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Sentenza Tar Campania 18 giugno 2018, n. 4041

Energie rinnovabili - Impianto eolico - Autorizzazione unica ex articolo 12 Dlgs n. 387/2003 - Riapertura Conferenza dei servizi con esito negativo - Applicazione sopravvenuti nuovi criteri aree non idonee eolico ex Dgr nn. 532 e 533 del 2016, anteriormente al rilascio dell'Autorizzazione unica - Legittimità

E' legittimo il comportamento della Regione che, successivamente alla chiusura positiva della conferenza dei servizi, decida di riaprirla per tenere conto delle nuove disposizioni normative.
Con sentenza n. 4041 del 18 giugno 2018, i giudici del Tar Campania hanno respinto il ricorso di un’azienda che si è vista negare il rilascio dell’Autorizzazione unica per un impianto eolico da 59,99 kW, sulla base dei criteri contenuti nelle Dgr 533/2016 e 532/2016, con cui la Regione Campania aveva individuato - rispettivamente - le aree non idonee e gli indirizzi per la valutazione degli impatti cumulativi per impianti eolici sopra i 20 kW.
Il diniego della Regione è arrivato in seguito alla riapertura della conferenza dei servizi, dopo che la prima si era conclusa con esito positivo ma precedentemente al rilascio dell’Autorizzazione unica. Il sopravvenire della due citate delibere regionali richiedeva ulteriori integrazioni progettuali, dalla cui valutazione era emerso un nuovo parere conclusivo (questa volta, di segno negativo).
Secondo i giudici, è pienamente “legittimo che la Regione, successivamente all'adozione delle delibere nn. 532 e 533 del 2016, pretenda di applicarne le disposizioni ai procedimenti non ancora conclusi col rilascio dell'autorizzazione unica (…)”.

Testo vigente oggi 26/04/2019

Tar Campania
Sentenza 18 giugno 2018, n. 4041

 

Repubblica italiana

In nome del popolo italiano

 

Il Tribunale amministrativo regionale della Campania

(Sezione Settima)

 

ha pronunciato la presente

 

Sentenza

 

sul ricorso numero di registro generale 3264 del 2017, proposto da O.S. Srl, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall'avvocato (omissis);

 

contro

Regione Campania, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentata e difesa dall'avvocato (omissis);

Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo, in persona del legale rappresentante pro tempore, rappresentato e difeso ex lege dall'Avvocatura distrettuale Napoli, con domicilio digitale come da pec nei Registri di Giustizia;

Soprintendenza Archeologica, Belle Arti e Paesaggio per le Province di Caserta e Benevento, Comune di Colle Sannita non costituiti in giudizio;

 

per l'annullamento

a) della nota protocollo n. 381785 del 30 maggio 2017 della Regione Campania, Direzione Generale 02 Sviluppo Economico e Attività Produttive, UOD 03 con cui l'Amministrazione, per effetto delle Dgr 533/2016 e 532/2016 (con le quali la Regione Campania ha individuato rispettivamente, nella prima, le aree non idonee alla realizzazione degli impianti eolici con potenza superiore a 20 kW e, nella seconda, gli indirizzi per la valutazione degli impatti cumulativi degli impianti eolici con potenza superiore a 20 kW), riapriva la Conferenza già conclusasi con esito positivo in data 24 marzo 2016, convocando una nuova riunione al 20 giugno 2017 e richiedendo: ulteriori integrazioni progettuali, un nuovo parere di valutazione ambientale e ciò al fine di esprimere nuovo parere conclusivo;

b) della nota Mibact protocollo 8733 del 20 giugno 2017 con la quale, la Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio Caserta (oggi unificata), nonostante i pareri favorevoli già espressi della Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio per le province di Caserta e Benevento, protocollo 4580 del 3 agosto 2015 e protocollo 1259 dell'1 febbraio 2016 e della Soprintendenza Archeologia della Campania protocollo 284 dell'11 gennaio 2016, acquisite nell'ambito della conferenza dei servizi, chiedeva integrazioni di elaborati progettuali (tra l'altro, già in proprio possesso) e la valutazione degli impatti cumulativi redatta ai sensi della Dgr 532/2016;

c) del verbale del 20 giugno 2017, trasmesso con nota protocollo 439335 del 26 giugno 2017 della Regione Campania, Direzione Generale 02 Sviluppo Economico e Attività Produttive, UOD 03, di esito della Conferenza di servizi convocata nell'ambito del procedimento di autorizzazione ex articolo 12 Dlgs n. 387/2003 per la realizzazione di un impianto eolico di 0,059 MW nel Comune di Colle Sannita (Bn), foglio 34, particella 328, (impianto denominato Col. 6) con cui il responsabile del procedimento chiudeva con esito negativo la Conferenza già conclusasi positivamente (come da verbale protocollo n. 216761 del 30 marzo 2016);

