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Comunicare l'energia

4 Novembre 2020

Quale affidabilità hanno le diagnosi energetiche obbligatorie? Intervista a Nino Di Franco

(Maria Antonietta Giffoni)

In tempo di Superbonus, vale la pena parlare anche di diagnosi energetiche, che rappresentano il punto di avvio necessario per capire dove sia meglio intervenire quando si vuole ottenere un risparmio di energia. Quali risultati sono stati ottenuti dalle diagnosi obbligatorie? E quale grado affidabilità hanno avuto finora? Lo abbiamo chiesto all'Ingegner Di Franco, esperto di efficienza energetica (ENEA, Università di Pavia)*.

Ingegner Di Franco, nel campo del risparmio energetico ci ricorderemo di questo 2020 per l’introduzione del Superbonus al 110%. Ci sono, invece, novità nel campo delle diagnosi energetiche obbligatorie introdotte dall'articolo 8 del Dlgs 102/2014?

Effettivamente il Superbonus, indirizzato all’intera cittadinanza e caratterizzato da un incentivo così elevato, ha totalmente monopolizzato l’attenzione degli italiani sul tema del risparmio energetico. La diagnosi energetica obbligatoria è viceversa uno strumento indirizzato ad una platea più ristretta, tipicamente le grandi imprese, tuttavia anche in tale ambito ci sono state interessanti novità dovute a due fatti principali: le risultanze diffuse dall’ENEA sui risultati della seconda campagna di diagnosi, terminata il 5 dicembre 2019, e le modifiche introdotte dal Dlgs 73/2020, che ha recepito la direttiva EED II (Energy Efficiency Directive II -  2018/2002).

Rimandando i lettori a un futuro approfondimento per le novità relative al recepimento della direttiva (presto su Nextville.it), soffermiamoci qui sui dati Enea. Quali sono stati, secondo lei, i principali risultati di questa seconda campagna di diagnosi?

Partiamo da una precisazione per i lettori: i dati ENEA a cui facciamo riferimento sono quelli che la stessa Enea ha diffuso durante una serie di webinar tenuti nei mesi di giugno e luglio di quest'anno.
Da questi dati emerge che, nella seconda tornata di diagnosi energetiche, 6.434 imprese hanno immesso a sistema 11.172 rapporti (vedi presentazione Tocchetti, pagina 8); il che significa che, mediamente, ogni impresa ha gestito 1,7 siti produttivi. La diminuzione dei rapporti inviati rispetto al dicembre 2015 (erano 15.154 - vedi presentazione Martini, pagina 2) è imputabile a due motivi principali:
• il primo è stata la possibilità di realizzare una clusterizzazione non solo a livello di siti produttivi controllati da un’impresa, ma anche a livello di imprese appartenenti ad un gruppo;
• il secondo è consistito nel fatto che dopo il 2015 il Mise ha modificato la definizione di ‘grande impresa’: la definizione consolidata (più di 250 dipendenti, e fatturato superiore a 50 milioni di euro o bilancio superiore a 43 milioni di euro), grazie a quell’e invece dell’o (nel documento di chiarimenti del Mise di aprile 2015 era presente la o), ha ristretto il campo delle imprese soggette all’obbligo, passate da 8.130 (
vedi presentazione Martini, pagina 2) a 6.434, di conseguenza è diminuito anche il numero di rapporti prodotti.

Il gran numero di diagnosi inviate dimostra quindi il successo dell’iniziativa

Senz’altro, ma si tenga conto che in parallelo all’obbligo viaggia un sistema sanzionatorio che prevede multe che vanno dai 2.000 ai 40.000 euro per le imprese che non abbiano inviato la diagnosi, oppure che l’abbiano svolta ma in modo non conforme. E che il pagamento della sanzione non esime in ogni caso dallo svolgimento della diagnosi stessa.

Ci sono altri aspetti che lei ritiene meritevoli di interesse?

Intanto consiglierei l’accesso al portale dell’ENEA per visionare i diversi rapporti statistici che sono stati prodotti, con tutti i dati di dettaglio. In merito agli aspetti che ritengo meritevoli di commenti, direi che ce ne sono almeno tre, e riguardano gli interventi di razionalizzazione, gli esecutori della diagnosi e le imprese con sistema ISO 50001.

