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3 Aprile 2012

Un po’ più di energia nella gestione delle politiche energetiche

(Anna Bruno)

Non è compito di questo sito schierarsi ideologicamente a favore o contro le scelte politiche che vengono via via prese in materia di energia e di energie rinnovabili.

Ma un ruolo che certamente ci siamo assunti è quello di cercare di comprendere il senso di questi orientamenti, chiarendone i principali aspetti metodologici e le diverse ricadute economiche e sociali.
Si è molto facilitati nel non prendere posizioni nette, per il semplice fatto che da molto tempo una politica energetica in Italia non esiste: negli ultimi anni abbiamo avuto – in parallelo – una forte spinta verso il nucleare, una forte spinta verso nuove centrali  tradizionali, una forte spinta verso le rinnovabili. Il denominatore comune sembrava essere la necessità di non dipendere massicciamente dall’estero, ma nessuno pare aver fatto i conti sull’effettivo fabbisogno reale nei diversi scenari dello sviluppo (crisi compresa) e sulle conseguenze di tutti questi impulsi contemporanei.
Fortunatamente, ma certo non per volere governativo, l’ipotesi nucleare è stata azzerata. Nel frattempo si è avviata la costruzione di nuove centrali termoelettriche, ma molte sono ora bloccate. E intanto c’è stato il boom delle rinnovabili, con le conseguenze che ora analizzeremo.
Apprendiamo ora anche dalle prime pagine dei giornali (ma tutti gli elementi erano già noti) che in pratica l’offerta di energia elettrica supera la domanda, ma ciò – lungi dal fare scendere i prezzi – li fa salire con brusche impennate. E infine scopriamo che la colpa di tutto ciò è da attribuire alle rinnovabili.

Se la diagnosi finale è questa, c’è qualcosa che non va. Molte analisi si possono fare, ma sicuramente non si può avallare il concetto che se si paga troppo l’energia elettrica, la colpa è delle rinnovabili. Perché da una conclusione affrettata di questo tipo discenderebbe automaticamente lo stop ad uno dei pochi  settori che incarnano l’obiettivo di un cambio strutturale della vecchia economia basata sui poteri centralizzati: e cioè importazioni massicce di materie prime fossili, mega produzioni, distribuzione gestita dall’alto e dipendenza totale del territorio da tutte queste schiere di alleanze e interessi giocati ad altissimo livello. Le rinnovabili non sono né una moda né simpatici gadget per cui fare il tifo: sono un modello di produzione energetica diffusa e – in quanto tale – più autonoma, democratica e partecipativa. Ma poiché implicano profonde trasformazioni negli assetti economici costituiti e chiamano il territorio a una seria gestione di beni collettivi (il paesaggio, l’agricoltura, il clima), ancora più delicato è il ruolo che la governance deve dedicare al passaggio da un modello all’altro, soprattutto data la fase recessiva in cui ci troviamo. 

Sarebbe utile riconoscere che ci sono stati marchiani errori di valutazione e di programmazione energetica generale, e che alcuni interessi parziali ben rappresentati – sia nel campo delle energie fossili che di quelle green –  hanno avuto la meglio su quelli dell’utilità collettiva. E soprattutto dovremmo ricordare che chi aveva la responsabilità di gestire la più importante partita economica del nostro sistema sociale si è, per così dire, profondamente distratto.
Facciamo alcuni ragionamenti.

Errori di valutazione degli incentivi

Tra la metà del 2009 e la metà del 2010 è stato fatto un pasticcio sulle incentivazioni, e in particolare sul fotovoltaico.  Nel 2009, quando si discuteva della riorganizzazione di questi incentivi, i prezzi degli impianti fotovoltaici sui quali era tarato il Secondo Conto energia del 2007 erano già scesi tanto da poter giustificare un notevole ridimensionamento delle tariffe incentivanti. Ma tale ridimensionamento (il Terzo Conto energia) è rimasto nel cassetto fino all’agosto 2010 e rimandato nell’applicazione fino al gennaio 2011.
Questo ritardo nel correggere la sovra-incentivazione, ha portato al boom del fotovoltaico nel 2010 e 2011 e al picco di costo del Conto energia  (poco meno di 6 miliardi di euro) che oggi stiamo per scontare. Sembra utile far notare che – comunque – non si tratta di una colpa del settore delle rinnovabili, ma di un errore grave di politica energetica.

Arrivati ai primi mesi del 2011 ci si è accorti che anche il ridimensionamento previsto non bastava più, dunque dopo pochissimi mesi dall’entrata in vigore del Terzo conto energia si è decretato un violento stop ai grandi impianti e il passaggio all’assai più rigoroso Quarto conto energia. Con qualche distinguo, però, perché il settore non aveva gradito il brusco passaggio: dunque ad un grosso numero di impianti che al 31 dicembre 2010 risultavano sì realizzati, ma non ancora connessi, veniva comunque concesso di beneficiare delle alte tariffe previste addirittura dal Secondo Conto energia (grazie ad un articolo introdotto impropriamente all'ultimo momento nel cosiddetto "Salva-Alcoa").

