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Approfondimenti

5 Marzo 2012

Requiem per i Certificati Verdi

(Tommaso Barbetti*)

Il nuovo decreto attuativo sugli incentivi alle rinnovabili elettriche è alle porte - si parla di fine marzo, ben 6 mesi di ritardo: il solito gioco di rimpalli oppure reale volontà da parte del nuovo Ministro di mettere mano a quanto finora già scritto? - e qualcuno ha già iniziato a fare la conta di chi soccomberà:

• c’è chi afferma che non si faranno più impianti sopra i 6 MW (l’attuale soglia delle aste),

• chi dice che non potrà esserci più spazio per quasi nessun tipo di impianto a biomasse (dati i nuovi valori di incentivazione),

• chi infine sostiene che persino il biogas (la fonte che ad oggi registra i rendimenti più significativi) abbia i giorni contati.

Se per questo tipo di valutazioni si dovrà aspettare l’effettiva pubblicazione del decreto (i numeri, si sa, sono soggetti a continui aggiustamenti fino all’ultimo minuto), certamente una prima vittima è già da mettere in conto: si tratta del meccanismo di mercato dei Certificati Verdi.

Perché di mercato?

Il sistema dei Certificati Verdi fu concepito nel 1999 all’interno del Decreto Bersani (Dlgs 79/99), con il quale fu recepita la spinta liberalizzatrice di Bruxelles: come le disposizioni sul mercato elettrico avrebbero dovuto aprire le porte della produzione di energia elettrica a nuovi operatori, così la previsione di un meccanismo “market based” come quello dei Certificati Verdi avrebbe dovuto portare la mano invisibile del mercato all’interno di un mondo tipicamente dominato da logiche amministrate come quello delle rinnovabili.

Ricordiamo a chi meno se ne intende, che per meccanismo market based (di mercato), si intende un bacino di scambi commerciali  che si autoregola secondo la domanda e l’offerta. Per mercato amministrato si intende invece un bacino di interesse pubblico in cui prevalgono regole dettate dall’alto, intese appunto a garantire il servizio alla collettività. Il settore delle rinnovabili cui è stato applicato il sistema dei Certificati Verdi è appunto uno dei bacini ai quali si è tentato di applicare un insieme delle due logiche, attraverso un meccanismo di cap and trade, e cioè: definire un obbligo (cap) e lasciare libertà di azione e/o commercializzazione (trade) all’interno delle regole definite.

Il sistema era semplicissimo: si poneva un obbligo di generazione di energia rinnovabile ai produttori convenzionali; qualora questi non avessero provveduto direttamente alla produzione di energia verde, avrebbero potuto adempiere al loro obbligo acquistando un equivalente quantità di Certificati Verdi (1 Certificato Verde per ogni MWh) dai produttori rinnovabili (trade).

Un meccanismo dunque che, all’interno di un indirizzo obbligatorio (promuovere le rinnovabili), faceva leva su logiche di mercato:

allocazione efficiente della produzione di energia da fonti rinnovabili: grazie alla possibilità data ai produttori convenzionali (quelli, cioè, che utilizzano fonti fossili) di ricorrere all’acquisto di Certificati Verdi invece della produzione diretta, quest’ultima veniva assegnata ai soggetti che sapevano provvedervi nel modo più efficiente (e cioè i produttori FER);

competizione tra le singole fonti rinnovabili: essendo tutte le fonti remunerate allo stesso modo (un Certificato Verde per ogni MWh prodotto), quella più efficiente (e cioè la meno costosa) sarebbe stata la più premiata.

Le prime crepe

Ben presto tuttavia il funzionamento del meccanismo ha iniziato ad incepparsi, sfuggendo di mano al legislatore.

La fase del mercato corto

All’avvio del meccanismo, la domanda superava di gran lunga l’offerta: c’erano compratori di CV (produttori di energia da fonti convenzionali) e troppo pochi venditori (produttori di energia da fonti rinnovabili). Conseguenza: il GSE intervenne sul mercato vendendo “CV virtuali” per evitare che i prezzi andassero alle stelle.