Partiamo dagli interventi

Gli interventi sono stati codificati in due categorie: quelli ‘effettuati’ e quelli ‘individuati’. In particolare 2.370 imprese, che hanno inviato la diagnosi in questa seconda campagna, hanno dichiarato di aver realizzato 7.265 interventi
(vedi presentazione Tocchetti, pagina 13). Ciò corrisponde a 3 interventi realizzati per impresa.
Poiché però ogni impresa può gestire diversi siti produttivi (nella seconda tornata, come visto in precedenza, ogni impresa ha gestito mediamente 1,7 siti), i 3 interventi diventano circa 1,5 per sito. Questo significa che, negli ultimi quattro anni, in ogni sito è stato realizzato un intervento e mezzo di quelli segnalati durante la prima campagna. Mi sembra sinceramente un po’ poco come ricaduta. Qualunque realtà produttiva ogni giorno è soggetta ad opere di revisione, manutenzione, correzione, implementazione dei più diversi interventi progettuali, e quell’intervento e mezzo magari sarebbe stato in ogni caso realizzato, anche senza il suggerimento proveniente dal rapporto di diagnosi.
Riguardo gli interventi ‘individuati’ in questa seconda campagna, sono stati in tutto 30.953
(vedi presentazione Tocchetti, pagina 13), distribuiti su 11.172 siti produttivi; questo significa 2,8 interventi per sito sottoposto a diagnosi. Ritengo questo dato abbastanza 'avaro'. Io, con i miei collaboratori, ho svolto durante la mia attività professionale decine di diagnosi in aziende di qualunque dimensione. Se parliamo di grandi stabilimenti ricordo, per esempio, un cementificio, o uno per la produzione di semiconduttori. Ebbene, in tali casi gli interventi individuati sono stati sempre almeno una ventina, da quelli più semplici a quelli più impegnativi. Di converso, il sito più piccolo su cui ho condotto una diagnosi è stato uno di confezionamenti tessili, una realtà di venti dipendenti confinata in un piano terra condominiale di circa 300 metri quadrati. Anche in tale contesto, tra modifica dei contratti di fornitura, gestione caldaia, dell’aria compressa, dell’illuminazione, ho individuato una decina di interventi possibili.
Una media di tre interventi per diagnosi mi sembra, quindi, veramente minimale. Inoltre, visto che il numero di diagnosi per stabilimento non può che seguire una distribuzione gaussiana, con un valor medio ed una varianza, il valore di tre interventi per sito significa che per alcuni siti saranno stati segnalati molti interventi, ma per diversi altri gli interventi individuati saranno stati tra zero e uno. Una diagnosi che si concluda in pratica con un nulla di fatto non è una diagnosi. Quando nelle analisi del sangue riscontriamo un valore fuori range ne prendiamo atto, ma poi vogliamo sapere cosa fare per ripristinare il valore corretto. Aver imposto a circa settemila imprese di realizzare una diagnosi energetica, significa averle ritenute mediamente incapaci di gestire in autonomia la variabile energetica.
Ma se poi il risultato sono solo tre interventi in grado di ripianare le ‘sofferenze’ energetiche - tre che spesso può diventare zero o uno -, significa che la variabile ‘energia’ in tali imprese non è poi così importante, decisiva o critica, e quindi che la campagna diagnostica a tappeto può considerarsi senz’altro sovradimensionata.
Ricordo che lo scopo ultimo di una diagnosi consiste nel comunicare al committente cosa fare per ridurre consumi e costi per gli approvvigionamenti di energia, ossia stilare la lista degli interventi di efficientamento ognuno dimensionato in modo da risultare economicamente conveniente. In mancanza di ciò, la diagnosi si risolve in un esercizio in cui diagrammi si susseguono a grafici che si susseguono a tabelle, il tutto confezionato in modo cromaticamente attraente ma di scarsi contenuti fattivi, se non quello di aver ottemperato ad un obbligo di legge e di aver evitato la sanzione. La domanda che mi sento di fare in conclusione è: quale affidabilità di completezza hanno le diagnosi immesse a sistema?

Cosa possiamo dire sugli esecutori delle diagnosi?

