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22 Novembre 2010

55%, tanto rumore per quasi nulla

(Anna Bruno)

Alla fine, la mobilitazione ha avuto la meglio sull’immobilismo e nella Legge di stabilità è rientrata la detrazione 55%. La Camera dei deputati ha approvato l'emendamento che con scarne parole sposta il termine dell’incentivo alla fine del 2011, variandone un solo elemento e cioè il periodo di utilizzo della detrazione, che passa da cinque a dieci anni.

L'emendamento è stato formulato alla luce di una relazione tecnica della Ragioneria dello Stato, che ne ha stimato gli esiti finanziari sui prossimi anni.
L’analisi di questo documento è piuttosto interessante. Da una parte perché finalmente sembra tenere conto di un dibattito che da anni rimane inascoltato (e cioè: se si fanno bene i conti, questa misura costa pochissimo alle casse dello Stato, o forse nulla). D’altra parte, il metodo di stima e calcolo utilizzati induce una serie di perplessità. Tanto che  la redazione di Nextville chiede ai suoi lettori esperti di dare un parere in merito al ragionamento che segue, che potrebbe essere erroneo o fallace per mancanza di una stretta competenza tributaristica. Riteniamo tuttavia che sia importante indagare su come vengono fatti  i conti che sostengono le norme, soprattutto se tali norme governano delle misure incentivanti, le quali a loro volta sono finalizzate a perseguire degli interessi collettivi.   

Ecco i punti espressi dalla Ragioneria dello Stato così come li abbiamo capiti. L’originale del documento della Ragioneria dello Stato è allegato (vedi riferimenti).

1) La proroga riguarda comunque solo il 2011. Questo dato è importante, non solo per una valutazione politica della norma in se stessa, ma per seguire il ragionamento contabile.

2) L’unica modifica richiesta al sistema di detrazione 55% attualmente in vigore è che la stessa venga spalmata su dieci anni, anziché sui cinque attuali. Anche questo dato è fondamentale, per le stesse ragioni.

3) La relazione tecnica sull’andamento finanziario della misura (effetti di gettito) ricorda in apertura che è vigente, fino al 2012, la detrazione 36% sulle ristrutturazioni edilizie, ripartita anch’essa in 10 anni. Questo serve a fare una prima stima “a priori”, e cioè che – in mancanza del 55% –  comunque almeno il 50% dei lavori di efficientameneto energetico avverebbero comunque, perché necessari, anche se premiati solo dal 36% di detrazione.  

Facciamo notare che  la detrazione 36% ha una struttura diversa da quella del 55%. Infatti ammette solo gli interventi che rientrano nella manutenzione ordinaria / straordinaria e nella ristrutturazione di appartamenti e immobili condominiali. E’ dunque destinata solo all’edilizia residenziale, tagliando fuori completamente le aziende che agiscono sui propri fabbricati. Ha inoltre un tetto di spesa di 48.000 euro, laddove per il 55% esistono limiti diversi, anche molto più alti, per le diverse tipologie di intervento (vedi Riferimenti).
In questa ottica sembra incauto ritenere che la metà degli interventi avverrebbero ugualmente anche in assenza dell’incentivo, perché il 36% limita molto la platea dei beneficiari.
Non esistono dati o valutazioni più precisi sulla reale incidenza del settore residenziale e di quello industriale / commerciale nell’utilizzo della detrazione 55%?

Comunque: questa valutazione iniziale fa considerare che solo il 50% dell’ammontare complessivo delle spese effettuate nel 2011 dipenderebbero dall’esistenza della detrazione 55%, con quali effetti vedremo in seguito.

4) In base ai “dati provvisori relativi alle dichiarazioni dei redditi delle persone fisiche dell’anno di imposta 2008, risulta un ammontare di spese per riqualificazione energetica ... pari a circa 3.450 milioni di euro. Si ipotizza che tale spesa subisca un incremento annuo del 10% fino al 2011 per poi stabilizzarsi”. In pratica per il 2011 si stimerebbe un ammontare di spesa  di 4.592 milioni di euro.

Facciamo notare che la variazione della durata dell’incentivo a 10 anni non potrà che mettere in forse questa ipotesi di budget di spesa, come molte altre ipotesi. Dieci anni sono molti per rientrare parzialmente da spese non strettamente indispensabili (e l’incentivo all’efficientamento degli edifici serve esattamente a questo, perché spinge a utilizzare il risparmio per interventi economicamente utili sul medio termine, ma non contingenti). Tanto più che l’inflazione su quell’arco di tempo è incalcolabile e rischia di erodere gran parte del vantaggio. Le persone anziane e le imprese possono scoraggiarsi, perché entrambe le categorie difficilmente hanno una visibilità di sviluppo misurabile in decenni.
Insomma si cra un disincentivo all’utilizzo dell’incentivo.


