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Comunicare l'energia

18 Aprile 2011

Nucleare, a chi conviene? Intervista a Massimo Scalia

(Paola Fraschini - Redazione Edizioni Ambiente)

Abbiamo chiesto un breve confronto sui fatti di tragica attualità al professor Massimo Scalia. Il suo nome è legato alle battaglie contro il nucleare, per il risparmio energetico e per le energie rinnovabili.

Docente alla Facoltà di Scienze Matematiche, Fisiche e Naturali dell’Università “La Sapienza” di Roma, ha ricoperto importanti incarichi politici. Autore con Gianni Mattioli del saggio Nucleare: a chi conviene?.

L’incidente al reattore nucleare giapponese di Fukushima ci ha ricordato che non è possibile sottovalutare il rischio intrinseco di questa tecnologia. Abbiamo visto, in diretta tv, che stare nel raggio di 10-20 chilometri da una centrale nucleare non è affatto lo stesso che trovarsi a centinaia di chilometri di distanza. L’argomentazione spesso adotta a favore del nucleare (“tanto vi sono centrali nucleari oltre le Alpi”) e l’affermazione che non farebbe differenza dislocarne anche sul territorio italiano appare oggi più che mai discutibile, cosa ne pensa?

È una cosa che si inventò Felice Ippolito a metà anni ’70 quando insegnava presso “La Sapienza” di Roma (Felice Ippolito, segretario del primo Comitato nazionale ricerche nucleari, CNRN, creato nel 1952, e segretario generale quando il Comitato fu trasformato in Comitato nazionale energia nucleare, CNEN, nel 1960, ndr). A me è da sempre parsa una logica che fa acqua: il fatto che abbiamo un rischio al di là delle Alpi non costituisce certo una buona ragione per mettercelo anche in casa.
Sul piano concreto poi chiunque consulti una mappa di rischio nucleare può notare due dischi intorno alla centrale: in rosso un cerchio con un raggio di 5 miglia (circa 8 chilometri, ndr), in rosa con un raggio di 16 miglia (circa 25 chilometri, ndr); i colori suggeriscono, non a caso, l’entità del rischio. L’incidente nucleare è “puntuale” e obbliga all’evacuazione la popolazione residente in uno stretto raggio, a Fukushima quella nel raggio di 20 km ; non è stata mica evacuata Tokyo. Quanto alle Alpi decantate dal nostro Petrarca come antemurale contro la “tedesca rabbia” (“Ben provvide Natura al nostro stato, quando dell’Alpi schermo pose fra noi e la Tedesca rabbia”, ndr), sicuramente hanno funzionato meglio contro Chernobyl. Un vero baluardo. Infatti, quando al terzo giorno spirò una corrente da Kiev verso l’Europa Centrale, le ricadute radioattive sull’arco alpino centrorientale sono state 100 volte e anche più rispetto a quelle registrate sul territorio italiano.

È possibile fare un paragone tra il danno conseguente alle bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki durante la Seconda guerra mondiale rispetto al dramma odierno di Fukushima?