Come sappiamo, il Dlgs 102/2014 consentiva l’esecuzione delle diagnosi solo a tre tipi di soggetti:
• agli EGE, esperti in gestione dell’energia certificati ai sensi della norma UNI CEI 11339;
• alle ESCo, società di servizi energetici certificate ai sensi della norma UNI CEI 11352;
• a ISPRA relativamente allo schema volontario EMAS.
Dalle statistiche dell’ENEA si rileva che il 52% delle diagnosi è stato redatto da ESCo mentre il restante 48% da EGE. Il contributo di ISPRA è stato marginale (4 rapporti -
 vedi presentazione Tocchetti, pagina 14).
Entrando nel dettaglio, si rileva come una ESCo abbia inviato 294 rapporti di diagnosi, una seconda 286 una terza 232, e così via
(vedi presentazione Tocchetti, pagina 14). Questi numeri meritano un commento.
Una diagnosi energetica, condotta per conto di una grande impresa, richiede il coinvolgimento diretto di almeno due tecnici esperti e l’esecuzione di una gran numero di attività, dal reperimento dei dati di consumo e costo energetico, alla loro sistematizzazione e interpretazione; dalla descrizione delle impiantistiche energetiche all’individuazione degli interventi di razionalizzazione con relativi indicatori tecnico-economici; dall’elaborazione del rapporto finale alla sua presentazione ai responsabili aziendali, oltre ad altre attività intermedie (studio del processo produttivo, ricerche di mercato, individuazione di finanziamenti, accesso a incentivi, ecc.), tenendo inoltre conto che spesso è necessario condurre diversi sopralluoghi nel sito. Per una singola ESCo, aver presentato circa 300 rapporti a dicembre 2019 significa aver prodotto un rapporto al giorno nell’arco di un anno, e quindi aver potuto disporre – quanto meno in tale periodo – di un gran numero di collaboratori tecnici, con relativo grandissimo impegno gestionale.
Una simile attività ritengo sia stata possibile solo per grandi ESCO strutturate. Il dato che invece fa pensare di più riguarda gli EGE, laddove leggiamo sempre dai dati dell’ENEA che un solo esperto ha inviato 173 rapporti di diagnosi, un secondo 99 e un terzo 82, eccetera. Questi sono dati che non possono che lasciare interdetti, considerato che allorché un EGE appone la propria firma in un rapporto se ne assume la responsabilità civile e penale, e dunque ne deve essere completamente padrone.
Ricordo che, sempre l’articolo 8 del Dlgs 102/2014, recita che “le diagnosi […] sono eseguite da soggetti certificati…”. Si parla di ‘esecuzione’, non di controllo o presa in carico o supervisione. L’esecuzione comporta aver condotto in prima persona, o quanto meno partecipato, alle attività di cui parlavo prima, e che un solo esperto possa aver realizzato autonomamente 173 diagnosi fa indubbiamente pensare. Condurre una diagnosi in un contesto seppur di piccole dimensioni richiede almeno una settimana, considerando che un giorno serve per il sopralluogo, un giorno per la presentazione finale, due per l’elaborazione dei dati, uno per la redazione del rapporto. 173 diagnosi corrispondono quindi a non meno di 173 settimane, ossia più di tre anni, lavorando a tempo pieno; 99 diagnosi a poco meno di due anni, e così via. Un simile aspetto getta un’ombra di ambiguità sul come è stata condotta parte della campagna diagnostica, e richiederebbe quindi degli approfondimenti.

Il Dlgs 102/2014 esenta le imprese con sistema ISO 50001 dalla presentazione della diagnosi; questo è un aspetto di sicura flessibilità e semplificazione