Diminuzione del gettito

5) Le spese per efficientamento energetico di 4.592 milioni di euro nel 2011 verrebbero a pesare sulle casse dello Stato, al 55%, per 2.525 milioni di euro, spalmati su 10 anni. Teoricamente dunque per quote da 252,5 milioni di euro annui.
In realtà, come si evince dallo specchietto finale, l’andamento di questo minor gettito non è regolare, ed è difficile ricostruirne la logica. Nel 2011 sono calcolati solo 25 milioni, probabilmente perché il minor gettito del 2011 era già contabillizzato dalla finanziaria precedente. Nel 2012 la quota balza a 294 milioni, poi si regolarizza su 168 milioni di euro anno fino alla fine dei dieci anni (undici in realtà per uscita di cassa).

La cosa importante da notare è che se si ricostruisce la somma dell’intero periodo (che non è riportata dal documento), non risulta un minor gettito di 2.525, bensì di 2.014 milioni di euro. La ragione è semplice: in dieci anni molti contribuenti che vantano un credito si disperdono (muoiono, chiudono bottega o si dimenticano di avere un credito). Dunque, spalmando per un così lungo periodo la detrazione, uno dei primi effetti è che le casse dello Stato non ci rimettono più il 55%, ma grosso modo il 43%. E naturalmente, per effetto dell’inflazione, le detrazioni perdono via via di valore, dunque oggettivamente gravano meno sul bilancio erariale. Ma di questa valutazione non c’è traccia nel documento.


Aumento del gettito

6) A questo punto inizia il calcolo delle partite positive per l’erario, in quanto la ricchezza prodotta dagli interventi apporterà alle casse comuni gettito in termini di IVA, IRPEF, IRES e IRAP.  Avendo valutato ab ovo che metà degli interventi ci sarebbe comunque anche in presenza del solo 36%  (cioè 4.592 * 50% = 2.296), e che dunque ci sarebbe la relativa tassazione, è su questa cifra dimezzata che inizia la previsione.

7) Prudenzialmente si valuta inoltre che solo la metà di questa metà della ricchezza prodotta sia dovuta davvero all’esistenza del provvedimento specifico (quindi 2.296*50% = 1.148).
In pratica, a fronte della spesa di 4.592 milioni di  euro da parte dei privati e delle aziende, si ritiene che solo il 25% corrisponda a maggiori tasse pagate dagli artigiani, dai professionisti e dalle imprese che eseguono gli interventi.

Questo passaggio è davvero ardito: se l’ipotesi che metà della tassazione ci sarebbe stata comunque – anche in presenza del solo 36% – può avere una giustificazione, non si capisce perché l’altra metà debba essere a sua volta dimezzata. Ovviamente si tratta di lavorazioni e interventi completamente “in chiaro”, giacché tutti i versamenti sono tracciabili. Anzi, sono più che tracciabili, in quanto nel luglio del 2010 è stata introdotta anche una ritenuta d’acconto del 10% su tutti i bonifici effettuati a pagamento delle ritenute 36 e 55% (vedi riferimenti). Dunque perché il 50% della ricchezza prodotta non deve essere fatta rientrare nei calcoli?
Perché dare per scontato che metà di questo ammontare rientri nell’economia sommersa?

8) Su questo smilzo importo base di 1.148 milioni di euro di  “spesa indotta” inizia la valutazione del maggior gettito IVA. Si ipotizza che l’aliquota media sia del 15%, come miscela dell’imposizione agevolata 10% sul lavoro e del 20% sull’acquisto di beni. Si scorpora il 15% dalla spesa (comprensiva di IVA), e si ottiene un imponibile di 998 milioni di euro. L’IVA aggiuntiva risulta così di 150 milioni di euro (998*15%).

9) Per il calcolo del maggior gettito IRPEF/IRES e IRAP, come prima cosa e senza motivazione, si dimezza ulteriormente del 50% l’imponibile precedentemente valutato, calcolandolo quindi in 449 milioni di euro. Si ipotizza una media di imposizione del 30% tra IRPEF/IRES (26%) e IRAP (4%), arrivando quindi ad una tassazione aggiuntiva di 150 milioni di euro.

