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Comunicare l'energia

16 Ottobre 2012

Green building e lavori verdi: le potenzialità del settore

(Tessa Gelisio e Marco Gisotti*)

Non tutti sanno che una volta eravamo i primi. Nel 1978 l’Italia varò la prima legge europea sull’isolamento termico. Ma era l’anno in cui l’Italia arrivò quarta ai mondiali di calcio in Argentina, l’anno del rapimento Moro e delle leggi speciali, l’anno dei tre papi, Paolo VI, Giovanni Paolo I e Giovanni Paolo II, l’anno in cui Jimmy Carter firmò i trattati di Camp David, e l’anno in cui la Cee varò il Sistema monetario europeo.
Un’altra era, insomma.

Quando parliamo di green building non parliamo solo di bioedilizia, parliamo più in generale di un sistema di case, luoghi di lavoro, edilizia pubblica ecc. che sia efficiente in tutto quello che c’è dentro, dalle luci al frigorifero, dall’acqua agli spazi di vivibilità.
Qualcosa nel corso degli anni si è fatto: è stato avviato un lento processo di modernizzazione, che rimane però molto più lento che nel resto d’Europa. Se consideriamo il periodo 1990-2008, per esempio, il miglioramento dell’efficienza energetica del nostro patrimonio edilizio paese è stato dell’11% rispetto a una media europea del 24%. D’altronde in fatto di energia i conti ancora oggi non li sappiamo fare bene. Prendiamo il Piano nazionale per l’efficienza energetica, varato appena nel 2011 e richiestoci dall’Unione europea: la sua applicazione produrrà un taglio dei consumi energetici al 2020 di circa 16 Mtep. Troppo poco per gli obiettivi che invece ci ha chiesto la Commissione europea per raggiungere i quali mancherebbero ancora 12 Mtep, un’enormità. Anche per questo il Piano è stato fortemente criticato e considerato, alla prova dei fatti, davvero poco utile e concreto.

Il settore dei miracoli

Globalmente gli edifici sono responsabili dell’impiego del 30-40% di tutta l’energia primaria, oltre che di un’analoga quota di emissioni di gas serra e di produzione di rifiuti. Già nel rapporto del 2007 dell’IPCC, l’organismo scientifico delle Nazioni unite che studia i cambiamenti climatici, venivano identificati come il settore con il maggiore potenziale di riduzione dei gas serra. Secondo gli scienziati dell’Onu un intervento deciso in questo settore comporterebbe l’abbattimento dei gas a effetto serra del 29% entro il 2020. Attenzione, senza tagliare posti di lavoro, ma anzi creandone.

Il settore edile impiega attualmente 111 milioni di persone nel mondo, equivalenti a circa il 5-10% medio della forza lavoro a livello nazionale. L’edilizia sostenibile genera nuova occupazione: lo rivelava già uno studio del 1992 in Germania, secondo il quale tra il 1973 e il 1990 erano stati generati 400.000 nuovi posti di lavoro grazie al risparmio di 4,1 exajoules/anno. In altri termini lo studio evidenziava che il risparmio energetico, espresso in joule, creava 100 nuovi impieghi ogni petajoule risparmiato. D’altronde, in tempi più recenti, è stata sempre la Germania a offrire un esempio virtuoso: il programma tedesco di efficientamento energetico del patrimonio edilizio attuato a partire dal 2006 ha messo in moto investimenti per almeno 100 miliardi di euro e ha creato più di 300.000 nuovi posti di lavoro.