La fase del mercato lungo

Poi la produzione da fonte rinnovabile crebbe e i Certificati Verdi disponibili sul mercato divennero troppi. La domanda risultò molto inferiore rispetto a quanto previsto all’avvio del meccanismo, soprattutto grazie alle numerose esenzioni concesse.
Conseguenza: il GSE intervenne nuovamente sul mercato, stavolta acquistando i CV invenduti, evitando il crollo dei loro prezzi, che avrebbe comportato la precoce fine dell’esperienza italiana sulle rinnovabili. Il tutto con somma soddisfazione dei soggetti esentati e dei produttori da rinnovabili, ma con buona pace delle bollette elettriche.
E’ del tutto evidente come, giustamente o meno, la frapposizione del GSE annacquò notevolmente lo spirito di mercato che avrebbe dovuto animare il sistema dei Certificati Verdi.
In aggiunta a ciò, nel 2008 furono introdotti i cosiddetti coefficienti di valorizzazione dei Certificati Verdi, attraverso i quali alcune fonti venivano premiate maggiormente, mediante il rilascio di un maggior numero di CV per MWh prodotto. La ratio era quella di favorire le tecnologie rinnovabili con costo più elevato, ma con questo intervento anche l’aspetto di competizione tra fonti venne meno.

Sempre più tariffa amministrata

Per quasi due lustri, dunque, il sistema dei CV è sopravvissuto tra mercato (sempre meno) e logiche amministrate (sempre più). Tutto è cambiato il 28 marzo 2011, data della pubblicazione del Dlgs 28/2011. Il decreto è intervenuto su più aspetti:

• ha prorogato fino al 2016 il meccanismo originariamente transitorio dei ritiri di CV non venduti da parte del GSE;

• ha previsto l’introduzione di nuovi meccanismi di incentivazione (le aste e i nuovi “sistemi di incentivazione amministrata”) per gli impianti che entreranno in esercizio a partire dal 2013, mantenendo all’interno del sistema CV solo gli impianti avviati entro il 31/12/2012;

• ha stabilito la conversione dei CV in tariffe amministrate (il cui valore sarebbe stato poi determinato dal successivo decreto attuativo) a partire dall’anno 2016;

• ha progressivamente ridotto le quote di obbligo di acquisto di CV per i produttori convenzionali, quote che saranno azzerate nell’anno 2015.

La combinazione di queste disposizioni porterà a:

• una drastica riduzione della domanda: essendoci sempre meno compratori di CV (per via della riduzione delle quote d’obbligo), sarà sempre più difficile vendere CV sul mercato;

• un intervento ancora più massiccio da parte del GSE: per sostenere l’offerta, il GSE dovrà ritirare tutti i CV non venduti (circa il 50% del totale dei CV nel 2012, il 100% nel 2016) a un prezzo amministrato tale da garantire a tutti i detentori una “equa remunerazione dell’investimento effettuato”.

E, colpo di teatro che nessuno si aspettava, dal 2016 - anno in cui il GSE smetterà di effettuare i ritiri - i CV rimasti in circolazione (ossia quelli relativi ad impianti entrati in esercizio prima del 2013) diventeranno finalmente una tariffa fissa a tutti gli effetti, con valori determinati dal successivo decreto attuativo.

