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Approfondimenti

8 Settembre 2011

La collaborazione energetica: l’Europa di domani

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Era il 1953 quando un progetto ritenuto futuristico prendeva pian piano forma: la Comunità Europea del Carbone e dell’Acciaio. Per la prima volta stati sovrani si impegnavano in una politica energetica comune, capace di garantire e sostenere ogni paese firmatario. Oggi il mondo è cambiato, come le esigenze, le necessità, le persone. Gli obiettivi e le finalità perseguite dalla CECA invece rimangono attuali come cinquantotto anni fa: forse hanno cambiato nome, hanno allargato ambito d’azione, ma i principi ai quali erano ispirate sono sempre nella volontà dei legislatori europei.

Lotta al cambiamento climatico, sicurezza energetica e riduzione delle importazioni di combustibili fossili: questi sono i nuovi obiettivi primari della Comunità europea dei prossimi anni ribaditi nella relazione sulle priorità per le infrastrutture energetiche per il 2020 e oltre (2011/2034), nonché nel parere espresso dal Comitato delle regioni di Settembre (2011/c 259/09).

La necessità di ridurre la dipendenza dell’Unione da fornitori energetici esteri divenuti instabili e imprevedibili, attraverso politiche mirate di rinnovamento, è sempre più pressante per l’Europa di domani.  Ai diversi membri si richiede, attraverso una corretta pianificazione e sviluppo delle nuove politiche energetiche, di indirizzare i propri sforzi verso questo obbiettivo comune.

Primo passo per iniziare questo percorso consiste logicamente in una corretta pianificazione normativa e organizzativa. L’Unione Europea continua a sottolineare negli ultimi mesi come sia responsabilità dei membri raggiungere gli obbiettivi sociali, ambientali e organizzativi definiti nelle normative e regolamenti già approvati, cercando di stimolare  l’elaborazione, il controllo e la sostenibilità di nuovi progetti.

Considerando ormai l’Europa come unico territorio, la Commissione Europea per l’industria, la ricerca e l’energia, sostiene come sia giunto il momento per non incentrare più gli sforzi su singoli e altisonanti progetti transfrontalieri, ma concentrarsi su collaborazioni, da divenire nel tempo sempre più strette, tra comuni, città e regioni europee capaci di costituire una nuova rete energetica comune, uniformando sistemi e tecnologie facente capo a isole energetiche capaci di essere responsabili di zone di competenza primaria. Si deve pensare a un nuovo modello organizzativo, con unità di minori dimensioni rispetto alle grandi centrali odierne e meglio distribuite sul territorio.

Quindi per incrementare la partecipazione e la collaborazione di soggetti pubblici ed investitori privati nel nuovo settore e nella politica energetica, è chiara la necessità di iter autorizzativi sempre più trasparenti, semplificati e sempre più al servizio del cliente. I membri dell’Unione devono necessariamente avere un approccio dal basso verso l’alto, per cui esperti, ingegneri e agenti di settori possano concretamente aiutare le autorità pubbliche, dalle meno esperte sino alle più competenti, a capire come e dove intervenire per facilitare la diffusione di impianti a energia rinnovabile, sempre considerando l’ottimizzazione impiantistica in base alla morfologia e alle risorse naturali del territorio. La direzione intrapresa è chiara: ogni membro dovrà produrre e consumare energia sostenibile grazie a infrastrutture sempre più diffuse, indipendenti e decentrati sul territorio.

E’ normale che elemento basilare, nonchè presupposto necessario a monte di ogni altro ragionamento per iniziare tale importante politica di sviluppo energetico, è il potenziamento e la maggior efficienza della rete di distribuzione: tecnologie, apparecchiature complesse sino ai semplici contatori devono essere sempre più al servizio del consumatore finale, capaci di adeguarsi in tempo reale, in ogni momento, al mercato e alle situazioni. I dispositivi devono essere in grado di comunicare tra loro in maniera sempre più automatica per diminuire i tempi di reazione e ottimizzare la gestione degli stessi. L’elettricità deve essere un flusso continuo all’intero del territorio Europeo: al fermarsi di una centrale o al divenire di un evento, meteorologico o catastrofico (terremoti, maremoti), il sistema deve essere in grado di organizzarsi di conseguenza, garantendo almeno in parte la fornitura dell’energia alle zone colpite.

E’ palese che considerando l’importanza del progetto a livello continentale, con investimenti più che considerevoli la necessità di una metodologia chiara e trasparente, in merito agli iter autorizzativi e finanziari, è ormai un obiettivo non più rimandabile. Il mercato è maturo: ostacoli normativi o organizzativi, per non parlare di quelli burocratici, devono essere eliminati o per lo meno attenuati. I tempi per autorizzare e di conseguenza costruire i nuovi impianti devono necessariamente accorciarsi. I rapporti tra privato, autorità e consumatore devono per forza divenire più stretti e maggiormente collaborativi.

Molte sono le commissione europee (ambiente, sanità pubblica, sicurezza alimentare, sviluppo regionale, comitato delle regioni) che vedono in questa relazione i giusti presupposti per progetti a lungo termine, arrivando ottimisticamente nel 2050 ad avere una percentuale di energia prodotta da fonti rinnovabili vicina al 100%.

Intanto, l’Italia si prepara all’ennesimo cambiamento normativo: i nuovi decreti attuativi del Dlgs 28/2011, la cui uscita è prevista per fine settembre, dovrebbero chiarire la situazione che è andata a delinearsi negli ultimi mesi, in cui la confusione e l’incertezza in merito a taluni aspetti hanno diffuso dubbi a volte infondati sulle fonti rinnovabili nel nostro paese. Il nuovo regime di incentivazione, la definizione di nuovi indici e parametri, le nuove procedure organizzative, i nuovi standard di efficienza: ecco cosa ci si aspetterebbe dal nuovo decreto. Sarà in grado il nostro paese di essere propositivo come il resto d’Europa? L’Italia avrà capito che oltre al fotovoltaico vi sono altre fonti rinnovabili, in primis le biomasse (sia liquide che solide), da considerare più che importanti? Nei prossimi giorni si spera di poter avere risposta a questi quesiti.

CC Engineering è già pronta a recepire le nuove direttive e adeguare i propri impianti con nuove tecnologie ad oggi disponibili per la riduzione del consumo dell’olio vegetale tracciato per la produzione di energia elettrica e termica, per ridurre ulteriormente l’impatto delle emissioni in atmosfera (già portate ai livelli più restrittivi d’Europa), per implementare la filiera di approvvigionamento dell’olio riducendo ulteriormente il trasporto su gomma dei combustibili, per ottimizzare il ciclo produttivo degli impianti di spremitura oggi operativi.

* Dott. Davide Frigerio, Project Manager CCEngineering srl

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