E’ difficile capire il fondamento di questo ulteriore taglio del 50%, giacché se l’imponibile è valido per l’IVA, certamente sullo stesso imponibile dovrebbero essere pagate anche le tasse sul reddito e sugli utili. Inoltre è difficile immaginare un parco contribuenti che tra IRPEF e IRES siano tassati solo al 26%, praticamente il minimo di aliquote esistenti. Si presume, in questo ultimo ragionamento, che tutto il restante reddito di questi artigiani e imprese sia sommerso.

10) A questo punto si mettono in ordine le cifre in una tabella parziale che valuta l’andamento del gettito di cassa analitico negli anni 2011 / 2016 e poi i saldi negativi degli anni 2017 / 2022 (vedi originale del documento). Le entrate IVA (150 mil) stanno tutte nel 2011, mentre le entrate IRPEF/IRES (150 mil) incidono in modo irregolare nel 2012 e 2013.
Come già segnalato, le uscite – minor gettito – sono assai irregolari, l’unica cosa certa è che chiunque desideri ricostruire i dati per tutto il periodo noterà che alla fine del periodo risulta uscito il 43% e non il 55% delle spese sostenute.

11) Il primo risultato di questa valutazione è che nel 2011, lungi dall’avere una perdita di gettito, le casse dello Stato avrebbero un beneficio netto di 124,8 milioni di euro. Per i saldi negativi degli anni successivi ci si affida a disposizioni di riaggiustamento all’interno dei vari Fondi speciali.

La valutazione della ragioneria non tiene conto di un’altra entrata di cassa che favorirà il 2011: tutti i pagamenti degli interventi 55% sono stati assoggettati a ritenuta d’imposta del 10% (vedi riferimenti). Se si spenderanno 4.592 milioni, ben 459 milioni affluiranno all’erario durante il 2011, per poi essere reintegrati nel 2012.


Tre commenti

• Ammettendo la validità del procedimento di valutazione dei pro e dei contro economico/finanziari, se era così elementare effettuare una stima di questo tipo, perché tutto ciò non è avvenuto molto prima? Valutazioni analoghe (ma fatte meglio) erano già intervenute due anni fa, quando la detrazione 36% è stata prolungata fino al 2012. Dunque il metodo era noto ed era doveroso applicarlo in tempo utile alla definizione di un incentivo che ha senso solo se largamente prevedibile e ponderabile.

• Ma soprattutto (e sempre ammettendo la validità del procedimento di valutazione) perché impostare tutto il ragionamento sul solo 2011? Riportando lo stesso schema su un certo numero di anni successivi, si ottengono ovviamente saldi molto più favorevoli lungo tutto il periodo.
Per semplificare:
- se la quota annua di minor gettito è valutata in 252,5 milioni di euro (ma in realtà sarà di circa 200 a causa della dispersione),
- se i relativi incrementi di tassazione sono valutati in 300 milioni di euro,
- pur ipotizzando altre variabili peggiorative,
- risulta evidente che, a parte gli andamenti di pura cassa nei diversi esercizi, l’intera manovra  qui concepita solo per un anno, avrebbe nel tempo ha un segno positivo e non negativo rispetto all’Erario.
E nel frattempo, non va dimenticato, tutte le somme verrebbero investite in efficienza energetica, che significa risparmio per cittadini e imprese, migliori bilanci energetici per il nostro paese.

• E infine: la validità del procedimento di valutazione lascia comunque parecchio a desiderare. Perché:
- non è vero che raddoppiando il periodo di recupero della detrazione il resto del quadro contabile resta immutato;
- non è vero che intervenendo nel mese stesso della scadenza di un incentivo e per un solo anno si ottengono i risultati previsti: chi fosse interessato alla detrazione farà fatica a scoprire che esiste ancora, non avrà modo di racimolare il denaro ed effettuare i lavori in tempo utile per beneficiare dell’incentivo. E analogamente le aziende del settore, con un così scarso respiro, non avranno modo e tempo di riorganizzarsi e non troveranno alcun appoggio in termini di credito.
- non sono chiari e motivati i criteri di stima utilizzati nei conteggi. Chiunque potrebbe effettuare ragionamenti diversi con risultati diversi. E naturalmente questa non è una “colpa” della Ragioneria dello Stato, ma di una cronica incapacità dei numerosi ministeri competenti in materia di energia  (di tutti i recenti governi italiani) a studiare i problemi prima di proporre soluzioni.

Per inviare commenti e contributi: redazione@nextville.it

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