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Comunicare l'energia

23 Novembre 2009

Emissioni di gas serra: la comunicazione come strumento di riduzione

(Paolo Degli Espinosa con Giulia Agrelli)

Gli scenari IEA e costi delle riduzioni di gas serra al 2050
 
I tre principali scenari messi a punto dalla IEA (International Energy Agency) con i costi per la riduzione delle emissioni di gas serra al 2050 sono denominati BASELINE, ACT e BLUE.

• Lo scenario Baseline è appunto quello di base, che considera gli investimenti prevedibili in una visione business as usual, quelli che comunque si dovrebbero fare indipendentemente da interventi speciali. Questo scenario, alla fine della valutazione, serve solo a costituire la base zero su cui calcolare i costi “aggiuntivi”  degli altri scenari.    

• Lo scenario ACT si basa sull’obiettivo di rientro al 2050 delle emissioni serra mondiali  ai livelli del 2005 (che erano di 28 giga tonnellate, cioè miliardi di tonnellate). Per ACT,  gli investimenti  aggiuntivi sono di 400 miliardi di dollari l’ anno da qui al 2050  (per un totale di  17.000  miliardi di dollari, circa 50 dollari di costo per tonnellata evitata).
 
Per avere un dato di rifermento, 400 miliardi di dollari equivalgono circa al  PIL dell’Olanda, o allo 0,4 % del  PIL mondiale. La cifra è molto grossa, ma è necessario riaggiustarla calcolando (sempre attraverso valutazioni) quali sarebbero i risparmi in acquisto  di combustibili fossili che l’investimento produrrebbe.
La valutazione di questo minor costo si fa attribuendo un “tasso di attualizzazione”, che corrisponde alla rendita attesa da quell’investimento (nel nostro caso il risparmio). 
 
Resta il  fatto principale che in questo scenario, a livello mondiale, occorre trovare , ogni anno, questa somma di 400  miliardi di dollari “in più” da investire nel settore energetico.
E’ praticamente certo che questi soldi verranno effettivamente investiti . Questi soldi si muoveranno davvero, nei prossimi anni, basta che ci sia un accordo a Copenhagen,  nel prossimo dicembre.
 
• Lo scenario BLUE analizza invece un dimezzamento rispetto al 2005 (quindi emissioni pari a 14 Gt). Il valore annuo in gioco, in questo caso, è di 1100 miliardi di dollari all’ anno  (circa 1% del PIL mondiale). Valore totale, da qui al 2050 , di 45.000 miliardi di dollari  (circa  2,5 volte maggiore di  ACT ). Costi fino a 200 dollari per tonnellata evitata. Questo perché l’obiettivo più ambizioso richiede tecnologie più costose ed investimenti  assai  maggiori.
Per scenari ulteriormente migliorativi, i costi possono essere ancora superiori. 
 
Il fattore “stili di vita” e la necessità di capire e partecipare al nuovo processo

Questo dicono gli analisti, e non c’è ragione di dubitare che dal punto di vista puramente tecnologico gli ordini di grandezza dei costi debbano essere quelli, configurando una quasi impossibilità economica.


Bisogna però osservare che questi scenari non prendono mai in considerazione i comportamenti degli individui valutandone possibili variazioni in una prospettiva economica. Mentre, va ricordato, l’International Panel on Climate Change, nel IV Rapporto del 2007, specificava chiaramente che proprio la modifica negli stili di vita potrebbe conseguire incisivi risultati in termini di emissioni evitate, con una notevole riduzione degli  investimenti.
 
Proviamo un ragionamento su questo tema, partendo dal presupposto (per il momento teorico) che comunque ci si muova positivamente su tutti i terreni del risparmio energetico e cioè:
• dotando di norme e standard di qualità obbligatori tutti i settori di consumo: edifici, elettrodomestici, mezzi di trasporto ecc.,
• implementando politiche industriali,  tecnologiche, fiscali che promuovano una svolta industriale verso la sostenibilità, producendo vantaggi per gli utenti,
• adottando politiche di finanziamento bancario in grado di offrire le anticipazioni di capitale  necessarie per avviare gli interventi necessari, ripagabili grazie alla  riduzione dei costi energetici e di gestione annuali,
• riorganizzando i trasporti nei contesti urbani in modo tale che l’insieme dei servizi di mobilità sostenibile e dei costi in aumento sui mezzi ad alta emissione, costituisca un vantaggio  percepibile dall’utente.
 