d) delle delibere Giunta Regione Campania n. 532/2016, 533/2016 e del successivo decreto dirigenziale della Direzione Generale Sviluppo Economico e le Attività Produttive — UOD Energia e carburanti n. 442 del 5 dicembre 2016, nella parte in cui ledono gli interessi della ricorrente e aggravano l'iter autorizzativo relativo alla conferenza dei servizi già conclusa con esito positivo.

e) di ogni altro atto e/o provvedimento presupposto, connesso e conseguente, se ed in quanto lesivo degli interessi della ricorrente.

 

Visti il ricorso e i relativi allegati;

Visti gli atti di costituzione in giudizio della Regione Campania e del Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo;

Visti tutti gli atti della causa;

Relatore nell'udienza pubblica del giorno 5 giugno 2018 la dottoressa (omissis) e uditi per le parti i difensori come specificato nel verbale;

Ritenuto e considerato in fatto e diritto quanto segue.

 

Fatto e diritto

1. Con ricorso notificato il 28 luglio 2017 e depositato l'1 agosto 2017, la società O.S. ha impugnato gli atti in epigrafe specificati, relativi al procedimento di autorizzazione ex articolo 12 Dlgs n. 387/2003 — avviato a seguito della presentazione di istanza del 22 luglio 2015 -, avente ad oggetto la realizzazione di un impianto eolico di 59,99 KW nel Comune di Colle Sannita (Bn), nell'area distinta al catasto al foglio 34, particella 328, impianto denominato Col. 6.

Espone la ricorrente che:

— la Regione, in data 14 dicembre 2015, dopo il decorso del termine massimo per la conclusione del procedimento unico che, ai sensi del combinato disposto dell'articolo 14 ter, comma 3, legge n. 241/1990 ss.mm.ii. ed articolo 12, comma 4 del Dlgs 387/2003 e ss.mm.ii., non poteva essere superiore a novanta giorni, ha convocato la conferenza di servizi per la seduta del 14 gennaio 2016;

— l'impianto in questione è escluso dalla procedura di verifica di assoggettabilità a Via;

— il sito interessato dal progetto non è assoggettato a vincoli paesaggistici e non è interessato da procedura di tutela ai sensi del Dlgs 42/2004 come confermato dalle Autorità competenti. Riferisce a riguardo di aver chiesto alla Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio e a quella Archeologica, con nota del 17 luglio 2017, la verifica della sussistenza di procedimenti di tutela ovvero di procedure di accertamento della sussistenza di beni archeologici in itinere sulle aree oggetto di intervento, inviando con raccomandata del 16 settembre 2015 gli elaborati amministrativi – regionali. La Soprintendenza Belle Arti e Paesaggio ha espresso l'assenso con nota del 15 gennaio 2015 e la Soprintendenza Archeologica ha espresso parere favorevole con nota dell'11 gennaio 2016, confermato con successiva nota del 22 marzo 2016;

— la conferenza di servizi si è conclusa, in ritardo sia per la convocazione dopo i termini massimi sia a causa dell'aggiornamento della prima seduta per la richiesta di acquisizione di ulteriori pareri (ritenuti non dovuti dall'esponente), con esito positivo come da verbale protocollo n. 216761 del 30 marzo 2016;

— la Regione Campania, solo dopo la presentazione di ricorso ex articolo 117 Codice del processo amministrativo di cui al ruolo generale 1426/2017, invece di adottare il provvedimento conclusivo di rilascio dell'autorizzazione unica, con la nota protocollo n. 381785 del 30 maggio 2017, per effetto delle Dgr 533/2016 e 532/2016, ha riaperto la conferenza di servizi, conclusa con esito positivo in data 24 marzo 2016, richiedendo ulteriori integrazioni progettuali e un ulteriore parere di valutazione ambientale, al fine di esprimere un nuovo parere conclusivo;

— all'esito della riunione del 20 giugno 2017, la conferenza di servizi si è chiusa con esito negativo.

2. — Avverso tale determinazione conclusiva la ricorrente deduce la violazione e falsa applicazione della Costituzione, della legge e l'eccesso di potere sotto vari profili.