No, non è assolutamente paragonabile con un’esplosione atomica. A Hiroshima e Nagasaki si sono sommati gli shock termico e meccanico a quello radioattivo. Non è questo il caso di Fukushima, soprattutto per i livelli di radioattività sprigionati.
Francamente sono rimasto un po’ stupito della rincorsa, seguendo la scala INES, alla “catastrofe nucleare”. La scala INES è stata formulata dalla AIEA alla fine degli anni ’80 dopo i gravissimi incidenti di Three Mile Island nel ’79 e di Chernobyl nel 1986 (la scala INES è stata sviluppata a partire dal 1989 dall’AIEA, l’agenzia internazionale per l’energia atomica, con lo scopo di classificare incidenti nucleari e radiologici e rendere immediatamente percepibile al pubblico la gravità degli incidenti senza dover ricorrere a dati tecnici di più difficile comprensione, ndr). Prima di allora, il dogma della sicurezza nucleare era che qualunque danneggiamento avesse colpito l’interno dell’impianto neanche una particella di radioattività doveva fuoriuscire dal contenimento più esterno. Questo non fu vero a Three Mile Island, dove alla parziale fusione del nocciolo – 20 tonnellate di uranio fuoriuscite dalla caldaia che contiene il reattore – corrispose una fuoriuscita dal contenimento più esterno di 13 milioni di Curie di gas nobili e di 17 Curie di radionuclidi decisamente più aggressivi per la salute (una “botta” di radioattività per dirla in termini comprensibili). Così riportò la Commissione ufficiale (Kemeny), ma rilevazioni di ricercatori indipendenti fornirono dati ancor più gravi; e 140 mila cittadini evacuarono volontariamente dalla zona della centrale.
Dopo Chernobyl l’idea che la radioattività potesse addirittura andare in giro per il mondo suggerì all’AIEA una scala di gravità che distinguesse tra “catastrofe locale” e “catastrofe globale”. Sconfessando così completamente il dogma della sicurezza su cui si era basato nel mondo il passaggio dal nucleare militare a quello civile, all’insegna del programma lanciato dal presidente Eisenhower col fortunato slogan “Atoms for peace” (“Atomi per la pace”,1953): sostituire l’immagine terrifica del fungo atomico di Hiroshima con quella positiva della produzione di elettricità. Ma ci sarebbe stata la forte crescita di centrali nucleari, che si ebbe nel mondo per quasi un ventennio a partire dagli anni ’60, se l’industria nucleare si fosse presentata allora con quella distinzione tra catastrofe locale e globale messa in auge trent’anni dopo dall’AIEA con la scala INES?
Quanto al concetto di “locale”, guardiamo alla situazione giapponese: 200 mila persone sono state costrette a evacuare nel raggio di 20 km dalla centrale, la prefettura di Miyagi ha denunciato un livello di radioattività 400 volte superiore rispetto ai livelli normali, lo iodio è stato rintracciato nell’acqua potabile di Tokio, si sono trovate a 400 km dalla centrale verdure e frutta contaminate… allora… insomma, una vera e propria catastrofe. E se le ricadute radioattive in Giappone si limitassero ai livelli che hanno già prodotto questi fenomeni, non esito ad affermare che nell’arco dei prossimi anni il numero delle vittime delle radiazioni sarà, purtroppo, addirittura superiore a quello delle vittime dello tsunami e del terremoto.

A proposito, il rischio reale oggi in Giappone quale è?

Brevemente. In tre reattori, le barre di uranio sono rimaste parzialmente scoperte dall’acqua, cosa che normalmente non deve accadere, e non si è riuscito finora a ripristinare il livello di copertura. Tutto questo indica che ci possono essere delle perdite nella caldaia che contiene il nocciolo (che è la struttura che contiene sia le barre di uranio che quelle di controllo). L’acqua serve per raffreddare il nocciolo, oltre che per moderare la velocità dei neutroni; se non si riesce a ripristinare i livelli d’acqua il nocciolo rimane esposto e due sono rischi. Il primo è quello che si è già verificato (e può continuare ad accadere): il nocciolo si surriscalda e a tali temperature l’acqua si scinde in idrogeno e ossigeno, l’idrogeno è un gas e può scoppiare. Bolle di idrogeno sono già scoppiate facendo saltare il tetto dello schermo biologico (il contenimento più esterno della centrale) con conseguente fuoriuscita di radioattività. Il secondo rischio è che se non si riesce ad evitare la degenerazione del nocciolo (cioè il suo surriscaldamento) aumenta, oltre la temperatura, anche la pressione. Considerando che il contenitore primario del nocciolo ha una tolleranza dell’ordine delle 4 atmosfere il rischio di rottura della caldaia è elevato, poiché dati, frammentari e confusi, ci dicono che sono state superate varie volte le 3 atmosfere… Speriamo che i vari interventi per il raffreddamento e le iniezioni di azoto liquido (per inertizzare l’idrogeno) consentano di riportare i fenomeni sotto controllo, se no non si può escludere un’altra Chernobyl.

