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Approfondimenti

18 Febbraio 2014

Linee guida Ue e aiuti di Stato all'energia: un'ambiguità volutamente cercata

(GB Zorzoli)

Le linee guida sugli aiuti di Stato all'energia e all'ambiente, messe in consultazione dalla Commissione Ue lo scorso dicembre, presentano caratteristiche a noi italiani molto familiari.

Purtroppo ricordano i tanti provvedimenti presi dai recenti governi italiani, finalizzati a rendere più difficile lo sviluppo delle fonti rinnovabili, senza essere costretti a dichiarare esplicitamente l’obiettivo che si intendeva perseguire.
Una conferma viene dalle risposte date alla consultazione sulla proposta, promossa della Commissione, da parte di  soggetti non sospettabili di particolari simpatie verso le rinnovabili. Quando il Consiglio dei Regolatori Energetici Europei (CEER) scrive che le linee guida non sono sufficientemente chiare e di difficile interpretazione, soprattutto per ciò che concerne le fonti rinnovabili, rimangono pochi dubbi sul fatto che l’ambiguità sia stata volutamente ricercata.

In particolare, nel testo della Commissione il confine tra fonti rinnovabili "sviluppate" e "non sviluppate" è lasciato così incerto che, in sede interpretativa, si potrebbe restringere a piacimento le tecnologie appartenenti al secondo gruppo, in modo da obbligare di fatto la quasi totalità dei progetti a partecipare al meccanismo delle aste competitive, che nella sua applicazione in Italia si è rivelato un formidabile ostacolo allo sviluppo delle rinnovabili (basti pensare al crollo delle nuove istallazioni eoliche).
Oltre tutto la definizione “sviluppate” è fuorviante. Per esempio, non si può negare che le tecnologie adottate per i grandi generatori eolici o per molti dei processi di generazione energetica mediante biomasse siano classificabili fra quelle sviluppate, ma questa denominazione non è sinonimo di “economicamente matura”. Nella maggior parte dei casi si è infatti raggiunto un livello di sviluppo che le ha avvicinare alla competitività, senza però averla ancora raggiunta: fermarsi adesso, equivarrebbe a buttare via tutte le risorse finanziarie spese finora. 

In materia non si può quindi non concordare con EPIA sull’arbitrarietà della suddetta distinzione che, creando difficoltà ad ulteriori sviluppi, provocherebbe un rallentamento nella diminuzione tendenziale dei costi e renderebbe più difficile agli Stati membri la realizzazione degli obiettivi assunti per il 2020.

Altrettanto grave è la facoltà concessa agli Stati membri di escludere la realizzazioni di impianti a rinnovabili in aree dove potrebbero creare problemi alla stabilità della rete elettrica. In tal modo, oltre a danneggiare le FER, si offrirebbe un pretesto per non portare avanti gli investimenti e le innovazioni sulle reti, cioè in un settore dove l’Europa (in particolare l’Italia) è all’avanguardia, con le inevitabili ricadute negative sulla capacità delle nostre imprese di competere a livello internazionale.

Insomma, come icasticamente ha scritto EPIA, “State Aid rules should not replace energy policy “.

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