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2 Maggio 2009
Aspetti ambientali del biogas
(Redazione Nextville)

Il principale beneficio ambientale apportato dagli impianti a biogas, consiste in un importante contributo alla riduzione delle emissioni di gas serra in atmosfera. Infatti una quota consistente delle emissioni globali di metano (le stime parlano di un 15-18%), deriva proprio dai processi digestivi e dalle deiezioni animali, soprattutto di bovini e suini.
 
Gli impianti di biogas intercettano e trasformano parte di questo metano in energia rinnovabile; ogni m³ di biogas corrisponde a circa 10 kg di CO2 evitati all’atmosfera.
 
Dal punto di vista delle emissioni inquinanti, la combustione del biogas presenta tutti i vantaggi tipici del gas metano rispetto agli altri combustibili fossili: livelli molto bassi di idrocarburi volatili e di ossido di azoto e azzeramento di sostanze molto pericolose per la salute come piombo, zolfo e polveri sottili.
 
Bisogna inoltre considerare che il biogas è una risorsa rinnovabile e producibile su scala locale, a differenza del metano estratto dal sottosuolo, che invece comporta lunghi e complessi sistemi di trasporto che sono spesso all'origine di conflitti geo-politici.   

Da non sottovalutare i benefici anche in termini di deodorizzazione dei reflui zootecnici impiegati. Molti allevamenti zootecnici, infatti, sono ubicati in zone densamente popolate; il trattamento dei reflui negli impianti di biogas produce un residuo quasi completamente privo di sostanze maleodoranti.

La questione nitrati

L’impiego energetico delle deiezioni animali permette il riutilizzo e la valorizzazione di materiale che deve spesso essere smaltito a caro prezzo. Il residuo solido del processo di produzione del biogas, il cosiddetto “digestato”, contiene alte percentuali di sostanze minerali come azoto, fosforo e potassio; possiede quindi le caratteristiche di un ottimo fertilizzante, utilizzabile al posto dei tradizionali concimi di sintesi oppure del letame tal quale.

Bisogna però fare i conti con la direttiva comunitaria 91/676/CE, conosciuta come “direttiva nitrati”. Questa importante legge europea regolamenta lo spandimento nei terreni agricoli dei reflui provenienti da allevamenti zootecnici e da aziende agroalimentari, fissando un limite annuo di 170 kg di azoto per ogni ettaro agricolo per le aree vulnerabili e di 340 kg per le restanti aree.

Soprattutto in pianura padana, dove tra l’altro si concentra buona parte degli impianti italiani di biogas, le quantità di azoto presenti nei terreni superano spesso le quantità previste dalla “direttiva nitrati”. Questa grave situazione, provocata dai massicci quantitativi di azoto richiesti dalle monoculture cerealicole, richiede un attento dimensionamento e una precisa localizzazione degli impianti a biogas. E’ fondamentale, infatti, fare in modo che i reflui degli impianti vengano adeguatamente riutilizzati dalle aziende agricole; in caso contrario, le difficoltà di smaltimento rischiano di tradursi in un aggravio di costi per le aziende.

Esistono diverse tecniche per ridurre il carico azotato degli effluenti zootecnici.

Una buona pratica “preventiva” consiste in primo luogo nella somministrazione di mangimi con basso contenuto proteico, in grado di ridurre le percentuali di azoto escreto. Il controllo della dieta degli animali, però, non basta da solo a eliminare il problema: si deve  ricorrere in ogni caso a tecniche più o meno complesse di trattamento dei reflui, in particolare nelle zone sottoposte alle limitazioni previste dalla “direttiva nitrati”.


I trattamenti per l’abbattimento del carico azotato dei reflui devono avvenire in appositi impianti di depurazione. Si tratta però di impianti costosi e che consumano molta energia. Un’ottima soluzione consiste in un sistema integrato tra depurazione aerobica, cioè realizzata con i comuni depuratori “aperti” che tutti noi conosciamo, e digestione anaerobica. In questo modo il biogas contenuto nei liquami trattati, recuperato e trasformato in energia elettrica, permette di ottenere un surplus energetico che, venduto alla rete e/o autoconsumato, diminuisce consistentemente i costi d’esercizio necessari al funzionamento del processo depurativo.

Quella appena descritta è solo una delle possibili soluzioni impiantistiche. Oltre ai tradizionali sistemi di trattamento dei liquami, si stanno diffondendo molte altre tecniche meno energivore, che in futuro avranno un ruolo sempre più importante. Un esempio al riguardo è dato dagli impianti che trattano insieme FORSU (la Frazione Organica dei Rifiuti Solidi Urbani) e reflui zootecnici e non. Anche in questo caso, l’integrazione tra processo aerobico e processo anaerobico permette di ottimizzare il bilancio energetico dell’impianto e di gestire in maniera integrata diverse tipologie di biomassa.

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