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Approfondimenti

9 Novembre 2020

Diagnosi energetiche e recepimento direttiva EED II, alcuni spunti di riflessione

(Nino Di Franco)

Sembra che il legislatore italiano debba sempre incagliarsi nella rete delle semplificazioni mancate. Non è scampato a questa sorte nemmeno il recepimento della direttiva Ue sull'efficienza energetica (2018/2002). Volendo guardare in particolare alle diagnosi energetiche, il nuovo decreto ha introdotto diverse modifiche al precedente Dlgs 102/14, eliminando alcune prescrizioni, aggiungendone altre, altre lasciate intatte, altre ancora non previste; il tutto in una cornice di auspicabile semplificazione che si fa fatica a ravvisare. Vediamo perché.

EMAS e ISO 14001, la mancata esenzione dai dubbi contorni

Tra le prescrizioni eliminate si trovano quelle riguardanti i sistemi di gestione ambientale. La precedente direttiva 2012/27, all’articolo 8 comma 6, esentava dall’esecuzione dell’audit energetico le "imprese […] che attuano un sistema di gestione dell’energia o ambientale".
La direttiva 2018/2002 non ha modificato tale comma, tuttavia il Dlgs 73/2020 di recepimento elimina l’esenzione per le imprese con sistema di gestione ambientale, che sia una ISO 14001 o un EMAS.

La decisione è stata presa poiché si sono ritenuti i sistemi gestionali "non rilevanti ai fini energetici". La formula avrebbe meritato un chiarimento: cosa significa "non rilevanti ai fini energetici"? Un sistema di gestione ambientale ha come focus le ricadute ambientali dell’attività produttiva; ma anche gli usi energetici producono ricadute ambientali e devono essere analizzati per ottenere la certificazione ISO 14001 o la registrazione EMAS. È per tale motivo che la direttiva esenta le rispettive organizzazioni dall’esecuzione della diagnosi, a patto che sia stato prodotto un documento assimilabile alla diagnosi stessa.

Tutto ciò era noto a priori, e non è chiaro quale sia stato il fatto nuovo emerso dall’analisi delle diagnosi pervenute a sistema, e che abbia indotto il legislatore invece a ritenere i sistemi di gestione ambientale non più "rilevanti a fini energetici", né è chiaro il valore aggiunto indotto dalla mancata deroga. Si tenga conto inoltre che, all’interno dei confini nazionali, il Dlgs 102/14 individuava l’ISPRA come possibile esecutore di diagnosi per conto di imprese con sistema EMAS, e che l’Istituto si era attrezzato allo scopo individuando, preparando e formando un proprio nucleo interno di tecnici che si sono in seguito certificati EGE; la dispersione di simili competenze nel frattempo maturate sembra immotivata. Il fatto che l’Istituto abbia realizzato poche diagnosi durante la seconda campagna non sembrerebbe una giustificazione condivisibile, considerato che il tutto non stava avvenendo con oneri a carico dello Stato, semmai con entrate. C’è da domandarsi se queste fughe in avanti siano state preventivamente concordate con le istituzioni europee e con la stessa ISPRA.

Bye, Bye Energy auditor

Il Dlgs 73/2020 spazza via definitivamente la figura dell’energy auditor, ossia del tecnico specializzato nella realizzazione di diagnosi energetiche. La motivazione che aveva portato a prevedere questo ulteriore professionista nel Dlgs 102/14 sembrava ragionevole: l’EGE è una figura di elevato profilo che ai sensi della norma UNI CEI 11339 ha tra i propri compiti essenziali, nell’ambito della gestione dell’energia, l’analisi dei sistemi, la promozione della politica, la gestione della contabilità e dei contratti di fornitura, la realizzazione di diagnosi, l’analisi tecnico-economica degli interventi di efficientamento, l’ottimizzazione impiantistica, l’elaborazione di piani e programmi, l’applicazione della legislazione, la reportistica, la pianificazione finanziaria, la gestione di progetti, e così via.

