Nextville - logo

News e articoli

12 Agosto 2011

Una tranquilla vacanza di paura, poi l’autunno delle rinnovabili

(Anna Bruno)

Come se niente fosse, l’Italia si è appisolata nelle meritate ferie estive. Tutto tace e finge il nulla: le televisioni propongono vecchi serial, al massimo ricette e sagre. Pochi minuti di telegiornali frettolosi, confezionati da redazioni estive impacciate, ci comunicano che il mondo è sull’orlo del baratro, poi passano alla pubblicità e ai documentari sui serpenti.

A Milano, per trovare un giornale si deve prendere la macchina e ripassare l’intero quartiere. Lì qualcosa di più viene raccontato, commentato, descritto. Ma con la desolazione di chi – rimasto solo a fare la guardia – vede che alla punta dell’iceberg è proprio attaccato un iceberg.

In questo mare di gommosa indifferenza, il giorno 5 agosto, il governo – in una conferenza stampa che passerà alla storia quanto a chiarezza e incisività – ha indicato quel che si apprestava a fare. E cioè: modifiche costituzionali sul pareggio di bilancio e su liberalizzazioni estreme, nonché l’anticipo di un anno della Manovra appena varata. E a questo scopo ha riconvocato – con calma, una settimana dopo – le Parti sociali e le Commissioni Parlamentari. Appuntamenti nei quali non è in pratica avvenuto nulla, se non l’imbarazzata ripetizione del “grave momento” e della necessità di un forte intervento (con la dovuta partecipazione fattiva di tutte le forze politiche e delle organizzazioni sindacali).
Nessun elemento di proposta sul quanto e sul come di nuove misure: ne sapremo di più (non solo noi, ma le Parti sociali e il Parlamento tutto) forse oggi stesso, forse più tardi chissà, quando il Consiglio dei Ministri approverà un decreto legge con la soluzione.

A ben guardare, gli unici a non fare alcun quadro di merito sul da farsi sono stati, in questi ultimi giorni, i  più importanti rappresentanti del governo. Tutti gli altri (ministri e parlamentari di ogni partito, giornalisti, commentatori, economisti, industriali ecc. tornati precipitosamente dalle vacanze) sembrano avere una propria ricetta, quasi come per la formazione  e lo schema di gioco della propria squadra prediletta. E ognuno la declama per conto suo, davanti a un microfono o su un quotidiano o su facebook.

A parte la desolazione della situazione oggettiva e della gestione politica della stessa, la cosa che colpisce come uno schiaffo in faccia è la totale mancanza di “territori e scenari” di dibattito e di confronto. Abbiamo una Rai smantellata e completamente impreparata a gestire qualunque servizio di informazione, strutture di partito che non hanno più alcun momento aggregativo che faciliti lo scambio di idee. Abbiamo il solito agosto paralizzante. E soprattutto abbiamo un governo che sul piano della concertazione e della trasparenza ha raggiunto il livello peggiore delle sue prestazioni.  

Alcuni dettagli fanno rabbrividire. Il giorno 9 agosto, vigilia del confronto con le Parti sociali, chiunque cercasse sul sito del Ministero del Lavoro qualche informazione o ordine del giorno su questo importante appuntamento non ne trovava traccia. L’ultimo comunicato che vi compariva era del 1° agosto e recitava: “Dopo l'approvazione della manovra, il Governo avvia il confronto con le parti sociali con lo scopo di condividere in particolare le responsabilità degli attori istituzionali, economici e sociali per la crescita dell'economia e dell'occupazione. Dal monitoraggio degli investimenti infrastrutturali, alla riforma fiscale, al credito alle attività produttive, agli accordi sindacali aziendali ed altro ancora, molti sono i temi sui quali Governo e parti sociali possono e devono verificare i modi con cui convergere verso l'interesse nazionale”.  Effettivamente...
Per l’audizione alle Commissioni parlamentari, invece, l’ordine del giorno era chiaramente espresso nelle dichiarazioni  e siti ufficiali: il Ministro riferirà sulle “linee di intervento in base alle quali il governo intende configurare la propria iniziativa legislativa in merito all'introduzione del principio di pareggio del bilancio”. Esaustivo.

Poiché null'altro di chiaro si è delineato nel frattempo, in attesa del decreto legge con la soluzione bell’e pronta, non resta che commentare i tre punti che sono stati sollevati ufficialmente.