C’è chi sostiene che la catastrofe avvenuta in Giappone non è atomica ma sismica (Giovanni Sartori dal Corriere del 27 marzo 2011 “… la lezione non è che le centrali nucleari siano di per sé pericolose, ma che non debbono essere costruite in zone sismiche”). Cosa ribatte? Prima di costruire una centrale atomica è prevista una valutazione geologica del sito per valutare eventuali rischi sismici idrogeologici ecc?

L’affermazione di per sé potrebbe sembrare vera, ma corre il rischio di occultare altri aspetti. Francamente sono stati veramente dei pazzi a costruire centrali nucleari in Giappone. Non gli è bastato Hiroshima, hanno puntato con molta determinazione sul nucleare con un totale addirittura di 55 reattori raggruppati in 11 centrali in una zona dove si incrociano quattro placche tettoniche. Una garanzia di ripetuti e devastanti terremoti. Ancor più gravi quindi le sottovalutazioni che a Fukushima hanno portato a realizzare una barriera a mare in grado di reggere a onde alte sei metri quando c’era la memoria storica di onde più alte ancora di quelle dello tsunami che si è abbattuto sulla centrale. Il fatto poi che dopo il black out elettrico conseguente al sisma non siano entrati in funzione i gruppi autogeni che avrebbero dovuto garantire in emergenza il raffreddamento del nocciolo fa da spia a un cattivo lay out dell’impianto o a colpevoli disattenzioni.
E qui si può subito sottolineare che in ultima analisi la serie incidentale è partita dal black out, e i black out possono tranquillamente avere cause diverse dai terremoti, come si è verificato in altri incidenti nucleari. Che cosa potrebbe succedere, ad esempio, con un black out come quello che nel 2003 privò tutto il nostro paese della corrente elettrica per 36 ore?
Per quanto riguarda poi l’intensità dei sismi la tragedia di Fukushima ci dice che gli edifici hanno retto al terremoto, mentre sono stati danneggiati dalle esplosioni innescate dalla mancanza di raffreddamento a causa dei black out. L’ingegneria edile quindi ci metterebbe al riparo anche da sismi di grande intensità? Il problema non è che l’edificio non regga anche oscillazioni di grande intensità, è più sottile… In scienza delle costruzioni è noto il fenomeno della risonanza per cui il calpestio di un plotone di soldati in marcia può fare crollare il ponte che stanno attraversando. L’energia che comunicano con la battuta è minima e quindi non basterebbe, ma se il passo dei soldati ha una certa cadenza, cioè un certo numero di ripetizioni in un’unità di tempo, quella frequenza può essere molto vicina a quella propria di oscillazione del materiale di cui è fatto il ponte. Se la frequenza di sollecitazione è vicina alla frequenza propria quella poca energia viene trasferita al ponte con un’amplificazione enorme e può quindi ledere le strutture e fino a farle crollare.
Nel caso dei terremoti, le sollecitazioni anche molto intense cui vengono sottoposte le strutture edili e il reattore che è solidale con esse, possono non far crollare gli edifici ma, attraverso il fenomeno della risonanza, creare delle zone di debolezza, delle lesioni che magari non si vedono ma nel tempo, considerando le condizioni proibitive di alta pressione e temperatura cui è sottoposto un reattore, possono causare danni irreparabili.
Il terremoto non lo consideriamo solo dal punto di vista della distruzione della popolazione, cosa che le immagini dal Giappone ci hanno drammaticamente mostrato, guardiamolo anche come un agente che può produrre danni che si verificheranno più avanti. Se poi pensiamo ai danni delle radiazioni, che non hanno l’evidenza tragica dei morti dello tsunami, ma che lavorano statisticamente nel tempo, fa male dirlo ma il peggio di Fukushima non è ancora arrivato. E non possiamo escludere che potrebbe lambire anche noi.

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