2.1. — Lamenta, in particolare, il difetto di motivazione e l'inesistenza dei presupposti, per avere la Regione disatteso le posizioni in precedenza espresse dalle amministrazioni coinvolte nel procedimento, limitandosi a chiudere con esito negativo la conferenza di servizi, in conformità a quanto previsto dalla Dgr n. 533/2016.

Sostiene l'inapplicabilità della delibera richiamata, oltre che della Lr n. 6/2016, di cui la Dgr 533/2016 costituisce attuazione, per decorso dei termini di legge.

Richiama l'ordinanza di questo Tar n. 1773/2017 con cui è stata sollevata questione di legittimità costituzionale delle disposizioni regionali. In ogni caso assume la inapplicabilità delle suddette al caso in esame, essendosi conclusa la conferenza di servizi positivamente in data antecedente.

2.2. — Contesta alla Regione di aver agito in spregio al principio di non aggravamento del procedimento, nonché in violazione dell'obbligo di provvedere, dei principi di semplificazione dell'azione amministrativa, di irretroattività, del tempus regit actum, di proporzionalità e di non discriminazione. Lamenta la lesione dellegittimo affidamento ingenerato dall'esito positivo della conferenza del 24 marzo 2016.

3. — Ritiene che la nota di riconvocazione della conferenza di servizi sia affetta anche dai vizi di illegittimità derivata da quella delle delibere di Giunta regionale n. 532 e 533 e del decreto dirigenziale n. 442/2016, anche per la dubbia costituzionalità delle relative disposizioni, come già emersa nel ricorso di cui al ruolo generale 341/2017.

Censura gli atti regionali per aver interferito con la normativa in materia di ambiente di competenza statale, ponendosi i primi in contrasto con le previsioni del Dlgs 152/2006 e del Dm 52/2015, Dm 10 settembre 2010, Dlgs 42/2004 e Dpcm 12 dicembre 2015.

3.1. — Ritiene, in particolare, la Dgr 532/2016 affetta da vizi, per aver introdotto nuovi e diversi limiti, inerenti la valutazione degli impatti cumulativi, rispetto a quelli in precedenza necessari e per aver esteso indiscriminatamente il campo di applicazione della delibera regionale a tutti gli impianti eolici superiori a 20 kW.

Lamenta il conseguente aggravio procedimentale e il contrasto con la normativa statale. Evidenzia la lacunosità di talune previsioni, come quelle che non chiariscono il soggetto preposto alla valutazione degli impatti, nell'ipotesi in cui non siano richieste le valutazioni ambientali (Via, Vas).

3.2. — Contesta, inoltre, la Dgr 533/2016 per aver definito le aree non idonee sulla base di due parametri, tra cui il primo relativo alla concentrazione degli impianti eolici, delineando interi territori comunali come non idonei, definendoli "Comuni saturi" in considerazione della concentrazione degli impianti eolici basato su di un calcolo del carattere insediativo medio comunale (che superi di 5 volte quello insediativo medio regionale).

3.3. — Contesta, altresì, il decreto dirigenziale n. 442/2016 che, in esecuzione della Dgr 533/2016 ha determinato, all'allegato 1, il carico insediativo regionale comunale (come definito dalla suddetta Dgr) e, all'allegato 2, i relativi Comuni saturi. Lamenta anche l'aggravamento del procedimento autorizzatorio derivante dalle previsioni relative alla fasce di rispetto e dalle ulteriori limitazioni nella realizzazione degli impianti riferite ad aree non ricomprese in quelle di tutela.

Sostiene, altresì, la illegittimità dell'introduzione della previsione del termine di scadenza dell'autorizzazione e di misure compensative a favore degli enti locali, di natura meramente economica.

3.4. — Ritiene che la cosiddetta moratoria regionale, oltre a presentare profili di incostituzionalità, sia illegittima, avendo introdotto una (illegittima) sospensione dei procedimenti amministrativi non conclusi alla data di entrata in vigore della disposizione di cui alla Lr 6/2016.

4. — Formula istanza risarcitoria per il danno cagionato dall'ingiustificato ritardo e dall'illegittimo diniego, che si traduce nella impossibilità di realizzare l'impianto progettato e di accedere agli incentivi riconosciuti. Come lucro cessante chiede i mancati introiti della produzione totale dell'impianto, quantificati in circa € 61.000 annui, per un totale complessivo per il ventennio pari ad € 1.220.000 e a titolo di danno emergente, le spese sostenute per l'acquisizione dei suoli, per gli oneri istruttori e gli incarichi professionali conferiti, quantificate in circa € 130.000.

5. — Il Ministero dei Beni e delle Attività Culturali si è costituito in giudizio il 10 agosto 2017.

