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Comunicare l'energia

18 Settembre 2018

Obbligo audit energetico 2019: piano di monitoraggio sì o no? Intervista a Nino Di Franco (ENEA)

(Maria Antonietta Giffoni)

Negli ultimi mesi, si è diffusa la notizia secondo cui, nelle diagnosi successive alla prima, occorra prevedere un piano di monitoraggio dei consumi. È proprio così? Ne parliamo con Nino Di Franco, esperto in efficienza energetica dell'Enea*.

Ingegner Di Franco, si sta avvicinando la scadenza per la seconda tornata di diagnosi energetiche prevista dall'articolo 8 del Dlgs 102/14, e si parla dell’obbligo di monitoraggio dei consumi. Aziende che commercializzano sistemi HW/SW si stanno da tempo proponendo con insistenza alle imprese obbligate, adombrando sanzioni per non conformità. Nel mondo delle imprese, tuttavia, non si ravvisa che l’obbligo abbia solide basi normative. Qual è il suo pensiero?

Negli ultimi anni spesso mi è stata chiesta la fonte giuridica da cui derivi l'obbligo al monitoraggio dei consumi per la seconda tornata di diagnosi energetiche. Io distinguerei due livelli: quello dell'opportunità e quello dell'obbligo.
Misurare i consumi produce conoscenza sulle modalità degli usi energetici, e questo è il primo fine di una diagnosi energetica anche secondo la direttiva 2012/27/Ue, per la quale l'audit energetico è una procedura finalizzata prima a conoscere i profili di consumo energetico, e poi ad individuare efficaci soluzioni di efficientamento. Un'impresa che veda lievitare sempre più l'importo della bolletta dovrà iniziare a mettere ordine nel sistema interno di distribuzione ed uso dell'energia, e dovrà prima di tutto capire quali sono i centri di costo che maggiormente impattano sui consumi. Può quindi ricostruire i flussi di energia interni adottando strumentazione di misura fissa o portatile, o partendo dalle potenze installate nei vari reparti e dalle ore di funzionamento dei vari macchinari.
Questa è un'opportunità: se si vogliono ridurre i costi vanno ridotti i consumi, e quindi bisognerà individuare le aree preferenziali nelle quali implementare misure di risparmio energetico.
Questa è una prassi che le imprese a forte consumo di energia dovrebbero già star adottando, per restare competitive nel proprio mercato di riferimento. A questo riguardo, direi che anche a livello energetico vale una sorta di 'principio antropico': se un'impresa fortemente consumatrice di energia è tuttora presente sul mercato, deve star tenendo i propri consumi sotto controllo, altrimenti la famosa 'mano invisibile' di Adam Smith l'avrebbe già spazzata via.

Cosa possiamo dire invece riguardo il supposto obbligo di misura?

