè per il biometano (gli sforzi nazionali ora sono più concentrati sull'idrogeno).

Diversa invece la situazione in Francia, dove è stato stabilito un obiettivo nazionale di 90 terawattora (TWh) entro il 2030; un incremento enorme rispetto alla produzione attuale, che non supera i 2 TWh. Entro il medesimo anno, il governo francese ha previsto una quota del 10% di biometano iniettato nella rete nazionale del gas naturale, così come sta facendo già oggi la Danimarca.

Le autorità francesi, però, hanno condizionato la concessione di futuri incentivi per il biometano alla riduzione dei costi di produzione, da 95 a 60 €/MWh, nei prossimi tre/quattro anni. I produttori protestano, affermando che per ridurre i costi del 30% sarà necessario aspettare fino al 2030, e ricordano inoltre che anche l'energia solare ed eolica hanno impiegato diversi anni per diventare competitive con i combustibili fossili.

Insomma, il futuro per il biogas e biometano made in Europe pare ancora incerto. Una delle poche certezze è che sarà improbabile assistere nei prossimi anni ad una massiccia riduzione dei costi di produzione. Come già sottolineato, però, anche solo un raddoppio degli attuali prezzi della CO2 (€ 26-27 per tonnellata) nel sistema europeo di scambio di quote di emissioni potrebbe fare una differenza sostanziale per il settore del biometano. Senza contare le novità che potrebbero arrivare da nuovi possibili obiettivi Ue di decarbonizzazione del gas, attraverso ad esempio la fissazione di una quota minima di gas rinnovabili da immettere nelle reti.

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