Il colpo di grazia

Il quadro, ormai quasi completo, sta per arricchirsi delle ultime pennellate grazie all’attesissimo decreto attuativo sugli incentivi alle FER elettriche.
Stando all’ultima bozza disponibile, con il quale si stabilisce anche il valore delle tariffe post 2016 che prenderanno il posto dei CV (perfettamente in linea con gli attuali valori di ritiro), il GSE emetterà e ritirerà i CV su base trimestrale. Pertanto i produttori rinnovabili non dovranno più attendere marzo per l’agognato ritiro, ma si rivedranno riacquistati i propri CV dal GSE ogni tre mesi.
Ma chi mai si sognerà di vendere i propri CV sul mercato sapendo che dopo poche settimane il GSE provvederà a ritirarli ad un prezzo già noto? E i soggetti obbligati dove dovrebbero reperire i CV necessari per l’adempimento del proprio obbligo, dato che tutti i CV finirebbero acquistati dal GSE?
Presto fatto: nella bozza di decreto compare una nuova disposizione che prevede la possibilità per il GSE di cedere ai soggetti ad obbligo, in qualsiasi momento, i Certificati Verdi  richiesti allo stesso prezzo di ritiro.

Se questo è un mercato

Riassumendo:

• da quest’anno (sempre che il decreto prima o poi esca) i produttori rinnovabili si vedranno emettere CV su base trimestrale; una volta acquisito il possesso dei CV, potranno richiederne il ritiro al GSE ad un prezzo noto (per il 2012 sarà 82,12 €/MWh), sempre su base trimestrale: ci saranno pertanto 4 ritiri ogni anno (ipotizziamo ad esempio marzo, giugno, settembre e dicembre);

• al tempo stesso, i produttori convenzionali sapranno di poter contare sul GSE, che venderà allo stesso prezzo (sempre 82,12 €/MWh per il 2012), tutti i CV necessari all’adempimento dell’obbligo.

E’ evidente dunque che l’unico soggetto con cui si relazionerà l’offerta (cioè i produttori rinnovabili) sarà il GSE; d’altra parte, il GSE sarà l’unica controparte anche per la domanda (cioè i produttori convenzionali).
L’unica ragione che potrebbe spingere la domanda e l’offerta a incrociarsi sarebbe la possibilità di effettuare transazioni a prezzi superiori o inferiori rispetto al prezzo di ritiro: ma perché mai un venditore di CV dovrebbe cedere i propri CV sul mercato a valori inferiori rispetto a quelli che il GSE garantirà al massimo dopo tre mesi? E ancora, perché mai un compratore di CV dovrebbe acquistare sul mercato CV a un prezzo superiore al valore di ritiro, sapendo che il GSE in qualsiasi momento può cedere CV proprio al prezzo di ritiro?
E’ di lapalissiana evidenza l’impossibilità di qualsiasi interazione tra domanda e offerta: essendo per definizione un mercato il luogo ove domanda e offerta si incontrano, appare quantomeno improprio continuare ad utilizzare espressioni quali “il mercato dei CV” oppure “il meccanismo competitivo dei CV”.

Coccodrillo

E’ dunque venuto a mancare, a causa dell’improvviso accelerarsi di una lunga degenerazione, l’amato (almeno da chi scrive) strumento di mercato dei CV: ne dà triste annuncio la bozza del decreto attuativo sull’incentivazione delle FER elettriche.
Innovativo (forse troppo) sin dal momento dell’introduzione, pur tra indicibili stenti esso ha incentivato la produzione di quasi 100 TWh di produzione rinnovabile, sorreggendo la crescita dell’intero settore.
Vittima di diagnosi errate e di cure inappropriate, il sedicente meccanismo di mercato è caduto presto in uno stato di ingestibile schizofrenia. Constatata la gravità della situazione, il Legislatore ne ha dapprima disposto il pensionamento, sostituendolo con le aste, e in seguito sancito l’immediata soppressione, risparmiandogli così la lenta e penosa agonia che l’avrebbe accompagnato fino all’anno 2016. Amato dai grandi player forse ancor più che dai produttori verdi, lascia oltre 3000 impianti rinnovabili, che, comunque grati, oggi lo piangono.

 

* Partner di eLeMeNS (www.lmns.it), società di consulenza indipendente operante nel settore energia, per la realizzazione di analisi specialistiche, osservatori, studi e scenari.


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