Prendiamo, invece, l’Italia, dove il settore edile è storicamente il settore dei miracoli, quello che da sempre si è tirato dietro tutta l’economia, anche a costo di trainarsela nella tomba, visto che la crisi che lo ha colpito sembra essere molto più duratura di quanto si pensasse all’inizio. Secondo l’Ance, Associazione nazionale costruttori edili, il 2010 si è chiuso con una riduzione degli investimenti pari al 6,4%, mentre per il 2011 è stato rilevato un peggioramento, anche rispetto alle aspettative, pari al 4,2% in meno. E per il 2012, anno per il quale i dati saranno disponibili solo nel 2013, si prevede un ulteriore calo del 3,2%. Ammesso che le previsioni non si rivelino, una volta ancora, migliori dei fatti. Praticamente gli investimenti sono tornati ai livelli dei primi anni Settanta. In questo tracollo, però, brilla per tenuta il mercato degli interventi sul patrimonio edilizio già esistente. Ancora secondo l’Ance, il 60% degli investimenti in abitazioni e un terzo degli investimenti totali riguarda proprio gli interventi di riqualificazione, per un valore, nel 2010, di 45.242 milioni di euro, 1.108 milioni in più rispetto al 2009.
L’ulteriore buona notizia è che le richieste di agevolazioni fiscali alle famiglie per gli interventi di recupero nel 2010 sono state 496.881, l’11% in più rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Così come hanno funzionato le detrazioni fiscali del 55% per gli interventi finalizzati all’efficienza energetica: i dati raccolti dall’Enea ci consentono di dire che nel 2010 le richieste sono state 405.000, il 71,5% in più rispetto all’anno precedente!

Ovviamente sostenibilità non significa solo efficienza energetica, ma anche uso di materiali ecocompatibili, innovazione, comfort, capacità di demolire e ricostruire con lo scopo di limitare lo sfruttamento del suolo.
C’è poi il discorso del bello. Sono molte le opinioni, e non tutte concordi, su ciò che è bello e ciò che non lo è, come dimostrano le polemiche che periodicamente esplodono sull’opera di grandi architetti, ma certo è impossibile definire bella la gran parte, quasi la totalità, del patrimonio edilizio eretto nel nostro paese dal dopoguerra a tutti gli anni Novanta. E che, altrettanto certamente, non è mai stato né efficiente, né confortevole, né innovativo. E quanto a consumo di suolo, lasciamo perdere.

Cogliamo con un respiro di sollievo, allora, la fiducia e l’ottimismo espressi da Giuliano Dall’Ò nel suo saggio Green building economy (Edizioni Ambiente): “Nel settore delle costruzioni le imprese italiane si stanno già impegnando ad adottare un nuovo modo di costruire. E lo fanno con una convinzione sempre maggiore nella consapevolezza che in una situazione di crisi sia ancora più importante distinguersi per la qualità dell’offerta”.
Abbiamo detto ottimismo e fiducia ma non fede, perché Dall’Ò si esprime così a ragion veduta, visto che è proprio l’Ance a mettere in evidenza questo cambiamento di mentalità, questa rivoluzione culturale del settore: “La riconoscibilità dell’azienda sul mercato è stata la molla più importante che ha spinto a costruire in modo ecosostenibile. Un’azienda che innova, che introduce tecniche costruttive in grado di migliorare la vivibilità degli spazi e che presta attenzione all’ambiente si distingue rispetto alla concorrenza. La seconda motivazione che stimola le imprese a innovare è, infatti, la maggiore tenuta del mercato delle abitazioni costruite secondo i dettami della green economy”.

Nel rapporto “GreenItaly 2011” di Fondazione Symbola e Unioncamere un intero capitolo è dedicato all’edilizia. Sulle potenzialità di trasformazione green e quindi di sviluppo sostenibile anche dell’economia a essa legata si legge: “Il recupero del patrimonio residenziale esistente è una parte di mercato che diventerà sempre più importante, anche perché la crisi energetica spinge i prezzi sempre più in alto, e quindi interventi che permettono di ridurre i consumi avranno sempre più spazio.
L’efficienza energetica è probabilmente il filone più importante sul quale si muoveranno investimenti e opere nei prossimi anni. Le potenzialità sono enormi, come dimostrano alcuni numeri. Per esempio, destinando 1,7 miliardi di euro a operazioni di riqualificazione energetica del patrimonio direzionale pubblico, si potrebbe ottenere un ritorno così quantificabile: 910 milioni di euro dovuti al risparmio energetico, 511 milioni di gettito fiscale aggiuntivo, 350 milioni di incremento del reddito immobiliare, un aumento dell’occupazione di oltre 17.000 addetti”.

