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1 Marzo 2011

Nuova bozza Dlgs Rinnovabili: fare e disfare

(Anna Bruno)

E’ sorprendente come i nostri policy maker riescano sempre a sorprenderci. Nonostante tutta la buona volontà degli operatori e delle imprese del settore, comprendere l’evoluzione delle politiche energetiche del nostro paese è al limite dell’impossibile.

Nella difficile partita del recepimento della direttiva Rinnovabili, i colpi bassi sono arrivati improvvisi e a giochi apparentemente già chiusi. E’ utile ricordare qualche passaggio.

Aggiornamento 10 marzo 2011: il Dlgs nella versione firmata dal Presidente della Repubblica, ha subito diverse modifiche rispetto a quanto riportato in questa news. Per consultare l’ultima versione del decreto, clicca qui.

La delega

La prima cosa da ricordare è che si tratta di un provvedimento che è stato delegato dal Parlamento al Governo attraverso la Legge Comunitaria 2009 (4 giugno 2010, n. 96 - Disposizioni per l'adempimento di obblighi derivanti dall'appartenenza dell'Italia alle Comunità europee). La legge ha attribuito numerose deleghe al Consiglio dei Ministri, tra cui quella inerente la materia “rinnovabili”, che costituisce l’oggetto della delega stessa.
La scadenza della delega era il 5 dicembre 2010, data prevista dall’Europa come termine ultimo per il recepimento della direttiva su quel tema. Il 30 novembre, lo schema di Dlgs (mai prima circolato per un dibattito tra gli stake-holder) è stato approvato dal Consiglio dei Ministri “in prima lettura”. Definizione quest’ultima piuttosto ambigua, ma evidentemente sufficiente ad assicurare il rispetto formale della scadenza della delega, e quindi a evitare le multe europee.

I pareri non vincolanti

Restavano alcuni aspetti procedurali, che evidentemente il governo intendeva considerare ininfluenti rispetto al merito, e cioè i pareri “non vincolanti” della Conferenza Unificata e delle Commissioni parlamentari. Per guadagnar tempo (e impropriamente), questi due iter sono andati avanti in parallelo, cioè le commissioni non sapevano cosa avrebbero consigliato le regioni, e viceversa. La Conferenza Unificata ha consegnato il proprio documento il 25 gennaio, specificando che il parere poteva essere considerato positivo solo se alcuni punti discriminanti fossero stati accettati, e in particolare la richiesta che tutti i successivi decreti attuativi fossero sottoposti all’accordo con le Regioni stesse.
Le commissioni, ritenendo il problema piuttosto complesso e denso di ‘tecnicalità’, hanno indetto una fitta serie di audizioni: associazioni di categoria, grandi produttori, Autorità dell’Energia, associazioni ambientaliste. Hanno consegnato i pareri in febbraio (Camera il 9 e Senato il 16).
E così, sul tavolo del governo sono affluiti, dopo due mesi circa dalla “prima lettura”, complesse osservazioni e pareri che toccavano e ritoccavano numerosi punti dello schema di Dlgs (vedi lo Speciale in home page).

La sorpresa della nuova bozza

Restava, a questo punto al governo il compito di discutere i numerosissimi e spesso contraddittori suggerimenti ed eventualmente modificare il testo recependo o non recependo i dettagli tecnici (e politici) espressi dal territorio e dal parlamento. Fermo restando – pensavano tutti gli osservatori – che le principali questioni di merito restassero immutate rispetto al primo testo approvato dal Consiglio dei ministri a fine novembre.
Così non è stato: a soli tre giorni dalla probabile discussione finale in Consiglio, è giunta una nuova bozza del Dlgs che non recepisce quasi nulla dei documenti parlamentari, ben poco delle osservazioni dell’Autorità dell’Energia e solo l’indispensabile rispetto alla Conferenza Unificata. E fin qui  siamo nella logica dei “pareri non vincolanti”. 
Ma in compenso il Governo inserisce a sorpresa, diciamo motu proprio, una raffica di novità in grado di mettere in pericolo il sistema di appoggio alle rinnovabili così come era previsto e prevedibile fino a ieri. Si prevede che questo testo venga definitivamente approvato in settimana.