Ma ecco l’errore nell’errore: non si sapeva quanti erano questi impianti “fatti salvi” e quanta energia incentivata sarebbe entrata nel conteggio complessivo degli incentivi. Lo si è saputo, con certezza solo nell'autunno del 2011: in pratica dell’intero Quarto conto energia, da poco avviato e che sarebbe dovuto durare fino al 2016, non restavano più che pochi spiccioli (piccoli impianti integrati sui tetti e qualche apertura per le Pubbliche Amministrazioni).

Sembra, nelle ultime settimane, che ci siano ormai molte difficoltà anche a mantenere in vita il Quarto conto energia, dedicato ormai solo ai piccoli impianti. E infatti circolano bozze fantasma di un Quinto Conto energia.

Questa prassi delle bozze via via smentite o semi-confermate dall’uno o dall’altro ministero è innegabilmente grave. Da sei mesi si rincorrono voci e bozze sui decreti agli incentivi alle rinnovabili elettriche e termiche. Quando è arrivata la non-bozza sul fotovoltaico, l’intero settore ha avuto una crisi di nervi.
Abbandonandosi per un attimo al pettegolezzo: il Ministero dello Sviluppo ha smentito categoricamente che le bozze del Quinto Conto energia siano di provenienza Enel. Resta il fatto che i testi (su carta intestata del Ministero) sono stati elaborati sul computer di una funzionaria di quell’azienda.
Sarebbe stato più serio, anziché invocare manomissione informatica, sdrammatizzare il fatto: è noto a tutti che il Ministero dello Sviluppo si avvale delle consulenze di Enel, nulla vieta che “passino” materiali di lavoro e di studio. Certo sarebbe più garbato che si evitasse l’uso della carta intestata governativa ovvero che, quando si lavora sotto mentite spoglie, ci si ricordasse di togliere dai file i segni della propria identità. 

Il punto dello sconto e lo sconcerto degli operatori

A partire da aprile-maggio ci sarà un forte aumento delle nostre bollette elettriche. Gli aumenti sono in buona parte da attribuire alla “componente A3” (il costo delle rinnovabili in bolletta). Ed è questo il modo in cui all’opinione pubblica arrivano gli estremi del problema delle rinnovabili, riassunti dai giornali con le diverse opinioni dei dicasteri interessati su come affrontare questo carico abnorme.

Prima considerazione: è normale che la politica energetica di un paese venga proposta ai cittadini (alla stampa, alla classe politica) a partire dall’aumento della “componente A3” attesa nel mese prossimo?
Da quanto tempo si sa perfettamente che la componente A3 stava esplodendo e andava trovata una soluzione? L’Autorità per l’energia già negli scorsi anni metteva in guardia sul trend minaccioso di questi aumenti (e la relazione di quest’anno è ancora più allarmante, vedi riferimenti), ma non si è mai sognata di “consigliare” uno stop alle incentivazioni, come invece da più parti si sente dire. 

Ha invece più volte richiamato l’attenzione sulla necessità di attribuire più correttamente i costi alle relative partite (ad esempio evitando di far passare come aiuti alle rinnovabili anche le cosiddette “assimilate” del CIP6, che nulla hanno di rinnovabile). Ha soprattutto invitato il governo a studiare un modo più equo di ridistribuzione dell’incentivazione, facendolo rientrare nella fiscalità generale. Infatti, attribuire in bolletta in modo proporzionale a tutti (ricchi e poveri, cittadini e imprese) molti miliardi di euro di costi, è una manovra scorretta sul piano dell’imposizione fiscale, che penalizza ingiustamente i consumatori dotati di minor reddito.

Pare adesso che nella delega fiscale sia inserita una possibile “carbon tax”. Notiamo sommessamente che prospettare in questo momento l’arrivo di una nuova tassa senza spiegare con chiarezza se e come essa andrebbe a sostituire la componente A3 delle bollette, è una mossa piuttosto incauta.

Seconda considerazione: se il terreno di scontro diventano le bollette, tutti gli altri corni del problema vengono rapidamente azzerati. Come ci ricordano il Kyoto Club e Legambiente, le rinnovabili italiane sono arrivate a produrre a sufficienza da coprire tutti i consumi elettrici delle famiglie (cioè più del 25% dei consumi elettrici complessivi del paese).
Sono stati fatti degli errori nell’incentivazione, che purtroppo peseranno sui consumatori, ma intanto abbiamo all’attivo un nuovo parco di impianti che producono energia senza “carburante”, o meglio con un carburante che deriva direttamente dal sole, dall’acqua e dal vento. Questo risultato non va dimenticato.

