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12 Luglio 2010

Manovra 2010: lo strano caso dei Certificati Verdi

(Anna Bruno)

Nelle ultime settimane si č molto sentito parlare di Certificati Verdi anche al di fuori del settore delle energie rinnovabili.
L’improvvisa popolarità  di questo tema abbastanza ostico era dovuta al fatto che i Certificati erano entrati nell’elenco della “stangata” governativa destinata a raddrizzare le sorti del debito pubblico. Come la ricerca e gli enti lirici, come le regioni e i comuni, come gli invalidi, i magistrati, i vigili del fuoco, i calciatori e i conduttori TV, anche le rinnovabili venivano chiamate a fare sacrifici in nome del bilancio dello Stato.
Ma la vicenda dei Certificati Verdi nella manovra finanziaria 2010, che approda oggi in aula, racconta qualcosa che va al di là del significato tecnico di questi strumenti e che è certamente interessante anche per i non addetti ai lavori.
 
Il meccanismo dei Certificati Verdi è assai complesso e non serve riassumerlo in questa sede (nei riferimenti si trovano tutti i necessari approfondimenti). Quel che interessa sapere è che si tratta di un incentivo alle energie rinnovabili, il quale per legge deve venir finanziato dai produttori di energia da fonti fossili. Attenzione a questo passaggio: si tratta di un settore privato “tradizionale” che viene chiamato a sovvenzionare un settore privato “innovativo”, con tutte le ovvie resistenze e malumori che ne conseguono. Ma sempre di due settori economici privati si tratta.
Ancora senza entrare nel merito, diciamo che per varie ragioni questo finanziamento delle fonti fossili si dimostra insufficiente a coprire tutte le richieste che derivano dallo sviluppo del comparto delle rinnovabili. Subentra allora – per la differenza – il gestore pubblico dei servizi energetici (GSE), incaricandosi di acquistare a proprio nome il surplus di offerta dei Certificati Verdi ed evitando così il collasso del meccanismo.
Il GSE, altro passaggio cui prestare attenzione, trae a sua volta il denaro necessario a questo intervento dalle bollette elettriche degli italiani. In pratica questa differenza la paghiamo cash noi, cittadini e imprese. Anzi è evidente che alla fine cittadini e imprese finanziano tutto l’appoggio alle energie rinnovabili, sia direttamente pagando le bollette, sia indirettamente perché i produttori di energie da fonti fossili (petrolio e gas) aumentano i prezzi proporzionalmente ai costi che subiscono per i Certificati Verdi. Ma – insistiamo – tutta la partita si gioca nel comparto privato, non ci sono di mezzo tasse e balzelli di nessun tipo. 
 
Si noti che il crescente ricorso alla bolletta elettrica per finanziare gli impianti rinnovabili (e ahinoi anche taluni che con le rinnovabili hanno poco a che fare, come gli inceneritori) è un problema al centro di un ampio dibattito. Le associazioni dei consumatori e la stessa Autorità per l’energia hanno lanciato l’allarme, perché l’onere della famigerata componente A3 della bolletta rischia di diventare insostenibile per i consumatori. Da tempo l’Autorità chiede che tutto il sistema incentivante delle rinnovabili – e non solo i Certificati Verdi che ne sono solo una componente minore – venga finanziato tramite la fiscalità generale, che è in grado di ripartire più equamente questi costi. Infatti con l’attuale sistema, secondo le parole dell’Autorità “oggi una famiglia a basso reddito ma ad alti consumi (ad esempio una famiglia numerosa) è chiamata a contribuire alla copertura degli oneri dell’incentivazione delle fonti rinnovabili in misura superiore ad un single benestante; allo stesso modo un’impresa ad alti consumi elettrici ma con modesti utili contribuisce più di un’impresa con utili elevati e bassi consumi …”
Queste richieste dell’Autorità non vengono nemmeno prese in esame perché da anni vige lo slogan che qualunque nuova misura introdotta per legge deve rispettare l’invarianza dei costi per il bilancio pubblico. E cioè: si decida quel che si vuole, ma non si chieda una lira alle casse dello stato.

Data questa situazione, è con un certo sgomento che gli operatori delle rinnovabili hanno visto comparire nella prima bozza della Manovra finanziaria 2010 il famoso articolo 45. Esso, cancellando due precedenti provvedimenti, azzerava l’intervento del GSE nel finanziamento del sistema dei Certificati Verdi. Come mai la manovra, il cui compito è quello di risparmiare sulla spesa pubblica, improvvisamente interveniva a fare i conti in tasca al comparto privato? Per cercare una giustificazione, qualcuno ha parlato di volontà politica di disincentivare le rinnovabili per meglio sostenere il nucleare. Sarebbe troppo malizioso ritenere che semplicemente nessuno degli estensori conosceva, né ha sentito il bisogno di farsi spiegare, il funzionamento del sistema dei Certificati Verdi? 
 