Recepimento contro lo spirito della direttiva

Prima di analizzare molto brevemente il principale punto di allarme (ce ne sono parecchi e tutti dovremo tornarci nelle prossime settimane) sorgono un paio di domande di merito e procedurali:

• Primo quesito: l’intento vero della direttiva Rinnovabili era quello di facilitarne lo sviluppo o di boicottarle?
Ogni stato è libero di decidere autonomamente come e quanto incentivare i diversi settori e le diverse fonti, e una seria pianificazione energetica deve comunque prevedere l’elasticità delle misure di sostegno. Fermo restando, comunque, un principio base di qualsiasi strategia economica e che infatti la direttiva ribadisce: "...Uno strumento importante per raggiungere l'obiettivo fissato dalla presente direttiva consiste nel garantire il corretto funzionamento dei regimi di sostegno nazionali, al fine di mantenere la fiducia degli investitori e permettere agli Stati membri di elaborare misure nazionali efficaci per conformarsi al suddetto obiettivo”.

• Secondo quesito: è corretto, dal punto di vista legislativo, che il Consiglio dei ministri approvi a qualche giorno dalla scadenza della delega un testo di Dlgs che poi viene ribaltato dallo stesso governo a delega ampiamente scaduta? 

La principale novità

Quello sul fotovoltaico non è l’unico intervento preoccupante, ma resta un buon esempio del metodo utilizzato. Si tratta di poche righe inserite nella nuova bozza, che hanno fatto sobbalzare tutti gli operatori del fotovoltaico, fino a ieri preoccupati solo (ed era già parecchio) dei limiti imposti alle aree agricole.

Articolo 23, comma 11, lettera d:
"... nel caso di raggiungimento anticipato dell’obiettivo specifico per il solare fotovoltaico, fissato a 8.000 MW per il 2020 nell’ambito del Piano di azione di cui all’articolo 3, accertato con le modalità del decreto del Ministro dello sviluppo economico 6 agosto 2010 ... è sospesa l’assegnazione di incentivi per ulteriori produzioni da solare fotovoltaico fino alla determinazione, con decreto del Ministro dello sviluppo economico, da adottare di concerto con il Ministro dell’ambiente, sentita la Conferenza unificata, di nuovi obiettivi programmatici e delle modalità di perseguimento....".

Se tale disposizione dovesse essere confermata, il Terzo Conto energia appena partito potrebbe esaurirsi nel corso di pochi mesi. Si prevede infatti che, entro luglio 2011, con l’entrata in funzione di tutti gli impianti completati e non connessi al 31/12/2010, la potenza installata complessiva possa essere pari o superiore a 5.000 MW. Un risultato già molto vicino, quindi, agli 8.000 MW previsti al 2020.
Che il balzo del fotovoltaico ci avesse già portato molto avanti rispetto agli obiettivi 2020 era noto, che gli incentivi dovessero via via via scendere era altrettanto noto. Ma nulla impediva fino a ieri di immaginare una certa gradualità di intervento e intanto, perché no, un aumento degli obiettivi finali, assai modesti per le potenzialità del nostro paese.
La gradualità era già prevista con il varo del Terzo Conto energia a gennaio 2011. Il Dm 6 agosto 2010 prevede (o meglio prevedeva) di incentivare fino a 3.500 MW di nuova potenza fotovoltaica installata. Anche raggiunta tale soglia, però, agli operatori erano concessi 14 mesi per “entrare” nel Conto energia e godere delle tariffe incentivanti:

Dm 6 agosto 2010, art. 3, comma 6 (Conto energia):
“..., hanno diritto alle tariffe incentivanti di cui al presente decreto gli impianti che entrano in esercizio entro quattordici mesi dalle date, comunicate dal soggetto attuatore sul proprio sito internet, nelle quali risultano raggiunti i tetti di disponibilità .... Il predetto termine di quattordici mesi è elevato a ventiquattro mesi per i soli impianti i cui soggetti responsabili sono soggetti pubblici”.

Il nuovo testo del Dlgs bloccherà l’accesso agli incentivi nel momento stesso in cui il contatore GSE segnerà quota 8.000 MW. Non un minuto di più per chi si trovasse a metà del guado delle autorizzazioni, della realizzazione dell’impianto e delle connessioni. E quando sarà? Alcuni dicono pochi mesi....

Ancora una volta dobbiamo sperare che il Presidente della Repubblica abbia qualcosa da obiettare.

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