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9 Gennaio 2020

Basilicata, la Consulta boccia alcune disposizioni sugli impianti FER

(Filippo Franchetto)

La Corte Costituzionale ha per l'ennesima volta dichiarato illegittime diverse prescrizioni della Basilicata relative alla regolamentazione e all'autorizzazione degli impianti a fonti rinnovabili sul territorio regionale.

La sentenza n. 286 del 23 dicembre 2019 della Consulta si è espressa in merito a numerosi articoli della legge regionale n. 38/2018, con cui la Basilicata aveva apportato modifiche alle principali norme regionali in materia di impianti FER.

In primo luogo, i giudici hanno dichiarato illegittima la disposizione che prevede una distanza minima obbligatoria tra gli impianti eolici o fotovoltaici e gli altri impianti dello stesso tipo (o altri impianti FER presenti ovvero autorizzati) "non inferiore ad 1 km misurato tra i punti più vicini del perimetro dell'area occupata dall'impianto". Il margine di intervento riconosciuto al legislatore regionale per individuare le aree e i siti non idonei non permette che le regioni prescrivano limiti generali inderogabili, valevoli sull'intero territorio regionale, specie nella forma di distanze minime. Questo, infatti, contrasterebbe con il principio fondamentale di massima diffusione delle fonti di energia rinnovabili, stabilito dal legislatore statale in conformità alla normativa dell'Unione europea.

Analogamente, risulta in contrasto con tale principio anche l'obbligo, previsto per gli impianti fotovoltaici di potenza nominale non superiore a 200 kW, di "avere la disponibilità di un suolo la cui estensione sia pari o superiore a 3 volte la superficie del generatore fotovoltaico, attraverso l'asservimento di particelle catastali contigue, sul quale non potrà essere realizzato altro impianto di produzione di energia da qualunque tipo di fonte rinnovabile".

La Corte Costituzionale, infine, ha bocciato anche la norma che prevede una deroga alle fasce di rispetto relative alle aree non idonee (cosiddetti "Buffer"), nel caso in cui non ci sia un "contatto visivo" fra l'impianto e il sito protetto. Si tratta di una deroga regionale "stabilita in via generale, senza istruttoria e senza un'adeguata valutazione in concreto dei luoghi in sede procedimentale (...)", che viola i criteri fissati dalle linee guida nazionali (Dm 10 settembre 2010) e conseguentemente anche la potestà legislativa esclusiva dello Stato in materia di tutela dell'ambiente, dell'ecosistema e dei beni culturali.

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