Vediamo. Il trattato di Lisbona, documento costitutivo dell'Unione Europea, all'articolo 2 stabilisce che lo sviluppo sostenibile dell'Europa è basato su un'economia di mercato "fortemente competitiva". Se l'impresa deve essere competitiva, è responsabilità dell'impresa stessa decidere il giusto mix di fattori di produzione, ossia le quantità di risorse di personale, di capitale (materie prime, macchinari, energia, ecc.) e di competenza manageriale di cui disporre. Inoltre, l'articolo 41 della Costituzione italiana afferma che l'iniziativa economica privata è libera, purché non rechi danno alla sicurezza, alla libertà, alla dignità umana, e una giurisprudenza costituzionale ormai consolidata stabilisce che la libertà di iniziativa deve essere rimessa a scelte discrezionali dell'imprenditore.
Costui, tornando al nostro discorso, dovrà quindi trovare il mix di fattori di produzione dal costo più sostenibile in quel momento, compatibilmente con la qualità/quantità del bene da produrre o del servizio da erogare; tale mix è necessariamente individuale, cioè associato a quella specifica impresa, e variabile nel tempo, dipendendo a sua volta dalle dinamiche qualità/prezzo dei vari fattori di produzione. Ci saranno quindi momenti storici in cui conviene tesaurizzare fattori di produzione costosi, ed abbondare in fattori di produzione più economici; ossia momenti in cui converrà risparmiare sulle materie prime e consumare più energia, in cui converrà diversificare la produzione e investire in nuove tecnologie, o assumere managers più esperti e risparmiare sulla logistica, eccetera. D'altronde, senza addentrarci nelle teorie del valore, faccio presente che una delle ricadute più significative di un'economia di mercato, e di ausilio al decisore, è il prezzo di un fattore di produzione, il quale internalizza sia il valore intrinseco associato alla rarità del fattore stesso, sia lo sforzo che il sistema economico nel suo complesso deve sostenere per rendere quel fattore disponibile all'utente finale.
L’energia non è da meno: i prezzi di petrolio e gas tendono sempre ad aumentare perché le rispettive riserve vanno diminuendo (aumenta la rarità), mentre il kWh da fotovoltaico, pur essendo gratuita la fonte solare, non ha un costo pari a zero perché per produrlo occorre investire in apparati di conversione ed infrastrutture di trasmissione e distribuzione.
L'imprenditore, nel definire il mix ottimale dei propri fattori di produzione, è in grado di stimarne a priori il valore associando alle rispettive quantità i relativi prezzi attuali. Se il costo della fornitura di energia cresce - e secondo Eurostat nel 2016 l'industria italiana già pagava il kWh più caro d’'uropa: 0,156 € contro una media EU di 0,114 (stiamo parlando di un 37% in più) - è naturale pensare a strategie di contenimento diminuendo i consumi, adottando quindi tecniche e prassi procedurali che mireranno a rendere più efficiente l'uso dell'energia. Lo Stato può concedere incentivazioni, le quali modificano il valore del paniere dei fattori di produzione, spostando il punto di ottimo verso una configurazione a minori consumi, a valle comunque di una valutazione unilaterale da parte dell'imprenditore.
In questa ottica, sembra quindi che l'obbligo all'esecuzione di una diagnosi energetica a carico delle grandi imprese manchi di coerenza interna rispetto allo sviluppo di un'economia fortemente competitiva, essendo le tattiche da adottarsi per migliorare la competitività delle singole imprese un argomento da trattarsi solo negli uffici degli Amministratori delegati. Invece, la Commissione Europea, quasi non fidandosi della capacità di Business Europe (la federazione delle associazioni di impresa europee del settore industriale) di gestire i vari fattori di produzione, fra cui l'energia, ha imposto la diagnosi energetica ogni 4 anni. Non tenendo in conto che il settore industriale, a causa, o meglio "grazie" alla necessità di competitività imposta dal mercato, è un settore che investe molto in efficienza energetica e che ha ridotto i propri consumi specifici di circa il 20% negli ultimi quindici anni. La stessa Strategia Energetica Nazionale del 2017 ammette che il settore industriale ha un potenziale di riduzione dei consumi più contenuto rispetto ad altri settori, perché già presenta elevati livelli di efficienza.
Dato questo quadro, può quindi lo Stato, o l'Europa, imporre di monitorare i consumi? Io mi pongo una serie di domande:
a) perché dovrebbe farlo? perché – da Stato etico – vorrebbe sostituirsi all’'mprenditore ed imporgli procedure interne di cui solo costui dovrebbe avvertire l'urgenza e la necessità? L’imprenditore è in prima linea, ed è lui – operando nel proprio mercato di riferimento – a conoscere la propria catena del valore e rischiare capitali e posti di lavoro, mentre lo Stato, venuto meno l'IRI ed il Ministero delle partecipazioni statali, non conosce la catena del valore né i mercati;
b) il monitoraggio, di per sé, non riduce i consumi;
c) non hanno necessità di monitorare i consumi imprese con basso rapporto spesa energetica/fatturato;
d) non hanno necessità di monitorare i consumi imprese che abbiano stabilizzato storicamente il proprio consumo specifico a livelli ritenuti sostenibili. Eccetera.
In pratica, dato l'alto costo del kWh in Italia, chi lo spreca è già sanzionato, con una multa annua pari al costo dell'energia sprecata. Lo stesso vale anche per il gas naturale. E, ribadisco, un'impresa forte consumatrice di energia che sprechi energia è destinata inevitabilmente alla crisi.

Una diffusa campagna di monitoraggio, a seguito del gran numero di diagnosi che verranno inviate alla banca dati dell’ENEA, produce però conoscenza addizionale sui processi produttivi e sull’efficienza dei diversi comparti. Non è questa una ricaduta importante?