Pareggio di bilancio, per legge

Che gli altri (l’Europa) ci chiedano l’obbligo di pareggio è ovvio: se devono aiutarci a pagare i nostri debiti, non si fidano del fatto che spendiamo più di quanto guadagniamo. E’ la logica ferrea del padre che si rifiuta di pagare i debiti di gioco del figlio scavezzacollo. Ma è una logica piuttosto miope se allargata a tutte le spese della famiglia. Se ad esempio ci si deve indebitare per mandare il figlio (rinsavito) all’università, la prospettiva cambia: si corre un rischio a fronte di un maggior beneficio futuro. Se poi invece della famiglia si prende in esame un’impresa, la logica diventa ancora più netta: quale ditta o società o multinazionale potrebbe mai basare il proprio sviluppo su una rigida parità tra entrate e uscite di un esercizio? Nei momenti difficili è meglio licenziare e chiudere oppure farsi finanziare nuovi progetti e nuovi sbocchi? Ovviamente non vi è una regola generale, né per le famiglie né per le imprese. E nemmeno per il bilancio dello stato appare opportuna una simile forzatura.

Al proposito è interessante ricordare che – pur essendo il riconosciuto ispiratore della regola della copertura di nuove spese con corrispondenti entrate, poi sancita nella Costituzione – già Luigi Einaudi avversava il principio della parità di bilancio, considerandola un inutile mito. Ecco uno stralcio significativo:

«...il  fatto che, per ammissione dello stesso Einaudi, la regola della copertura di nuove spese fosse stata già introdotta nel 1947 non deve però far pensare che l'intento sia stato quello di sancire, sia pure implicitamente, nella carta costituzionale il principio del pareggio di bilancio. La questione era stata affrontata nel 1946 nel rapporto redatto per la Costituente dalla Sottocommissione Finanza di cui erano membri, tra gli altri, Ezio Vanoni e Sergio Steve. Il rapporto, che trovava concorde Einaudi, sosteneva la necessità di guardare all’equilibrio tra attività finanziaria ed attività economica per valutare l’opportunità della spesa pubblica, i cui effetti si dispiegavano in un intervallo di tempo che non poteva restringersi al singolo esercizio finanziario: per cui appariva artificioso considerare il conseguimento dell’equilibrio di bilancio "puntualmente in ciascun esercizio e non piuttosto in periodi più lunghi" (Commissione economica, 1946). Inoltre, era chiarito il senso dell’equilibrio finanziario: che andava inteso non come semplice equilibrio formale tra entrate e spese, ma come "equilibrio tra attività finanziaria ed attività economica in genere", così da "accertare se la politica delle spese e quella delle entrate siano bene indirizzate, se il pareggio del bilancio sia effettivo, se gli espedienti messi in essere per conseguire tale pareggio siano effettivamente idonei allo scopo". L’intero percorso di formazione del bilancio non poteva dunque esaurirsi in una questione di contabilità, ma andava ricondotto alla relazione tra stato ed economia. Ed i mezzi ed i fini con cui si realizzava tale relazione erano l’oggetto del confronto tra potere legislativo e potere esecutivo.»
(tratto da “Luigi Einaudi e il mito del pareggio di bilancio” di Massimo Paradiso, Università di Bari)
http://www.scuolaeconomiatorino.unito.it/paper/paperParadiso.pdf

Se questa richiesta europea è davvero vincolante (non sappiamo nulla di ciò che l’Europa ha  davvero mandato a dire al governo), non si potrà forse fare a meno di avviare anche un iter di cambiamento costituzionale, che diventerà un ulteriore ostacolo a qualsiasi politica di sviluppo. La vera assurdità è che questo sia stato, e continui ad essere, il punto principale posto all’attenzione del Parlamento e del Paese, quando già la situazione era diventata di estremo pericolo per l’intera economia. 

Continuiamo a guardare l’aspetto metodologico di questo processo decisionale: è offensivo che in una comunicazione formale del Ministro dell’economia venga bisbigliato che la BCE ha fatto richieste pesanti e massimamente condizionanti, ma che contemporaneamente tali richieste non siano riferibili perché riservate. Come si direbbe all’amico che fa pettegolezzi maligni su un comune conoscente: o taci o parli chiaro, assumendoti le responsabilità di ciò che dici. Vengono parecchi dubbi su come la Banca centrale europea possa averci chiesto di modificare la Costituzione, o di abolire il divieto di licenziamento.