Gli operatori del settore rinnovabili si sono innervositi a tal punto che il relatore della legge ha cominciato a metter mano agli emendamenti. Il primo, che ha avuto vita breve, era ancora più sorprendente del testo iniziale. Infatti  lasciava intatto il divieto di intervento del GSE (niente rimborso dei Certificati Verdi) ma, prendendo atto che i soldi risparmiati non si sarebbero trovati nelle casse dello stato bensì in quelle di transito del GSE, ordinava al medesimo come destinare il risparmio ottenuto: una parte a minor costo in bolletta per gli italiani, una parte ad un fondo  per l’università e la ricerca. Così il comparto delle rinnovabili restava nelle peste esattamente come prima, le bollette diminuivano di un po’, ma in compenso il governo incamerava un tesoretto da destinare alla ricerca. Una mossa di vera creatività, che faceva rientrare nelle casse dello stato denari privati che erano stati destinati, da leggi precedenti, alla promozione delle rinnovabili.
 
Ecco  l’aggiunta al testo originale di soppressione dell’intervento del GSE:
“... per il secondo semestre 2010, nonché per gli anni 2011, 2012 e 2013, le economie derivanti sono finalizzate:
a) per 2/3 alla costituzione di un fondo destinato dal Ministero dell’università e della ricerca scentifica ad interventi nel settore della ricerca e dell’università. ....
b) per un terzo alla riduzione del prezzo dell’energia elettrica per i consumatori finali mediante riduzione della componente tariffaria A3. ....”

Nulla da dire sulla necessità di finanziare la ricerca, per carità, ma perché farlo in questo modo? A questo punto gli operatori delle rinnovabili si sono innervositi ancora di più, e il relatore si è convinto a cambiare l’emendamento, trasformando totalmente l’articolo 45. Ne è uscito un testo piuttosto complicato, che ripristina l’intervento del GSE, ma ne limita la spesa entro una soglia prefissata, chiedendo contemporaneamente che un nuovo futuro decreto trovi il modo di risolvere il problema dei Certificati Verdi in eccesso. Non è il caso di entrare qui nel merito: gli esperti diranno se questo espediente normativo è logico e fattibile. Intanto resta ancora da verificare che sia davvero questo il testo che andrà in aula e sarà approvato (seguiremo la vicenda).

Certo tutto ciò può essere considerato solo un piccolo incidente tecnico, alla fine in qualche modo rientrato. D’altronde la manovra era riccamente dotata di cosiddetti “refusi” che poi sono stati raddrizzati. Restano un paio di legittimi interrogativi.
Prima di tutto, se il testo finale passa, cosa c’entra una riformulazione dei Certificati Verdi – che comunque non tocca le casse dello Stato – con la manovra finanziaria?
Ma soprattutto: se i saldi della manovra sono inchiodati, come sono state coperte le somme che erroneamente si pensava di risparmiare grazie ai Certificati Verdi?
L’intervento del GSE per gli anni considerati non è piccola cosa. L’Autorità per l’energia valutava nel 2009 che l’esborso per quell’anno a carico delle bollette degli utenti finali fosse di 600 milioni. Anche ipotizzando che questa cifra rimanga invariata dal 2010 al 2013 (alcuni osservatori valutano che potrebbe raddoppiare), al conto finale della finanziaria mancano almeno un paio di miliardi. Se ne sarà accorto qualcuno?


In realtà questo aneddoto sui Certificati Verdi non denuncia solo un piccolo incidente. Ma rispecchia in qualche modo la politica energetica del nostro paese, che negli ultimi anni è stata costruita con lo stesso metodo e con la stessa logica, cioè con arruffata casualità.
Stiamo presentando all’Europa – un po’ in ritardo -  un Piano d’azione nazionale sulle rinnovabili. Esso garantisce che l’Italia coprirà con fonti rinnovabili il 17% dei consumi lordi di energia del settore dei trasporti, dell'elettricità e del riscaldamento, come previsto dalla direttiva 2009/28/Ce (promozione dell'uso dell'energia da fonti rinnovabili). Ma quella Direttiva l’Italia non l’ha ancora recepita, dunque nelle nostre nuove leggi e regolamenti  continuiamo a riferirci a una direttiva vecchia di molti anni, con risultati contraddittori.
Per procedere sulla strada promessa dal Piano d’Azione, attualmente teorica, mancano indirizzi e strategie. Manca l’importantissimo Burden sharing sulle rinnovabili, cioè la norma che preveda le quote di obbligo a carico delle singole regioni. E soprattutto latita qualunque forma di reale concertazione Stato-Regioni rispetto ai delicati problemi delle competenze concorrenti. Si procede a colpi di ricorsi ai TAR e al Consiglio di Stato.
Manca anche – ed era dovuto al 31 dicembre 2009 – il Piano nazionale per l’efficienza e il risparmio energetico. E il corrispondente Burden Sharing per le regioni.
Sempre rispetto all’efficienza energetica, mancano anche gli attuativi di modifica del meccanismo dei Certificati Bianchi. E per quanto riguarda gli incentivi, sta spegnendosi nell’indifferenza del governo l’unica misura che davvero ha fatto fare un passo avanti nell’efficientamento dei nostri edifici, la detrazione 55%. 


Ai nostri politici non interessa molto la strategia energetica del paese: pensano forse che sia sufficiente optare per il nucleare per togliersi di torno il problema. Tutto il resto può attendere, o meglio può venir pasticciato e ingarbugliato da chiunque abbia titolo a presentare provvedimenti. Che ci debba essere una logica o una minima riflessione di merito non sembra venire in mente a nessuno. Ma se accordarsi politicamente sulle materie energetiche è difficile, forse molto difficile, non provarci (e non pensarci) nemmeno è veramente imperdonabile.
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