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Comunicare l'energia

6 Dicembre 2010

Nucleare, intervista a Gianni Mattioli e Massimo Scalia

(Paola Fraschini - Redazione Edizioni Ambiente)

Non serve a contrastare il riscaldamento globale, non ci rende indipendenti dal petrolio, non ha risolto il problema delle scorie radioattive, è rischioso e costa di più delle fonti rinnovabili. Eppure già da qualche anno si è riacceso in Europa l’interesse a favore degli investimenti in impianti per la produzione di energia nucleare. Anche il governo italiano si è prontamente attivato all’inizio del suo mandato per riavviare l’opzione nucleare nel nostro paese. Ma come mai non si è accesa la competizione tra i comuni italiani per ricevere gli incentivi governativi messi loro a disposizione per accettare la costruzione di una centrale nucleare sul proprio territorio? E come mai molti comuni in Italia sono denuclearizzati? In Regione Emilia Romagna è stato addirittura votato il no al nucleare: totale indisponibilità a ospitare siti nucleari e aree per la ricerca di quarta generazione. Insomma, perché rilanciare l’atomo? Parliamone con Mattioli e Scalia, tra i padri dell’ambientalismo scientifico in Italia, autori del saggio "Nucleare: a chi conviene?" (vedi Riferimenti).

Iniziamo con il dare una risposta al titolo del libro. Nucleare: a chi conviene?

Alla domanda si può rispondere semplicemente: alle industrie e alle aziende che ci guadagnano sopra, non certo ai cittadini e al paese.

Quante centrali nucleari dovremmo costruire per coprire il fabbisogno energetico nazionale?

È radicata la disinformazione per cui si crede che il “fabbisogno energetico” coincida con il “fabbisogno elettrico”, in realtà quello elettrico è solo una quota parte: nei paesi industrializzati circa un terzo. Se poi più correttamente si guarda non al fabbisogno ma ai “consumi energetici finali” – ai quali peraltro si riferiscono i due 20% al 2020, gli obiettivi vincolanti assunti dalla UE nel 2007 – il nucleare rappresenta appena il 2% su scala mondo e solo il 6% per i paesi industrializzati. E tranne la Francia, i paesi industrializzati coprono con il nucleare una quota largamente minoritaria dei loro consumi elettrici; una quota che le Agenzie internazionali registrano in diminuzione.

L’energia atomica ci farebbe davvero risparmiare sulla bolletta?

Assolutamente no. Il prezzo del kWh nucleare è un prezzo politico. Su di esso non gravano né le spese di ricerca, ad esempio per la sistemazione dei tipi più temibili di scorie radioattive, né gli oneri finanziari, a carico del governo e senza dei quali il nucleare non si farebbe da nessuna parte del mondo. Proprio a causa degli oneri e del crescere dei costi il nucleare è fuori mercato negli Stati Uniti, l’ultimo ordinativo interno perfezionato e concluso di una centrale atomica risale al 1978. Nonostante tutto questo, il “costo” del kWh nucleare – secondo il Department of Energy Usa, secondo Moody’s... – non risulta più conveniente di quello prodotto da combustibili fossili. E la differenza tra il prezzo politico e il costo “vero” viene pagata direttamente o indirettamente dai cittadini.

In genere si pensa ai rischi sanitari legati a una centrale atomica, ma gli impianti nucleari costituiscono anche un pericoloso bersaglio per il terrorismo. Cosa ne pensate?

Se si vogliono davvero fronteggiare attacchi terroristici l’unica difesa è la militarizzazione dell’area della centrale con tanto di contraerea, come è avvenuto nei momenti più caldi in Francia. Ma anche senza pensare al terrorismo o all’incidente catastrofico basta parlare del normale esercizio della centrale. L’epidemiologia voluta dal competente Ufficio Federale su tutte le centrali nucleari della Germania, affidata all’Università di Magonza e pubblicata nel 2008, conferma la dipendenza di danni sanitari gravi dalla vicinanza alla centrale: e nel raggio dei 5 km dall’impianto l’indagine svolta ha mostrato un aumento del 160% di tumori embriogenetici e del 220% di leucemie infantili.

Come risolvere il problema dei rifiuti nucleari? La mobilitazione suscitata dal “treno radioattivo” proveniente dalla Francia e diretto al sito di stoccaggio di Gorleben in Germania la dice lunga…

Il tentativo del governo italiano di affrontare il problema in modo autoritario e tenendo all’oscuro le popolazioni e le autorità territoriali ha sortito il disastroso esito del decreto “Scanzano”, con la giusta ribellione di tutta la Basilicata (novembre 2003). Lo scollamento consumato così gravemente tra cittadini e governo aggiunge un’altra difficoltà a un problema già difficile e complesso, una parte del quale – le scorie radioattive a vita lunghissima – è ancora oggetto di ricerca fondamentale (ADS, laser) con progetti internazionali dai costi così elevati che non riescono a decollare. Il treno per Gorleben ricorda non soltanto i rischi associati ai trasporti di materiali radioattivi, ma l’enorme calore che la radioattività sprigiona – le scorie trasportate, ancorché vetrificate, erano “visibili” da lontano con le termografie – e il fatto che gli impianti di ritrattamento sono fabbriche di plutonio, un elemento non presente in natura che serve per le bombe e che è il più radiotossico: il milionesimo di grammo è la dose letale per un lavoratore professionalmente esposto.

Se doveste sintetizzare in poche righe “perché no al nucleare” cosa direste?

Perché fa perdere tempo, si guarda al 2% dei consumi energetici mondiali e non al 98%, eludendo così il vero nodo: l’enorme peso dei combustibili fossili nei cambiamenti climatici in atto. Perché costerebbe all’Italia decine di miliardi di euro per far fare alla Francia quattro reattori Epr, distogliendo risorse finanziarie, economiche, industriali e organizzative dagli obiettivi UE – i tre 20% al 2020 – che sono diventati il punto di confronto di tutti i governi del mondo. Perché i miglioramenti apportati dopo l’incidente di Three Mile Island (1979) – un reattore dello stesso tipo dell’Epr – non sono in grado di dare una risposta ai problemi irrisolti: proliferazione atomica, contaminazione radioattiva, gestione delle scorie, disponibilità del combustibile.

Su quali energie puntereste per il futuro?

Negli Usa, il paese con più centrali nucleari al mondo, sono previsti investimenti massicci sulle fonti pulite e rinnovabili, anche come strategia per uscire dalla crisi dell’impianto economico e produttivo e la Cina è già avanti agli Usa sul terreno delle rinnovabili. In tutti i paesi economicamente più forti è aperta una colossale sfida che guarda al futuro, un futuro nel quale non c’è il nucleare. È stata l’Europa ad aprire tre anni fa questa sfida – i tre 20% – che è stata raccolta da tutti i più importanti paesi del mondo. Il problema vero è quello delle risorse da erogare ai paesi poveri o in via di sviluppo per il trasferimento delle tecnologie e per gli aiuti. Ridurre gli sprechi, aumentare l’efficienza e il ricorso alle energie pulite e rinnovabili. Questa linea d’azione è la “rivoluzione energetica” che, col protagonismo dei cittadini, ci può far inoltrare in un modello dove ai modi dell’alta densità energetica, responsabile principale della drammatica crisi ambientale che stiamo vivendo, si sostituisca mano a mano un modello di fonti decentrate sul territorio, più accessibili e più controllabili da parte dei cittadini. Insomma, verso un modello ambientalmente e socialmente sostenibile.

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