Un ruolo importante sembrano averlo avuto le certificazioni energetiche, partite con difficoltà, con norme difformi da regione a regione e con una normativa nazionale che è stata vittima di ripensamenti e accelerazioni e poi ancora ripensamenti. Nonostante, proprio per queste ragioni, Ance si ancora dica preoccupata sulle certificazioni di sostenibilità ambientale (“sarebbe deleterio che lo stato di confusione normativa iniziale, relativo all’efficienza energetica, si riproponesse anche sui contesti più ampi della certificazione di sostenibilità ambientale, con il proliferare di sistemi ed enti di certificazione”), sono comunque i numeri a parlare. Gli ultimi dati utili, che risalgono all’aprile 2011, ci dicono che il 56,6% degli immobili realizzati o ultimati nel 2010 dalle imprese campione sono ad alto rendimento energetico, e la tendenza, relativa ai progetti 2011-2012, indica che la quota di immobili di classe A e B, le più alte, aumenterà progressivamente.
In altri termini, la questione dell’efficienza energetica degli edifici è diventata un fattore di competitività. Non sono più solo obblighi di legge, ma opportunità di mercato. Chi costruisce e chi compra sa ormai che una costruzione di classe A è migliore, vale di più. Si vende meglio. E chi è il garante di questo controllo di qualità? Il tecnico certificatore, sia energetico sia ambientale, che assume un ruolo definitivo e chiave in questa green building economy, e insieme a lui gli installatori, i manutentori e gli energy manager.

Le potenzialità di una rivoluzione

La task force sull’efficienza energetica di Confindustria è entrata nel merito del green building, sia per l’edilizia residenziale sia per quella terziaria, individuando numerosi settori e tecnologie che potrebbero trasformare le nostre case e i nostri uffici: dai motori elettrici all’illuminazione, dalla climatizzazione agli elettrodomestici, dalla cogenerazione al rifasamento.
Prendendo, per esempio, il settore delle caldaie, si stima che in Italia ce ne siano in funzione più di 18 milioni di unità, ma solo un 10% di tutti gli appartamenti ne montano una a condensazione a quattro stelle (la tecnologia considerata energeticamente migliore per la climatizzazione invernale), il restante 90% monta per lo più impianti a una o due stelle.
L’ammodernamento di questo “parco caldaie” ridurrebbe la produzione di CO2 al 2020 di 11 milioni di tonnellate. In termini occupazionali, secondo Confindustria, vale a dire almeno 12.000 persone in forma diretta e 27.000 con l’indotto al 2020. Per quanto riguarda i nostri elettrodomestici è probabile che dopo aver letto i dati che li riguardano comincerete a guardare in modo diverso il vostro frigorifero, come potenziale nuovo datore di lavoro. Se infatti cambiassimo quei 20 milioni di elettrodomestici obsoleti che sono ancora nelle nostre case, non solo il paese eviterebbe 2,3 milioni di tonnellate di emissioni di CO2 in atmosfera, ma si darebbe la stura a un mercato, fatto anche e soprattutto di ricerca e di innovazione tecnologica, che al 2020 vedrebbe 98.000 persone al lavoro in forma diretta ma che diventerebbero 220.000 includendo l’indotto.

Quando si parla di terza rivoluzione industriale ci si riferisce quindi alla trasformazione che tutti i sistemi produttivi stanno subendo in direzione dell’efficienza e della sostenibilità ambientale, e a come case e uffici stiano radicalmente cambiando in questo senso. Le cifre totali di Confindustria in questo senso sono molto chiare e interessanti. L’impatto totale sull’economia italiana al 2020 sarebbe di 1.636.000 unità di lavoro standard, vale a dire il numero di dipendenti occupati mediamente a tempo pieno in un anno; ma i dati più significativi riguarderebbero proprio il settore edile con 407.000 lavoratori diretti per un totale, incluso l’indotto, di 556.000.