Effettivamente grazie al monitoraggio si potranno definire gli ENPI (energy performance indicators) o IPE (indici di prestazione energetica) per i vari settori produttivi, che potranno fungere da 'traguardo' o 'benchmark' per le imprese che hanno un indicatore peggiore.
Anche su questo aspetto andrebbe fatta chiarezza. Se l'IPE di settore è valutato come valore medio, vorrà dire che parte della popolazione di quel settore avrà un indicatore migliore, e quindi non godrà di valore aggiunto informativo di tipo 'proattivo'. Potrebbe per costoro addirittura ingenerarsi un rebound effect, che potrebbe raffreddare il razionale impeto con cui viene attualmente gestita l'energia. La restante parte della popolazione industriale con indicatore peggiore dell'IPE medio potrà invece, nella maggior parte dei casi, solo prenderne atto.
Anche nello stesso comparto industriale, non esistono due stabilimenti con identico processo produttivo, e quello di due stabilimenti che ha un IPE peggiore dell'altro non vuol dire che sia meno efficiente. Ai fini della valutazione dell'indicatore infatti concorrono molte variabili, quali la natura delle materie prime (che possono richiedere più o meno energia per essere trattate), l'obsolescenza dei macchinari, l'articolazione più o meno spinta delle reti di distribuzione energetica e i parametri termodinamici dei fluidi circolanti, l'integrazione totale-parziale-nulla delle diverse fasi produttive, il tipo di strutture edilizie e i materiali costituenti, la capacità tecnica delle maestranze e manageriale degli organi di vertice, il grado di automazione delle linee produttive, la climatologia, la presenza di impianti cogenerativi e/o a fonti rinnovabili, la particolare tecnologia di processo adottata, le prassi di manutenzione, il numero di turni lavorativi, la natura del prodotto finito (che può richiedere più o meno passaggi intermedi di trattamento), la varietà dei beni prodotti, eccetera. Per esibire una certa significatività statistica, l'indicatore dovrebbe quindi incorporare, oltre al valor medio, anche la varianza; in tal maniera il benchmark, invece di costituire un traguardo fisso, diventerebbe un intervallo sfumato cui tendere, restando in ogni caso inalterate le questioni in precedenza enunciate sulla presunta scarsa efficienza dei processi con IPE superiore all’area di varianza.
Si possono trarre due conclusioni: l'unico IPE che abbia valore assoluto interaziendale è quello valutato per via teorica, supportato da esperienze di laboratorio in condizioni controllate. In tal senso esso assume la connotazione di benchmark teorico che non potrà mai essere conseguito in un processo reale, ma la cui prossimità è indice del grado di efficienza del processo stesso; questo è il tipo di approccio adottato per esempio dalla pinch technology nel campo dei recuperi termici. Se inoltre un'impresa vuole identificare un benchmark, può assumere come riferimento intra-aziendale i propri IPE, scegliendo quello migliore conseguito negli ultimi anni, ed eventualmente dotarsi di un sistema di gestione che ne preveda il miglioramento continuo, coerentemente con quanto previsto dal pacchetto delle norme ISO 50001.
La valutazione degli IPE settoriali sulla base dei piani di monitoraggio estesi a livello nazionale avrebbe dunque significato solo per confrontare i sistemi industriali dei diversi Paesi dell'UE, ed un simile processo comparativo, non auspicato esplicitamente dalla Commissione, necessiterebbe di protocolli comuni da adottarsi omogeneamente nei 28 Stati membri. Una volta realizzato, resterebbe poi il problema di cosa fare dei dati raccolti ed elaborati, oltre al mero aspetto informativo.
A conclusione di questo argomento, direi quindi che la conoscenza di un IPE è importante per un'impresa solo quando questo costituisca il passo iniziale di un complesso percorso virtuoso che l'impresa stessa ha ferma intenzione di intraprendere e portare a termine, individuando e realizzando interventi di efficientamento economicamente sostenibili, che minimizzino i consumi di energia. Se manca questa decisiva spinta motivazionale, derivante da una precisa strategia di impresa, è difficile che un decisore possa scorgere, in un semplice numero calato dall'alto (seppur ammantato dall’esoticità del termine benchmark), un'occasione di miglioramento dei propri conti economici.
E, da ultimo, mi lasci dire che se questo fosse il reale scopo del legislatore, cioè la determinazione degli IPE per i vari settori, questa opera di conoscenza preliminare avrebbe un costo esorbitante, cioè il valore delle circa 15.000 diagnosi ad oggi realizzate, che possiamo quantificare intorno a 100 milioni di euro, oltre al valore di altrettante diagnosi che saranno realizzate nella seconda tornata. Indurre il sistema delle imprese a spendere 200 milioni di euro solo per l'individuazione di IPE, come detto in precedenza necessariamente approssimati e di difficile interpretazione, potrebbe sembrare un'operazione discutibile. Una piccola frazione di questa cifra sarebbe stata sufficiente per condurre analisi standardizzate, settore per settore, con crismi di omogeneità e significatività scientifica sicuramente superiori.