Tutto libero tranne ciò che è vietato

Se abbiamo capito bene, l’altro tema sul quale dovranno muoversi subito le Commissioni Parlamentari (perché anch’esso implica una modifica costituzionale) è il principio di rendere possibile tutto ciò che non è espressamente vietato dalla legge.

Non è una novità, e certamente non sta nelle richieste della BCE. Già nel gennaio di quest’anno il Premier dichiarava: "Bisogna liberare definitivamente l’Italia dalla mentalità assistenzialista e statalista che deprime lo sviluppo, ostacola gli investimenti e la creatività dei mercati, distrugge ricchezza e lavoro, minaccia il futuro delle giovani generazioni... Venerdì prossimo iscriverò all’ordine del giorno del Consiglio dei Ministri la proposta di riforma costituzionale in senso liberalizzatore dell’articolo 41, già definita dal Ministro dell’Economia: in sei mesi dobbiamo arrivare a stabilire che è lecito intraprendere e fare tutto quello che non è espressamente vietato dalla legge.”

II cittadino normale prova spavento di fronte ad una affermazione simile. C’è forse qualcosa di buono e bello (o utile o costruttivo) che oggi non si può fare e che invece questa strana liberalizzazione ci consentirà? Sarebbe importante che il governo, e il Premier stesso ci facessero subito alcuni esempi. In caso contrario, al cittadino normale possono venire in mente solo cose piuttosto sgradevoli. Sappiamo ad esempio che su un autobus è severamente vietato parlare al conducente, ma probabilmente nessun regolamento specifica che nello stesso bus non si possano cucinare gli spaghetti o defecare sui sedili.
Dovrebbe essere cosa nota che la legge (scritta) norma solo i casi specifici in cui un comportamento rischia di ledere un diritto altrui.  Ma la convivenza sociale non si basa solo sui codici e sugli apparati giuridici sanciti dal Parlamento e dai governi. Vi sono norme non scritte che hanno valore di legge e alle quali nessuna civiltà dovrebbe mai abdicare. 

E’ sufficiente Wikipedia a ricordarci che “la consuetudine è una fonte del diritto. Essa consiste in un comportamento costante ed uniforme, tenuto dai consociati con la convinzione che tale comportamento sia doveroso o da considerarsi obbligatorio”.

Se ci tolgono le consuetudini della vita civile come riferimento etico e comportamentale, saremo costretti ad una superproduzione di norme e cavilli che regolino specificamente la materia che prima chiamavamo educazione, rispetto, riconoscimento dell’altro. Sarà necessario approntare infiniti elenchi di ciò che è proprio vietato fare in autobus e in tutte le altre circostanze.
Ovviamente non è a questo che pensa il Premier, ci deve essere dell’altro e più interessante, ma è davvero utile che ce lo spieghi meglio. Così siamo solo all’obbrobrio.

Anticipare di un anno la manovra

Superate queste finzioni, eccoci al punto. Come si quantifica il problema che si deve risolvere? Quanto costa? Che tempi ci sono?  
Ancor prima che il Ministro dell'economia lo accennasse durante l’audizione, risultava già evidente che il semplice anticipo di un anno delle appena varate “disposizioni urgenti per la stabilizzazione finanziaria” non sarebbe più bastato a risistemare le cose.
Nessuno ufficialmente ha fatto cifre, non si ha nessuna idea del malloppo richiesto.

Certo non è facile quantificare: ogni giorno che passa dimostra che i tagli decisi una settimana prima possono non bastare più. Ma è appunto questo il compito di chi governa un bilancio dello Stato, o un qualsiasi bilancio aziendale o familiare: creare uno scenario del problema, contemporaneamente indicarne i possibili elementi peggiorativi e migliorativi, scadenziare tutte le variabili, poi decidere i rimedi immediati e delineare quelli successivi. Si chiama strategia, anziché panico e confusione.

Dunque abbiamo capito (leggendo i giornali e i commenti degli specialisti, non certo grazie alle comunicazioni istituzionali) che per salvare l’economia i tagli della prima Manovra dovranno essere assai incrementati. Sempre i giornali parlano di 20/30 miliardi da mettere sul tavolo già entro il 2013. Non sappiamo da dove scaturiscano questi conteggi, ma ci si domanda se questa dovrebbe rappresentare una tranche aggiuntiva alla precedente (che era di 40/60 miliardi) o se tutto l’impianto  della “vecchia manovra” è già carta straccia e andrà dimenticato. 