Per svolgere tali attività, l’EGE deve dimostrare ad una commissione esaminatrice terza di conoscere i sistemi di gestione, le tecnologie energetiche tradizionali e innovative, le implicazioni ambientali degli usi energetici, le analisi costi-benefici (in particolare il project financing e il third party financing), la contrattualistica, la legislazione, eccetera. Coinvolgere un professionista di tale profilo solo per svolgere una diagnosi energetica poteva essere considerato eccessivo (consideratane la parcella); per tale motivo era stata introdotta una figura specializzata solo sull’esecuzione della diagnosi, l’energy auditor.

Poiché tuttavia il relativo schema di certificazione non è mai stato adottato dal Mise, probabilmente per non affollare il mercato della consulenza con una pletora di figure professionali che avrebbero potuto confondere i committenti, si è deciso per il depennamento. Nel frattempo, diverse società di formazione professionale hanno incluso, nel proprio portafogli, corsi per energy auditor, al termine dei quali vengono rilasciati attestati che non hanno ovviamente alcun valore legale; le diagnosi condotte da tali tecnici non possono quindi avere il crisma dell’ufficialità. Tutto ciò ha generato un problema: nella seconda campagna di diagnosi obbligatorie, conclusasi il 5 dicembre 2019, 18 diagnosi sono state redatte da un ‘energy auditor’ (vedi presentazione Salvio - Enea, pagina 18), pur non essendo tale soggetto abilitato a condurre diagnosi. Come saranno giudicate?

Imprese e ISO 50001: una tautologia rimossa

Come elemento di semplificazione, il Dlgs 73/2020 prevede la deroga all’obbligo di periodicità di quattro anni tra una diagnosi e la successiva per le grandi imprese che hanno adottato sistemi di gestione conformi alla norma ISO 50001. Resta per queste l’obbligo di dimostrare di aver prodotto un documento assimilabile a una diagnosi, rispettosa dei requisiti minimi dell’allegato 2 al Dlgs 102/14. È ovvio che un’impresa che ha sposato la strategia del miglioramento continuo, così come previsto dal sistema 50001, abbia sempre la situazione energetica sotto controllo; era una condizione sicuramente tautologica aver imposto la periodicità dei quattro anni, e bene ha fatto il nuovo Dlgs a rimuoverla.

L'ossimoro delle 'grandi imprese' con consumi inferiori a 50 tep

Un ulteriore elemento di semplificazione previsto dal Dlgs 73/2020 è la non assoggettabilità all’obbligo di diagnosi per “le grandi imprese che presentino consumi energetici complessivi annui inferiori a 50 tep”. Con questo si vuole probabilmente sanare un evidente ossimòro legislativo, ossia quello di chiamare 'grandi imprese' anche quelle con bassissimi consumi, addirittura inferiori a 50 tep/anno (precisiamo che non dovrebbero esistere grandi imprese con consumi annui inferiori a 50 tep, semmai esistono siti con consumi annui inferiori a 50 tep).

Riguardo gli ordini di grandezza dei consumi energetici, si ricordi che ai fini dell’obbligo di nomina dell’energy manager, ai sensi dell’articolo 19 della legge 10/91, i consumi annui devono essere superiori a 10.000 tep per imprese industriali, e 1.000 tep per le altre.

In queste realtà non è quindi più necessario svolgere la diagnosi, ma questa concessione non è indolore. Il nuovo Dlgs prevede infatti che "con decreto del Ministero dello sviluppo economico, è definita la tipologia di documentazione che le grandi imprese devono trasmettere qualora le stesse presentino consumi annui inferiori a 50 tep." E sappiamo bene che, quando si tratta di richiesta di documentazione, la burocrazia nazionale dà sempre il meglio di sé stessa.

Il gioco normativo senza fine per gli energivori

Il Dlgs 73/2020 aggiunge nuove prescrizioni per le imprese a forte consumo di energia, ed al riguardo si potrebbe ricordare l’aforisma di Umberto Eco, secondo il quale "una smentita è una notizia data due volte".