Abbiamo parlato di libertà di impresa, di opportunità, di IPE, ma ancora non abbiamo detto da dove derivi l’obbligo normativo.

Giusto. Direi di affrontare il discorso ab ovo. Partiamo dall'Allegato 2 al Dlgs 102/14, mutuato dal corrispondente allegato VI della direttiva 2012/27/Ue. In esso si stabilisce che gli audit energetici sono basati su dati operativi relativi al consumo di energia aggiornati, misurati e tracciabili. L’aggettivo "misurati" può senz'altro significare che a monte deve esistere un consuntivo di consumo – di elettricità e di combustibili – derivante da una misura. Le bollette di fornitura derivano tutte da una misura, quindi basta raccoglierle, estrarne i dati dei consumi parziali, ed il requisito della misurabilità è rispettato.
Voler interpretare quel 'misurati' come obbligo di implementazione di un capillare piano di monitoraggio tramite strumentazione dedicata è azzardato e incoerente: un obbligo comporta sempre una sanzione, e poiché le diagnosi immesse sulla banca dati ENEA in larghissima parte non derivano da piani di monitoraggio tramite strumentazione dedicata, avrebbero dovuto tutte meritare la sanzione. Ma ciò non è stato. E poiché ciò non è accaduto né in Italia né in nessuno Stato membro, è chiaro che la volontà del legislatore europeo era di agganciare un dato di consumo quanto meno ad una misura da contatore generale. Ovviamente misure più ramificate e puntuali sono benvenute, ma non sono obbligatorie.
In conclusione, è come se il dottore, non manifestando noi particolari sintomi, invece di consigliarci un ECG ogni due anni ci ordinasse di indossare da oggi e per sempre un holter cardiaco per verificare se il nostro battito riflette quello che dovrebbe avere un cittadino italiano medio della stessa età, sesso, condizione sociale, storia sanitaria, eccetera: è ovvio che l'enorme surplus di informazioni così rilevate sarebbe inutile.
È vero inoltre che Lord Kelvin enunciò nel lontano 1893 l'aforisma "Se non lo misuri non lo controlli", ma quello che intendeva probabilmente era "Se pensi che un certo impianto non funziona in modo ottimale, devi avere nozione dei parametri di marcia che lo caratterizzano, per isolare la problematica e risolverla". Risolta la problematica, forse non sarà più necessaria una futura misura puntuale e costante. Se c'è l'intenzione di recuperare calore dai gas esausti di un forno, per dimensionare il recuperatore di calore si deve conoscere la temperatura di disponibilità dei gas, che va quindi misurata. Fatta la misura una tantum si può quindi di procedere col progetto, senza necessariamente tener sotto futuro e continuo controllo la temperatura di disponibilità.

È vero che il concetto della misurazione non compare esplicitamente nel Dlgs 102/14, ma esso è richiamato senz’altro in alcuni successivi documenti del MiSE.