Giacché le “disposizioni urgenti” sono pur state varate, molti si aspettavano che da quelle almeno si cominciasse a ragionare. In realtà la materia è sommamente ingarbugliata e sembra quasi impossibile risolvere tecnicamente “quella” manovra con l’anticipo di un anno. Come è ormai noto, la manovra era infatti studiata in modo tale da rimandare tutto ad altri provvedimenti, rispetto al merito, al metodo e alla forma.
Ad esempio: uno dei trucchi base consisteva nel disporre che uno dei principali tagli lineari (il 30% di riduzione, nell’arco del 2013 e del 2014, di tutte le 483 facilitazioni fiscali esistenti ) dovesse intervenire solo qualora entro il 30 settembre 2013, non fosse effettivamente varata e operante una riforma del welfare in grado di limitare in quantità analoghe la spesa statale. In pratica si assumeva di avere almeno un anno di tempo per procedere alla riforma del sistema fiscale e/o pensionistico.
Questa ipotesi essendo scomparsa, il taglio lineare dovrebbe cominciare nel 2012 ( –5%) e perfezionarsi nel 2013 (–15%). Ma la messa a punto della complicata riduzione progressiva delle facilitazioni fiscali – che dovrebbe garantire 20/30 miliardi – richiede un lavoro procedurale impensabile in un tempo ristretto (basti pensare a ciò che dovrebbe fare l’Agenzia delle Entrate per ristrutturare 483 misure – dall’Iva, alle accise, alle detrazioni – per rendere operativo il nuovo schema dall’inizio del prossimo anno fiscale). 

Ricordiamo che per quanto riguarda il settore delle rinnovabili, questa misura tocca ‘solo’ le detrazioni fiscali 36% e 55% (ristrutturazioni e risparmio energetico), il credito d'imposta sulle reti di teleriscaldamento, l’esenzione dall'accisa sull'energia prodotta da alcune categorie di impianti e l’Iva agevolata ai settori che attualmente ne godono (vedi riferimenti).


L’autunno delle rinnovabili

Dunque è evidente che si dovrà mettere mano a tagli grossi e facili. Superando il già gramo concetto di taglio lineare, sarà necessario ricorrere a vere e proprie amputazioni lineari, e nei settori più facili. In realtà è probabile che tutte le opzioni di cui si mormora in questi giorni dovranno essere messe in gioco contemporaneamente (pensioni, sistema sanitario, “contributi di solidarietà”, sorvoliamo sul finto dibattito sulle patrimoniali). L’unica cosa certa è che qualsiasi riforma strutturale ce la possiamo dimenticare ancora una volta: troppo difficile, non c’è tempo, la patria chiama.

Questo è il quadro entro il quale dovrebbero nascere, tra pochissimo, le norme di attuazione sull’incentivazione alle rinnovabili e all’efficienza energetica. Entro la fine di settembre i Ministeri preposti dovrebbero predisporre i decreti attuativi che regoleranno il settore nei prossimi anni.
C’è da dubitare che siano in grado di farlo con la necessaria lungimiranza, perché la materia si avvita negli stessi identici tessuti (e tempi) del risanamento di bilancio. Anche se  l’incentivazione non prevede denaro pubblico, risulterà difficilissimo caricare cittadini e aziende di un fardello in più.

L’unica vera speranza è che la nostra governance, nel suo insieme, abbia un tardivo sussulto di raziocinio e di intelligenza, e capisca che la green economy – insieme alla ricerca e alla cultura che ne sono i presupposti – resta uno dei pochi punti forti sui quali il nostro paese può giocare.
Data la situazione, è indispensabile (i-n-d-i-s-p-e-n-s-a-b-i-l-e) che gli operatori del settore si mobilitino in modo creativo ed efficace. Rinunciando alle tristi beghe che contrappongono inutilmente i diversi interessi e le diverse sigle associative. Facendosi carico di un problema che è culturale prima ancora che economico. Che è collettivo e di civiltà, prima ancora che aziendale o professionale. Serve pensare, discutere, incontrarsi, farsi venire idee e provare a metterle in pratica.
Nextville, e la casa editrice tutta, sono a disposizione.
 

Condividi:
© Copyright riservato - riproduzione vietata Edizioni Ambiente Srl, Milano
La pirateria editoriale è reato ai sensi della legge 18 agosto 2000 n. 248
Annunci Google