6. — La Regione Campania si è costituita il 31 ottobre 2017 e in data 16 gennaio 2018 ha depositato una relazione sui fatti oggetto di controversia e in replica ai motivi di ricorso.

7. — La ricorrente in data 4 maggio 2018 ha depositato memoria di replica, con cui ha ribadito le pretese poste a fondamento del ricorso e la domanda risarcitoria per la mancata conclusione del procedimento nei termini di legge.

8. — Alla pubblica udienza del 5 giugno 2018, sentite le parti, la causa è stata trattenuta in decisione.

9. — Sono infondate le censure con cui la ricorrente sostiene che la Regione non avrebbe il potere di riconvocare la conferenza di servizi.

La questione posta è l'applicabilità dei sopravvenuti criteri restrittivi elaborati dalla Regione per l'istallazione degli impianti eolici anche alle imprese che — prima dell'adozione dei predetti criteri — avevano già ottenuto l'esito favorevole della conferenza di servizi o, comunque, avevano già conseguito l'espletamento dell'istruttoria con esito favorevole, anche se non avevano ancora ottenuto l'autorizzazione unica di cui all'articolo 12 Dlgs 387/2003.

9.1. — Secondo l'impresa ricorrente, ove la conferenza di servizi (ovvero l'istruttoria altrimenti espletata) abbia avuto esito favorevole, la Regione non può che prenderne atto e rilasciare l'autorizzazione, trattandosi, in sostanza, di un "atto dovuto". Da qui le doglianze con cui O.S. Srl lamenta la violazione del principio di non aggravamento del procedimento, nonché dell'obbligo di provvedere, dei principi di semplificazione dell'azione amministrativa, di irretroattività, del tempus regit actum, di proporzionalità e di non discriminazione, oltre alla lesione del legittimo affidamento ingenerato dall'esito positivo della conferenza di servizi del 24 marzo 2016.

9.2. — La tesi non può essere condivisa.

Come già affermato da questa Sezione (sentenza 3630/2018 e sentenza 6075/2017), "Poiché l'autorità procedente deve sì tener conto degli esiti della conferenza di servizi, ma non deve limitarsi a prenderne atto ed a recepirli senza poter effettuare una propria autonoma valutazione degli interessi pubblici, il rilascio dell'autorizzazione unica ex articolo 12 Dlgs n. 387/2003 per la realizzazione di impianti eolici – anche in caso di esito favorevole della conferenza di servizi – non può essere considerato come un atto vincolato e, dunque, legittimamente la Regione, quando l'autorizzazione non è stata ancora rilasciata, pretende il rispetto dei nuovi criteri nelle more approvati".

E' stato anche osservato che il ritardo con cui la Regione Campania ha definito il provvedimento non può implicare l'applicazione ultrattiva di un regime regolamentare ormai novellato: "la legittimità del provvedimento amministrativo deve essere valutata sulla base delle norme di legge e regolamento vigenti al momento della sua emanazione — secondo il noto brocardo tempus regit actum — e non può invece essere ricavata da comportamenti anteriori dell'Amministrazione" (sentenza 398/2018).

In altre parole, questa Sezione ha già ritenuto legittimo che la Regione, successivamente all'adozione delle delibere nn. 532 e 533 del 2016, pretenda di applicarne le disposizioni ai procedimenti non ancora conclusi col rilascio dell'autorizzazione unica di cui all'articolo 12 Dlgs n. 387/2003.

10. — Né si può sostenere che la pretesa di riconvocare la conferenza di servizi sia illegittima perché le delibere di giunta regionale nn. 532 e 533 del 2016 sarebbero, a loro volta, radicalmente illegittime e dunque da annullare nella loro interezza.

10.1. — Quanto alla presunta interferenza degli atti regionali con la normativa di ambiente di competenza statale, dedotta nel ricorso introduttivo da parte ricorrente ed ulteriormente ribadita nella memoria del 4 maggio 2018, giova richiamare le disposizioni vigenti in materia.