Lo sarebbe se le imprese ISO 50001 fossero esentate tout court. Viceversa esse devono dimostrare di aver prodotto, nel processo di implementazione del sistema gestionale, un documento assimilabile a una diagnosi, ossia rispettoso dell’allegato 2 al Dlgs stesso e di conseguenza, in base al documento di chiarimenti del Mise di novembre 2016, ai criteri minimi contenuti nelle norme tecniche UNI CEI EN 16247, parti da 1 a 4.
Questa dimostrazione è abbastanza time consuming, dovendo l’impresa 50001 trasmettere ad ENEA:
1) una matrice di sistema contenente informazioni sui dati dell’impresa, i confini del sistema di gestione, persona o struttura organizzativa che coordina il sistema di gestione, informazioni sul metodo di raccolta dei dati e sul monitoraggio implementato, consumi e modelli energetici, consumo di riferimento, possibili interventi individuati;
2) un foglio di riepilogo contenente gli indicatori di prestazione energetica delle principali aree di uso significativo;
3) la copia del certificato ISO 50001 in corso di validità.
Stabilimenti con sistema 50001 possono ottemperare all’obbligo sia tramite l’invio di matrice di sistema, foglio riepilogativo e certificato, oppure realizzando direttamente la diagnosi, come qualunque altra grande impresa, inviando dunque rapporto diagnostico, file di riepilogo ed eventuale clusterizzazione.
Ora, su questi aspetti vorrei spendere due parole. Per ottenere la certificazione ISO 50001 è obbligatorio condurre una energy review, ossia un’analisi interna capillare, approfondita e a largo spettro su tutti gli aspetti che influiscono su consumi e usi dell’energia, analisi che contiene la diagnosi energetica. Il dover dimostrare di aver prodotto quest’ultimo documento mi appare quindi pleonastico.

L’impresa però potrebbe aver limitato il sistema 50001 ad un sottoinsieme dello stabilimento, per esempio solo alla sezione di produzione dell’energia termica, o solo ad una linea del processo produttivo…

Certo, ma allora in tali casi l’impresa dovrebbe produrre solo una diagnosi per la sezione di stabilimento non coperta dalla ISO 50001.
In conclusione, l’introduzione di una ISO 50001 è molto costosa e impegnativa (in medie organizzazioni serve non meno di un anno); ma soprattutto, questo passo non deriva da un’imposizione normativa, ma da una scelta unilaterale dell’azienda, che con l’adesione a tale sistema vuole esplicitare la propria attenzione alla variabile energetica grazie a procedure interne che rendano sempre aggiornate, sia dal punto di vista tecnologico che normativo, le proprie prassi gestionali. Un sistema di controllo gestito da ACCREDIA provvede poi a verificare che il sistema gestionale sia sempre conforme a quanto disposto dalla norma.
Io mi sarei aspettato che, nei confronti di simili organizzazioni, animate da spirito proattivo, fosse data per scontata l’attenzione alla gestione dell’energia, e che quindi la richiesta della matrice di sistema o di una nuova diagnosi fosse considerata un’inutile duplicazione di documentazione. Si consideri che lo stesso Dlgs 102/2014 tendeva a favorire l’introduzione dei sistemi gestionali, penso per esempio al cofinanziamento Mise-regioni dell’articolo 8 comma 9. Non prevedere sgravi amministrativi a favore delle aziende che introducono autonomamente sistemi 50001 potrebbe far decadere l’interesse riguardo simili strumenti.

A suo giudizio, esistono ulteriori aspetti problematici nell’interazione tra diagnosi obbligatoria e sistemi 50001?

Dai dati dell’ENEA emerge senz’altro un altro aspetto problematico. Delle imprese con sistema 50001, quelle che hanno optato per la matrice di sistema sono 209, mentre quelle che hanno inviato il rapporto di diagnosi sono 169. I siti produttivi gestiti da aziende 50001 sono 1046, e di questi solo 509 hanno adottato la matrice di sistema (vedi presentazione Biele, pagine 5-6). Se ne deduce che circa la metà dei siti con sistema 50001 hanno optato per lo svolgimento della diagnosi. Questo contraddice quanto dicevo in precedenza, ossia che laddove è implementato un sistema 50001 la variabile energetica è assolutamente tenuta sotto controllo, e che la redazione di un documento di diagnosi dovrebbe essere un pleonasmo.
Il motivo per cui aziende con sistema 50001 hanno preferito produrre ex novo una diagnosi, invece di riempire dei moduli con una serie di dati sicuramente in loro possesso, attività quest’ultima certamente meno onerosa, mi sfugge. Possono essere invocate una serie di cause, ma in mancanza di evidenze numeriche non me la sento di esplicitarle.

*Le opinioni espresse nel presente intervento riflettono il pensiero dell'intervistato e non impegnano in alcun modo le istituzioni cui appartiene.

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