Inoltre, come ci ricorda il senatore Francesco Ferrante “occorre una serena riflessione sul beneficio diretto sul prezzo dell’elettricità apportato dagli impianti fotovoltaici in Italia: nel 2008, con un prezzo del petrolio simile a quello attuale e con pochissima elettricità da fotovoltaico, il prezzo unico nazionale era di 0,087 €/kWh, mentre nel 2011 si è abbassato a 0,072 €/kWh. Il prezzo diminuisce perché scende fortemente il prezzo di punta dell’elettricità nelle ore mattutine, quando la produzione è sempre più legata al fotovoltaico. E se guardiamo cosa sta succedendo quest'anno in una giornata-tipo, il prezzo medio dell’elettricità è di 0,078 €/kWh e il prezzo massimo di 0,091 €/kWh (prezzo però registrato alle 18, ovvero in assenza di fotovoltaico). Sebbene ci sia stata una contrazione della domanda, il trend è comunque innegabile: il fotovoltaico è il calmiere del costo dell'energia elettrica in Italia”.

I Piani di azione

Ultima considerazione: che fine ha fatto il dibattito sull’energia proprio nel momento in cui – sgominato il nucleare – c’è più necessità di capire come ci si deve muovere?
Proprio oggi è uscito, con ritardo di anni, il decreto sul Burden Sharing che indica gli obiettivi regionali in materia di rinnovabili. Fin da subito le Regioni dovranno gestire questi obiettivi, rivedere – o consolidare – i criteri di utilizzo del proprio territorio, quindi la mappatura dei siti idonei o non idonei ai vari impianti, i vincoli particolari e le eventuali modifiche in merito alle autorizzazioni.

Il Burden Sharing è basato sul primo
Piano di azione per le energie rinnovabili, redatto nel 2010, ma l’attuale decreto è già in parte superato dalla realtà, giacché il primo step intermedio è fissato al 2012, e su quello ben poco si potrà fare. Resta comunque vero che a decorrere dal 2013, il Ministero dello sviluppo economico dovrà provvedere, “entro il 31 dicembre di ciascuno anno, alla verifica per ciascuna regione e provincia autonoma della quota di consumo finale lordo coperto da fonti rinnovabili, riferita all’anno precedente”.

Ma per le Regioni e gli Enti locali, come per le forze imprenditoriali e i cittadini, c’è da troppo tempo un grande assente, e cioè un Piano nazionale dell’energia nel quale iscrivere – e via via aggiornare – il ruolo strategico, la quantità e qualità delle rinnovabili e dell’efficienza energetica. Sarà difficile continuare a considerare questi elementi una rotaia collaterale e secondaria dello sviluppo, da normare e gestire separatamente da tutto il resto dell’approvvigionamento energetico. Le rinnovabili hanno dei costi, soprattutto nella fase di investimento, ma portano anche notevolissimi vantaggi - in termini ad esempio di gettito fiscale del nuovo settore - e minori costi futur. Dunque si vorrebbe poter confrontare questi dati in un bilancio prospettico generale.

Sorvolando – per bonomia – sulle responsabilità di disinformazione e di gestione del problema di chi ha retto le sorti del Paese fino a pochi mesi fa, appare comunque inquietante che anche il nuovo governo non abbia dato conto in alcun modo di come si intenda affrontare lo spinoso tema dell’energia nello scenario prossimo futuro. 
Si sono aperti numerosi tavoli e svariati confronti su quasi tutti i problemi che ci affliggono, dalla giustizia al lavoro, dalle modifiche costituzionali alle liberalizzazioni, tutte materie sulle quali l’Europa ci sprona a svecchiarci. Ma non ci sono tavoli aperti e confronti in corso sul latitante Piano energetico. E non c’è nemmeno alcuna dichiarazione o documento di provenienza governativa sul quale sia possibile aprire un dibattito e farsi delle opinioni, ancorché divergenti.
Certo, non è strettamente compito di un governo di brevissimo corso impostare le strategie energetiche di lunghissimo corso, ma il Paese (i politici, gli imprenditori, gli operatori e la gente stessa) ha bisogno almeno di conoscere le alternative possibili e di prepararsi ai diversi scenari. C’è disperato bisogno di discutere il ruolo che la green economy, e dunque le rinnovabili e l’efficienza energetica, dovranno avere nei prossimi anni. E su questo punto le richieste dell’Europa sono altrettanto perentorie e forse più significative per le generazioni a venire di quelle sull’articolo 18. 

Invece siamo qui tutti a discutere di un brutto rialzo dei prezzi dell’elettricità e perdiamo, per l’ennesima volta, il filo del discorso.

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