L'articolo 12 del decreto legislativo 29 dicembre 2003, n. 387 (Attuazione della direttiva 2001/77/Ce relativa alla promozione dell'energia elettrica prodotta da fonti energetiche rinnovabili nel mercato interno dell'elettricità) disciplina il procedimento volto al rilascio dell'autorizzazione unica per la costruzione e l'esercizio degli impianti di produzione di energia elettrica alimentati da fonti rinnovabili. I commi 3 e 4 del suddetto articolo 12 prevedono che la costruzione e l'esercizio degli impianti di produzione di energia elettrica alimentati da fonti rinnovabili, gli interventi di modifica, potenziamento, rifacimento totale o parziale e riattivazione, come definiti dalla normativa vigente, nonché le opere connesse e le infrastrutture indispensabili alla costruzione e all'esercizio degli impianti stessi, sono soggetti ad una autorizzazione unica, rilasciata dalla Regione o dalle Province delegate dalla Regione, nel rispetto delle normative vigenti in materia di tutela dell'ambiente, di tutela del paesaggio e del patrimonio storico-artistico, che costituisce, ove occorra, variante allo strumento urbanistico. A tal fine è prevista la convocazione della conferenza di servizi da parte della Regione entro trenta giorni dal ricevimento della domanda di autorizzazione. Quest'ultima èrilasciata a seguito di un procedimento unico, al quale partecipano tutte le Amministrazioni interessate, svolto nel rispetto dei princìpi di semplificazione e con le modalità stabilite dalla legge 7 agosto 1990, n. 241.

Il comma 10 del medesimo articolo 12 dispone che le linee guida devono essere approvate in Conferenza unificata, su proposta del Ministro delle attività produttive (oggi Ministro per lo sviluppo economico), di concerto con il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e del Ministro per i beni e le attività culturali. L'obiettivo delle linee guida, espressamente indicato, è quello di assicurare un corretto inserimento degli impianti, specie di quelli eolici, nel paesaggio.

La normativa statale (articolo 12, comma 10, del Dlgs n. 387 del 2003) consente alle Regioni un limitato margine di intervento, al solo fine di individuare «aree e siti non idonei all'installazione di specifiche tipologie di impianti», in attuazione delle predette linee guida.

Queste ultime sono state adottate con il decreto del Ministro dello sviluppo economico 10 settembre 2010, emanato di concerto con il Ministro dell'ambiente e della tutela del territorio e del mare e con il Ministro per i beni e le attività culturali (Linee guida per l'autorizzazione degli impianti alimentati da fonti rinnovabili). Nella Parte I, Disposizioni generali, le suddette linee guida stabiliscono che le Regioni possono porre limitazioni e divieti in atti di tipo programmatorio o pianificatorio per l'installazione di specifiche tipologie di impianti alimentati a fonti rinnovabili, esclusivamente nell'ambito e con le modalità di cui al paragrafo 17. Tale paragrafo indica i criteri e i principi che le Regioni devono rispettare al fine di individuare le zone nelle quali non è possibile realizzare gli impianti alimentati da fonti di energia alternativa. Le Regioni possono procedere alla individuazione di aree e siti non idonei alla installazione di specifiche tipologie di impianti secondo le modalità di cui al suddetto punto e sulla base dei criteri di cui all'allegato 3. L'allegato 3 prevede, poi, che l'individuazione delle aree e dei siti non idonei alla realizzazione degli impianti in questione «deve essere differenziata con specifico riguardo alle diverse fonti rinnovabili e alle diverse taglie di impianto» e che non può riguardare «porzioni significative del territorio o zone genericamente soggette a tutela dell'ambiente, del paesaggio e del patrimonio storico-artistico, né tradursi nell'identificazione di fasce di rispetto di dimensioni non giustificate da specifiche e motivate esigenze di tutela».

10.2. — Tutto ciò premesso, la sezione si è già pronunciata sulla legittimità del criterio elaborato dalla Regione – e contestato dalla parte ricorrente – secondo cui "Non sono idonee all'installazione di nuovi impianti eolici le aree situate in Comuni il cui «carico insediativo medio comunale» supera di 5 volte il «carico insediativo medio regionale». Per «carico insediativo medio regionale» s'intende il rapporto tra la potenza complessivamente installata e la superficie complessiva del territorio regionale; viene, invece, definito «carico insediativo medio comunale» il rapporto tra la potenza complessivamente installata e la superficie complessiva del territorio comunale".