Se questi meccanismi si mettono in moto (e in parte già si sono messi in moto), quali sono i dispositivi fondamentali, le micce capaci di tramutare una lenta trasformazione in un processo accelerato e dinamico, in grado di bruciare le tappe e portare risultati esponenziali?  Il primo, e più ovvio, è che i portatori di interessi industriali e commerciali sperimentino che il nuovo corso è un’opportunità economica tutt’altro che trascurabile. E questa è la fase che stiamo attraversando e sulla quale si incentra principalmente il dibattito.

Ma c’è un altro elemento, grandemente sottovalutato, che può concorrere a imprimere al processo una velocità in grado di scardinare gli scenari costruiti sulla situazione esistente. E’ il fatto che i cittadini cui è rivolta la nuova proposta (di prodotti, di servizi e di organizzazione quotidiana) la percepiscano con chiarezza. E cioè possano conoscerla, capirla e sperimentarla, con ciò nei fatti cambiando profondamente il proprio stile di vita.


Dunque è necessario un ampio, approfondito e coerente impegno di informazione, comunicazione e formazione  della popolazione – e dei  progettisti e tecnici – sui vantaggi delle nuove soluzioni e  dei  nuovi comportamenti, resi convenienti in termini normativi, industriali e distributivi, e  resi credibili dalla effettiva disponibilità di servizi  sul territorio.
Si tratta di valutare  i costi /vantaggi che comporterebbe un progetto di comunicazione strettamente collegato con  il progresso degli interventi e la disponibilità dei nuovi vantaggi.
La rete comunicativa  necessaria  a questo scopo è assai impegnativa  Richiede, tra l’ altro, una comunicazione a doppio  senso: non solo gli individui devono capire e partecipare il “progetto”, ma il progetto stesso deve capire i problemi e le disponibilità dell’ individuo, adeguando via via i modi della comunicazone.
Ne vale la pena, però. Anzi, non si può immaginare alcun reale avanzamento verso gli obiettivi di riduzione senza l’utilizzo di una leva di educazione collettiva che faccia da volano alla parte tecnologica e industriale dell’intero processo.
 
 
Tornando agli investimenti

Prima ancora di ragionare in termini delle centinaia di miliardi di dollari previsti dallo scenario ACT (che non saranno sufficienti, perché è evidente – anche se spesso sottaciuto – che gli obiettivi dovranno essere più stringenti di così), conviene fare uno sforzo per immaginare come affrontare il problema cominciando da un diverso bandolo. Anche in termini di denaro.

Ipotizziamo dunque che invece dell’investimento di 400 miliardi di dollari si prenda in esame un investimento – assai inferiore – in comunicazione ed educazione rivolto ad un pubblico utile e sensibile.
Un suggerimento utile può venire dal recente studio di un gruppo di ricercatori internazionali, Sharing Global CO2 Emission Reductions among 1 Billion High Emitters. Questi studiosi, nel proporre un nuovo metodo di valutazione degli “obblighi” dei vari paesi, calcolano tra l’altro che nel 2030 ci sarà circa 1 miliardo di persone high emitters (grandi emettitori) diffusi – in modo diverso – negli Usa e paesi OCSE, in Cina e negli  altri paesi in via di sviluppo. 
 
Continuiamo a ipotizzare che si prenda la mira su quel target, impegnando a livello globale 10 dollari annui a persona per progettare, costruire e mantenere un vero programma di informazione e formazione sulle novità che via via saranno in grado di cambiare il loro stile di vita. Dieci dollari per un miliardo di persone: si tratta di 10  miliardi di dollari, solo il 2,5% dei 400 miliardi calcolati dalla IEA. Ma una cifra sufficiente (con il supporto del web e delle reti informali di passa-parola) a creare una leva di dimensioni tali da falsare il calcolo principale. Un miliardo di persone che cambiano i propri comportamenti in modo responsabile, partecipato e soddisfatto possono far risparmiare all’economia e all’umanità centinaia di miliardi in passi falsi nell’ammodernamento tecnologico e gestionale.

Abbiamo citato l’ Olanda, perché il suo PIL è uguale all’impegno oggi previsto dallo scenario ACT: 400 miliardi dollari  annui. E’ sorprendente che un paese così piccolo produca una ricchezza così grande. Era un paese povero e tanto piatto da rischiare la sommersione, ma si sono mobilitati e hanno costruito le dighe, con ampissima partecipazione popolare. Si potevano forse fare le dighe olandesi senza la partecipazione dei cittadini?
Rispetto  all’ effetto serra dobbiamo probabilmente fare lo stesso: costruire una diga,  non solo  industriale e tecnologica, ma anche  culturale, comunicativa, partecipativa, attiva a diversi livelli, fino al singolo contesto urbano e al singolo quartiere.

 
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