Effettivamente, nel corso del biennio 2015-16 il MiSE ha prodotto tre successivi documenti di chiarimento dell'articolo 8, l'ultimo dei quali, di novembre 2016, è da considerarsi il definitivo (vedi i Riferimenti in basso). Direi intanto di concentrare l'attenzione sul fatto che si tratta di un documento di chiarimento non previsto dal Dlgs 102/14, e come tale esso non ha potere normativo, non potendo introdurre nuove norme e quindi nuovi obblighi rispetto a quanto già previsto dal decreto stesso: quest'ultimo, ricordo, in nessun articolo prevede un obbligo di monitoraggio dei consumi energetici tramite strumentazione dedicata.
Il documento di chiarimento contiene tuttavia diversi passaggi caldi.
Il primo è al comma 4.1 punto 2, nel quale si afferma che la diagnosi deve risultare conforme ai criteri minimi contenuti nelle norme tecniche UNI CEI EN 16247. Queste norme europee descrivono le procedure da adottarsi per eseguire una diagnosi energetica, ma non prevedono mai un obbligo di misurazione. Quando si dovesse rendere necessaria una misurazione, esse forniscono indicazioni e cautele da adottarsi per garantire l’esattezza della misura, niente di più.
Nel secondo punto caldo si dice che la diagnosi energetica deve rispettare quanto riportato nell'Allegato 2, essendo questo un nuovo Allegato 2, da non confondere con l'analogo del Dlgs 102/14. Questo Allegato 2 descrive come va eseguita la diagnosi energetica, e contiene il seguente passaggio: “[…] si dovrà definire l'implementazione del piano di monitoraggio permanente in modo sia da tener sotto controllo continuo i dati significativi del contesto aziendale, che per acquisire informazioni utili al processo gestionale e dare il giusto peso energetico allo specifico prodotto realizzato o al servizio erogato".
In questo passaggio viene introdotto il concetto di piano di monitoraggio permanente, senza che un simile strumento sia mai stato citato o previsto dall'unica normativa ad oggi cogente in merito alle diagnosi energetiche, che è l'articolo 8 del Dlgs 102/14. Può un documento di chiarimento fare ciò? Girerei l'interrogativo ai giuristi. Quello che mi sento di dire è che viene prescritto di definire (non adottare, o realizzare, o implementare) un piano di monitoraggio; e che un piano di monitoraggio può non necessariamente fare leva su strumentazione di misura dedicata, ma che può essere costituito dal classico foglio di calcolo in cui compaiano i diversi utilizzatori, le corrispondenti potenze installate, i tempi di inserzione, rendimenti e coefficienti di carico stimati, aggiornato con eventuali misurazioni eseguite con strumenti portatili secondo un piano da definirsi autonomamente.
Secondo l'aforisma di Winston Churchill, permane tuttavia un dubbio avvolto in un mistero: se l'Amministrazione ha la volontà di obbligare le imprese a monitorare i propri consumi in maniera capillare, perché esprimerla in un marginale passaggio di un allegato a un documento di chiarimenti, e non invece tramite un articolo di decreto legislativo? Si consideri che un piano di monitoraggio articolato, per esempio coerente con le indicazioni che ENEA fornisce nella propria proposta non vincolante "Linee Guida per il Monitoraggio nel settore industriale per le diagnosi energetiche ex articolo 8 del Dlgs 102/2014" ha un costo non indifferente. Dovendo decidere cosa e come misurare, un progetto di monitoraggio non può prescindere dalle seguenti fasi: analisi del processo produttivo, definizione di una strategia di intervento, scelta degli strumenti, loro approvvigionamento con analisi di mercato, richiesta di offerte, selezione e ordini, installazione di HW e SW, messa in servizio, collaudo, gestione corrente, manutenzione ordinaria e straordinaria, aggiornamenti. Un multimetro installato in un quadro elettrico, comprensivo di TA e gateway, costa in opera circa 500 €, un sistema di misura di fluidi caldi o freddi ha un costo molto superiore. Ho chiesto preventivi per un sistema di base che preveda una ventina di punti di misura elettrici e cinque termici, e le offerte variano dai 30.000 ai 70.000 euro in opera. Il cloud, la gestione e l'aggiornamento continuo del sistema comporteranno inoltre costi annuali da sostenersi per sempre. Secondo me, obbligare le imprese a dotarsi di simili costosi sistemi di monitoraggio necessiterebbe di un atto dalla forza normativa non inferiore a quella di un decreto legislativo.

Per completare la disamina, resta da commentare un altro passaggio del documento di chiarimento, dove si dice che qualora non siano disponibili misure a mezzo di contatori dedicati, per la prima diagnosi, il calcolo dei dati energetici di ciascuna unità funzionale viene ricavato dai dati disponibili. Questo passaggio può essere interpretato in modo estensivo o restrittivo. In ogni caso in esso non trovo alcun riferimento esplicito – come dovrebbe essere in una norma vincolante – all'obbligo di misurazione. Esso non esclude che anche dalla seconda diagnosi in poi i dati possano essere ricavati da dati disponibili, e non da strumentazione dedicata.

Non trova che alcune delle questioni finora discusse, in particolare il rapporto tra libertà di impresa ed istanze  governative, avrebbero dovuto essere sollevate dalle diverse associazioni di categoria?

Non posso che rispondere come gli Spiriti del Manfred di Byron: «La risposta è nel tuo domandare».

 

*Le opinioni espresse nel presente intervento riflettono il pensiero dell'Autore e non impegnano in alcun modo l'istituzione cui appartiene.

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