Come osservato in precedenti pronunce (sentenza 4878/2017) "la giurisprudenza della Corte costituzionale ha precisato che "in materia di localizzazione di impianti di produzione di energia rinnovabile, alle Regioni è consentito soltanto individuare, caso per caso, «aree e siti non idonei», avendo specifico riguardo alle diversefonti e alle diverse taglie di impianto, in via di eccezione e solo qualora ciò sia necessario per proteggere interessi costituzionalmente rilevanti" (Corte Costituzionale n. 13/2014). In tale sentenza, la Consulta ha ritenuto costituzionalmente illegittimo il criterio della distanza minima di 800 metri dall'aerogeneratore più vicino preesistente o già autorizzato, previsto dalla legge della Regione Campania n. 11/2011 (articolo 1 comma 2) perché "il margine di intervento riconosciuto allegislatore regionale per individuare «le aree e i siti non idonei» alla installazione di impianti di produzione di energia rinnovabile ai sensi dell'articolo 12, comma 10, del Dlgs n. 387 del 2003 e del paragrafo 17 delle linee guida, non permette in alcun modo che le Regioni prescrivano limiti generali, valevoli sull'interoterritorio regionale, specie nella forma di distanze minime, perché ciò contrasterebbe con il principio fondamentale di massima diffusione delle fonti di energia rinnovabili, stabilito dal legislatore statale in conformità alla normativa dell'Unione europea." (così, ancora, Corte Costituzionale n. 13/2014).

Nel caso di specie, tuttavia, la Regione non ha adottato il criterio della distanza; e neppure ha prescritto "limiti generali, valevoli sull'intero territorio regionale": il criterio elaborato dalla Regione appare piuttosto finalizzato ad evitare un'eccessiva concentrazione di impianti in talune aree, ed il criterio in questione serve per l'appunto ad individuare le aree da ritenersi tali.

A ciò si aggiunga che, in base alle linee guida, le Regioni possono – nell'individuazione di aree e siti non idonei all'istallazione degli impianti in questione – "tenere conto sia di elevate concentrazioni di impianti di produzione di energia da fonti rinnovabili nella medesima area vasta prescelta per la localizzazione, sia delle interazioni con altri progetti, piani e programmi posti in essere o in progetto nell'ambito della medesima area" (così la lettera e) dell'Allegato 3 sopra ricordato)".

Dunque, il criterio contestato non appare illegittimo: contrariamente a quanto affermato dalla parte ricorrente, non risulta in contrasto né con la giurisprudenza della Consulta, né con le linee guida ministeriali. Il criterio, infatti, non comporta un divieto indiscriminato di installazione che riguarda l'intero territorio regionale o porzioni significative dello stesso; non riguarda zone genericamente soggette a tutela dell'ambiente, del paesaggio e del patrimonio storico-artistico, né si traduce nell'identificazione di fasce di rispetto di dimensioni non giustificate da specifiche e motivate esigenze di tutela (lettera d) dell'Allegato 3). Il criterio riguarda inoltre, specificamente, l'installazione di impianti eolici con potenza superiore a 20 kW; sicché non può sostenersi che non vi sia stata una differenziazione "con specifico riguardo alle diverse fonti rinnovabili e alle diverse taglie di impianto" (così la lettera b) dell'Allegato 3). Infine, risponde ad un'esigenza ritenuta meritevole di tutela dalle stesse linee guida, atteso che la Regione ha inteso evitare «eccessive concentrazioni in alcuni ambiti territoriali e relativo effetto "selva"»: ciò che appare conforme alla già ricordata lettera d) dell'Allegato 3.

Ne consegue che se è vero che gli impianti eolici possono essere realizzati solo in determinate zone, è altrettanto vero che il territorio è una risorsa limitata e non riproducibile: sicché, se in tali zone è già stato realizzato un considerevole numero di impianti, non può essere ritenuto irragionevole un divieto di ulteriori istallazioni.

Dunque, il criterio non può dirsi, in astratto, illegittimo. Questione diversa è se esso risulti in concreto eccessivo, irragionevole o sproporzionato. Ricorrendo tale ultima ipotesi, la Regione non potrebbe vietare l'istallazione dell'impianto appellandosi all'esistenza del criterio in parola. Ma, per l'appunto, la società ricorrente avrebbe dovuto dimostrare la sproporzionalità o irragionevolezza del criterio in concreto: in particolare, si sarebbe dovuto dimostrare che il criterio in questione comporta l'impossibilità di istallare tali impianti in porzioni troppo ampie del territorio regionale, ovvero che nell'area in questione non c'è una eccessiva concentrazione di impianti, ben potendo essere istallato un impianto ulteriore senza che si determini il cosiddetto "effetto selva".

Tale prova, tuttavia, non solo non è stata fornita, ma depone in senso dirimente al superamento della censura, oltre ai pur plausibili profili di inammissibilità per carenza di interesse, la considerazione per cui, nel caso in esame, il Comune di Colle Sannita non è inserito tra i comuni saturi, come evidenziato dalla Regione nella relazione del 14 novembre 2017, depositata in atti il 16 gennaio 2018.