Il Dlgs 102/14 prescriveva l’obbligo di esecuzione della diagnosi anche per le imprese energivore, ma includendo in aggiunta l’obbligo di realizzare gli interventi individuati nella diagnosi stessa. Riguardo numero di interventi da implementarsi e tempistiche tuttavia, né il decreto legislativo né i diversi documenti di chiarimento prodotti dal Mise negli anni 2015-2016 fornivano elementi utili. Questa piccola défaillance normativa è probabile che fosse ormai stata assorbita dagli interessati, che l’avranno interpretata e attuata in una maniera più o meno conforme allo spirito della norma.

Il Dlgs 73/2020 ha invece voluto fornire elementi di precisazione, e ha stabilito che le imprese energivore sono tenute a "dare attuazione ad almeno uno degli interventi di efficienza individuati dalle diagnosi stesse […] nell’intervallo di tempo che intercorre tra una diagnosi e la successiva".
I dati diffusi dall’ENEA mostrano come sia possibile che la diagnosi non contenga interventi, o ne contenga uno solo (eventualmente una grande cogenerazione), o due (magari irrealizzabili dall’impresa per costi eccessivi). Anche in questi casi corre l’obbligo di esecuzione? Se l’impresa, tra i diversi interventi di diversa onerosità consigliati, scegliesse e realizzasse un intervento di tipo gestionale a costo zero, per es. modificando i tempi di accensione delle lampade in un magazzino, sarebbe da ritenersi conforme? Se, inoltre, l’impresa energivora nel corso dei quattro anni tra una diagnosi e la successiva realizzasse un intervento di efficientamento non previsto dal documento di diagnosi, avrebbe lo stesso ottemperato all’obbligo? C’è il rischio che simili interrogativi necessitino di nuovi documenti di chiarimenti, innescando in tal modo un gioco normativo senza fine.

La nebulosità sul monitoraggio permane

Il Dlgs 73/2020 infine non contiene determinate prescrizioni. La grande novità della seconda campagna di diagnosi energetiche era l’obbligo all’introduzione di un sistema di monitoraggio dei consumi a carico delle grandi imprese, obbligo che però aveva un aggancio normativo molto sfumato, consistente in un passaggio all’interno di un allegato ad un documento di chiarimenti del Mise. La mancanza di un chiaro elemento normativo che stabilisse l’obbligo al monitoraggio ha creato perplessità presso molte imprese obbligate: alcune si sono attenute alle indicazioni dell’ENEA, altre non si sono adeguate.

Il Dlgs 73/2020 ha introdotto in via unilaterale alcune prescrizioni non previste dalle direttive europee, per esempio, come si diceva prima, aver eliminato la deroga all’esecuzione della diagnosi per le imprese con sistema di gestione ambientale, aver escluso dall’obbligo di diagnosi le grandi imprese con consumi energetici annui inferiori a 50 tep, aver eliminato l’obbligo della periodicità di quattro anni tra una diagnosi e la successiva per le imprese ISO 50001. Se era volontà acclarata del legislatore l’obbligo di monitoraggio, nulla avrebbe impedito l’introduzione di un comma ad hoc nell’articolo 8 del Dlgs 73/2020; ma ciò non è avvenuto, per cui l’alone di nebulosità sull’obbligo del monitoraggio permane tuttavia.

Infine, il Dlgs 102/14 richedeva all’ENEA, entro il 30 giugno di ogni anno, di comunicare al Mise e al Mattm lo stato di attuazione dell’obbligo e di pubblicare un rapporto sulle attività diagnostiche svolte e sui risultati raggiunti. Il nuovo Dlgs contiene la stessa esortazione, con la sola aggiunta di articolare il rapporto anche per regioni e province autonome (aggiunta a nostro parere pleonastica, visto che nei suoi rapporti annuali consolidati, per es. quello sulle detrazioni fiscali, ENEA già articola i dati a livello decentrato). Si ritiene molto utile poter disporre di simili rapporti, che potrebbero contenere utili indicazioni settoriali per le imprese, soprattutto in termini di interventi di risparmio puntuali realizzabili.

Nino Di Franco, esperto di efficienza energetica (ENEA, Università di Pavia).

Le opinioni espresse nel presente intervento riflettono il pensiero dell'intervistato e non impegnano in alcun modo le istituzioni cui appartiene.

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