Mattoni di cenere e pareti di lana

Quando si parla di innovazione tecnologia e di processo, si parla di donne e uomini impiegati in settori strategici della ricerca o del marketing, capaci di valorizzare costi e tempi (e quindi energie). Nel settore edile sono ormai innumerevoli i brevetti italiani di materiali e tecniche per migliorare la qualità delle costruzioni e ridurne i costi. Chi è del settore vede di anno in anno, nelle tante fiere campionarie, crescere il numero delle ditte e delle proposte sul mercato. Ci sono industrie chimiche che, per esempio, lavorano ormai solo per il settore edile, per il quale immaginano e producono colle per cappotti termici. L’industria del legno guarda con sempre maggiore attenzione all’edilizia residenziale per le grandi qualità e capacità di un materiale troppo presto abbandonato a favore del cemento.

C’è poi chi produce mattoni, ma non i soliti mattoni. Fra i numerosi esempi che il rapporto “GreenItaly 2011” cita come innovazione del settore, soprattutto nei materiali e nelle tecnologie, colpisce l’esperienza di Officina dell’ambiente, un’azienda che trasforma le ceneri dei rifiuti solidi urbani in un componente utilizzabile nel settore dei laterizi. Qui hanno trovato un modo, per esempio, di sfruttare le scorie degli inceneritori, "una sostanza eccellente, costituita da un mix eterogeneo, ma allo stesso tempo stabile e ripetitivo, di materiali inerti. Una volta depositata, la montagna di ceneri di rifiuti resta in stoccaggio per 50 giorni prima di passare alle fasi successive – spiega il rapporto –: si tratta di un insieme di trattamenti fisico-meccanici, come la vagliatura, la frantumazione, la separazione di materiali ferrosi e non ferrosi, che esclude l’utilizzo di qualsiasi reattivo chimico. Il risultato di questa lavorazione si chiama Matrix, una ghiaia in grado di sostituire in buona parte la marna naturale.
A seconda della raffinazione del rifiuto, il composto può essere utilizzato per prodotti differenti: non solo il cemento, ma anche manufatti in calcestruzzo, mattoni e perfino asfalto e pavimentazione per arredo urbano. Ogni giorno a Lomello, sede dell’azienda, vengono lavorate circa 1.000 tonnellate di ceneri di rifiuti, che altrimenti andrebbero a finire in discarica”. Un poco più noto è il caso della lana sarda, le cui grandi qualità isolanti e termoacustiche sono state valorizzate da un’azienda edile della regione, il cui nome è già un programma, Edilana. I loro prodotti sono ottenuti da pecore bianche e nere allevate allo stato brado in pascoli semiselvatici, distribuiti dal mare alle montagne. Una volta l’anno le pecore vengono tosate e il prodotto ottenuto è una materia prima priva di colle, resine, riciclabile e biocompatibile. Dopo la tosatura anche il processo di lavorazione è scrupoloso sotto l’aspetto ambientale e ha un bassissimo input energetico, pari solo al 3% rispetto alla produzione degli altri materiali coibenti. Persino la fase di distribuzione è ripensata per ridurre gli impatti sull’ambiente, risparmiando combustibile, costi e tempi.

Non va, infine, dimenticato l’apporto in termini di progettazione e miglioramento del patrimonio edilizio di chi, appunto, progetta tutto ciò.
Il mondo dell’architettura sostenibile sta di fatto sostituendo tout-court l’architettura tradizionale. Chi costruisce una nuova casa o un nuovo ufficio non può esimersi dal saper fare uso degli spazi e dei volumi in maniera intelligente ed efficiente, né può più ignorare i nuovi materiali a disposizione. I parametri fissati da esperienze come Casaclima, LEED, Itaca ecc. per la costruzione di edifici sostenibili non sono più esperienza d’avanguardia, o modelli inarrivabili di efficienza, come dimostrano d’altronde i dati di tendenza dell’Ance.
Qualche anno fa, intervistato, il presidente di un associazione di bioarchitetti alla domanda “cosa fosse un bio-architetto”, rispondeva “un architetto bravo”. Oggi quelli meno bravi stanno finalmente imparando.


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