Le censure che concernono le delibere impugnate sono, pertanto, infondate per le ragioni sopra evidenziate, mentre le restanti sono inammissibili per carenza d'interesse, laddove parte ricorrente si sia limitata a sostenere la loro illegittimità, senza dimostrare in concreto quale delle previsioni — e in che modo — abbia inciso negativamente sulla pretesa di parte ricorrente.

11. — Debbono essere superate anche le censure rivolte alla cd. moratoria regionale, che secondo la tesi parte ricorrente avrebbe introdotto una illegittima sospensione dei procedimenti amministrativi non conclusi alla data di entrata in vigore della disposizione, di cui alla Lr 6/2016, con profili di dubbia costituzionalità.

Come già chiarito dalla Sezione nelle pronunce citate (da ultimo sentenza 3630/2018 citata) "Quanto alla violazione del termine di 180 giorni entro il quale le delibere avrebbero dovuto essere adottate, anche tale censura è infondata. La norma infatti non qualifica in alcun modo il termine in questione come perentorio, né prevede decadenze per il caso in cui non fosse stato rispettato. Come stabilito in giurisprudenza, "Il mancato esercizio delle attribuzioni da parte dell'amministrazione entro il termine previsto per la fine del procedimento non comporta ex se, in difetto di espressa previsione, la decadenza del potere. Pertanto, in assenza di una specifica disposizione che espressamente preveda il termine come perentorio, comminando cioè la perdita della possibilità di azione da parte dell'amministrazione al suo spirare o la specifica sanzione della decadenza, il termine stesso deve intendersi come meramente sollecitatorio od ordinatorio ed il suo superamento non determina l'illegittimità dell'atto, ma una semplice irregolarità non viziante, poiché non esaurisce il potere dell'amministrazione di provvedere" (così Tar Piemonte Torino Sezione I, 4 gennaio 2018, n. 22). Né la perentorietà del termine può farsi discendere dal fatto che, altrimenti, la norma sarebbe incostituzionale perché consentirebbe alla Regione Campania di prolungare la moratoria sine die: una conseguenza grave come la consunzione del potere in capo all'Amministrazione non può, in presenza di un principio generale di segno contrario, essere ricavata in via meramente interpretativa. Del resto, il pericolo paventato dalla parte ricorrente (il prolungamento sine die della moratoria) è scongiurato dall'adozione delle delibere nn. 532 e 533 del 2016, che hanno fatto venir meno la causa della sospensione: sicché una eventuale questione di legittimità costituzionale, sotto tale profilo, dell'articolo 15 legge regionale n. 6/2016 sarebbe irrilevante".

12. – Le censure relative alla violazione del principio di proporzionalità e di non discriminazione come specificate dalla società ricorrente nella memoria del 4 maggio 2018, nella quale (pagina 4) si duole del diniego che sarebbe genericamente fondato sul mancato rispetto della Dgr n. 533/2016 e relativo allegato e su quanto dichiarato dalla medesima istante nella scheda "A" depositata nella terza conferenza dei servizi si rivelano inconferenti, attesa l'assenza di qualunque elemento diriscontro nel verbale di chiusura della conferenza di servizi del 20 giugno 2017, nel quale il responsabile del procedimento si limita a prendere atto di quanto dichiarato dal proponente nella scheda A, senza alcun rilievo specifico circa i profili evidenziati dalla ricorrente.

Come riferito nella memoria, infatti, nella scheda "A" la società ha dichiarato che "l'impianto ricade:

1) aree caratterizzate da rischio e/o pericolosità idrogeologico e/o idraulico;

2) aree sottoposte a limitazioni dalla Dgr 533/2016 in relazione alla minima distanza di ciascun aerogeneratore da unità abitative".

Con riferimento ad entrambi i punti la ricorrente contesta alla Regione presunte argomentazioni fondanti l'esito negativo della conferenza.

12.1. — Tuttavia, con riferimento al rischio e/o pericolosità idrogeologico e/o idraulico nulla si desume dal verbale conclusivo della conferenza di servizi sulla natura del divieto e sulle valutazioni circa il mancato parere espresso da parte dell'Autorità di bacino.

Dal resoconto della riunione del 20 giugno 2017 si evince solo che l'Autorità di bacino Fiume, Trigno, Biferni e minori, Saccione e Fortore, seppure elencata tra le amministrazioni convocate, non ha partecipato alle sedute, né ha inviato parere espresso.

12.2. – Analogamente per quanto concerne la questione del rispetto delle distanze dalla unità abitative, nulla si desume dal verbale circa i parametri di cui alla tabella 4 dell'allegato alla Dgr 533/2016, volti alla determinazione della istanza minima, tanto che anche in questo caso non si comprende come possano aver inciso sull'esito della conferenza di servizi contestato.

12.3. — Ciò che emerge dal verbale avversato, nel capoverso precedente alla chiusura con esito negativo della conferenza di servizi, è piuttosto riferito ad una diversa questione, ossia che "l'altezza max dell'aerogeneratore risulta essere pari a 65 mt e che l'ubicazione dello stesso risulta ad una distanza di circa Km 6,2, in linea d'aria dal Comune di Riccia (CB) – Regione Molise", che non è stato invitato alla conferenza di servizi.

Su tale profilo nessuna censura è stata articolata dalla ricorrente.

13. — Da ultimo, contribuisce a rendere ulteriormente prive di fondamento le doglianze della ricorrente, il rilievo per cui nel caso in esame, non risulta ancora adottato il provvedimento finale che definisca l'istanza, accogliendola o rigettandola (specificando, in quest'ultimo caso, i motivi per cui la stessa viene respinta).

L'articolo 12 Dlgs n. 387/2003 – norma speciale rispetto alla disciplina generale di cui all'articolo 14 quater legge n. 241/1990 – esige infatti, dopo la conclusione della conferenza di servizi, l'atto di autorizzazione unica; sicché – come precisato dalla giurisprudenza del Consiglio di Stato – per quanto riguarda lo specifico procedimento di rilascio dell'autorizzazione unica, l'istituto della conferenza di servizi resta "caratterizzato da una struttura dicotomica, articolata in una fase che si conclude con la determinazione della Conferenza (anche se di tipo decisorio), di valenza endoprocedimentale, e in una successiva fase che si conclude con l'adozione del provvedimento finale, di valenza esoprocedimentale effettivamente determinativa della fattispecie" (così Consiglio di Stato, Sezione VI, n. 712/2011).

Esula, tuttavia, dall'oggetto del ricorso ogni questione relativa alla mancata adozione del provvedimento finale e all'inerzia dell'amministrazione, anche con riferimento alla necessità di ulteriore istruttoria sulla questione delle aree contermini, non avendo in proposito la ricorrente articolato alcuna censura.

14. – Deve, infine, essere respinta la domanda risarcitoria in quanto infondata.

Parte ricorrente chiede, infatti, il risarcimento del danno da ritardo, sostenendo che la mancata conclusione del procedimento "si traduce in un danno per la società ricorrente che si vede preclusa la possibilità di realizzare i relativi impianti e di accedere agli incentivi riconosciuti alle fonti rinnovabili dal Dm 23 giugno 2016" (pagina 44 del ricorso introduttivo).

Infatti, secondo l'orientamento giurisprudenziale più recente, condiviso dalla Sezione: "Il risarcimento del danno da ritardo, relativo ad un interesse legittimo pretensivo, non può essere avulso da una valutazione concernente la spettanza del bene della vita e deve essere subordinato, tra l'altro, anche alla dimostrazione che l'aspirazione al provvedimento sia destinata ad esito favorevole e, quindi, alla dimostrazione della spettanza definitiva del bene sostanziale della vita collegato a un tale interesse" (così Consiglio di Stato, Sezione IV, n. 3068/2017; nello stesso senso anche Tar Sicilia Catania Sezione IV, 1 giugno 2017, n. 1281; Tar Campania Salerno Sezione II, 12 giugno 2017, n. 1054). Dunque, il mero ritardo nell'adozione del provvedimento non giustifica, di per sé, il riconoscimento di un danno risarcibile.

Né, nel caso di specie, la parte ricorrente ha dimostrato di aver subito danni diversi ed ulteriori rispetto al mero ritardo nella definizione delle sue istanze.

Occorre rilevare in proposito come parte ricorrente non abbia fornito neanche un principio di prova sull'entità dei danni asseritamente subiti (ad esempio, non è stata prodotta una perizia di parte, né altra documentazione che possa, si ribadisce, costituire almeno un principio di prova del danno che si pretende di aver subito).

15. – Per tutto quanto esposto il ricorso deve essere respinto.

16. — Sussistono giusti motivi, attese la complessità e la novità della questione, per compensare interamente tra le parti le spese del giudizio.

 

PQM

 

Il Tribunale amministrativo regionale della Campania (Sezione Settima), definitivamente pronunciando sul ricorso, come in epigrafe proposto, lo respinge.

Spese compensate.

Ordina che la presente sentenza sia eseguita dall'autorità amministrativa.

Così deciso in Napoli nella camera di consiglio del giorno 5 giugno 2018 con l'intervento dei magistrati:

(omissis)