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Comunicare l'energia

6 Novembre 2012

Gli Stati Generali della Green Economy. Intervista a Edo Ronchi

(Anna Satolli - Redazione Edizioni Ambiente)

Alla Fiera Ecomondo-Key Energy di Rimini, del 7 e 8 novembre, si apriranno gli Stati Generali della Green Economy, un’iniziativa nata da un’idea del Ministro dell’Ambiente Corrado Clini e che coinvolge le principali associazioni di imprese green italiane.

Le due giornate prevedono un fitto programma di confronto con il Governo, con rappresentanti dell’Ocse e dell’Unep, delle imprese e dei sindacati, del mondo politico e parlamentare, delle associazioni ambientaliste e dei consumatori, di Enti locali e Regioni al fine di promuovere un nuovo orientamento dell’economia italiana verso una green economy che apra nuove opportunità di sviluppo durevole e sostenibile e indichi la via d’uscita dalla crisi economica e climatica. Accompagna questa piattaforma programmatica il Rapporto 2012 Green Economy. Per uscire dalle due crisi, a cura di Edo Ronchi e Roberto Morabito, realizzato con la Fondazione per lo sviluppo sostenibile ed Enea.

Chiediamo a Edo Ronchi, presidente della Fondazione per lo sviluppo sostenibile, un’anteprima sugli argomenti forti della green economy che sono inquadrati nel Rapporto e che troveranno ulteriore sviluppo nei due giorni di incontri riminesi.

Perché la green economy può essere la risposta vincente alla crisi economica e a quella climatica che segnano il nostro tempo?

Un’economia verde è una possibilità, la sola che vedo in campo, per affrontare contemporaneamente tutte e due queste crisi. Affrontare la crisi economica con il rilancio delle produzioni e dei consumi tradizionali, con un ulteriore forte aumento del consumo di combustibili fossili, comporterebbe un aggravamento catastrofico della crisi climatica globale. Pensare di affrontare la crisi climatica a prescindere dalla recessione, dall’aumento della disoccupazione in atto, augurandosi una decrescita, non porterebbe a risultati rilevanti e durevoli perché aumenterebbero le ostilità a livello sociale, prima ancora che politico, verso le politiche ambientali. La green economy è sia una proposta sia un movimento reale in corso che punta su energie rinnovabili, risparmio energetico, riciclo, produzioni e consumi di elevata qualità ecologica, in grado di rianimare lo sviluppo, promuovere nuova occupazione e di produrre tagli sempre più drastici delle emissioni di gas serra.

Quali sono le potenzialità e i settori strategici dell’Italia rispetto a uno scenario di economia verde?

Strategici per l’Italia penso che siano sia i suoi punti deboli, sia i suoi punti forti. Quelli deboli sono soprattutto tre: una bassa capacità di innovazione, una forte dipendenza e un alto costo delle importazioni di energia, essere, benché dotato di una industria ancora abbastanza forte, un paese povero di materie prime dai prezzi tendenzialmente crescenti. La green economy promuove una scossa eco-innovativa che potrebbe svegliare il paese, con una rivoluzione dell’efficienza, del risparmio energetico e delle fonti rinnovabili potrebbe eliminare la nostra debolezza energetica e con un forte incremento delle attività di riciclo mettere al sicuro la gran parte delle nostre attività industriali. Nei punti forti si può vedere un’Italia particolarmente vocata per uno sviluppo verde: il made in Italy di successo è già legato a qualità elevata, bellezza e buon gusto. L’Italia non ha solo crisi ambientali note e che vanno affrontate, ma dispone ancora di un grande patrimonio naturale e storico-culturale che rappresenta anche un capitale formidabile, da conservare e valorizzare, per una green economy.

Quali possono invece essere i limiti e gli ostacoli italiani a uno sviluppo in direzione green?

I limiti sono diversi: dal forte debito che ostacola l’impegno di risorse pubbliche allo scarso impegno nella ricerca e nella formazione, dalle resistenze di settori economici tradizionali che verrebbero ridimensionati da uno sviluppo green fino alla acuta crisi della politica che produce anche scarsità di interlocutori autorevoli ai vari livelli istituzionali. Ma il limite che mi pare più preoccupante è la scarsa diffusione, la fragilità in Italia della visione della green economy. Un processo di cambiamento in un ambito così difficile come quello dell’economia, così profondo come quello della green economy, non procede senza una robusta visione fortemente condivisa. La debolezza della visione moltiplica il numero e aumenta il peso degli ostacoli. Intanto perfino nei medesimi settori economici green o potenzialmente green, essendo debole la visione comune, non sono rari i conflitti. Fra i diversi settori è ancora minore la comune consapevolezza e quindi la capacità di impatto complessiva.

Cosa si augura o si aspetta possa attivare questo prossimo incontro degli Stati Generali di Rimini?

Un risultato, importante, c’è già stato: numerose organizzazioni di imprese diverse, di diversi settori, hanno lavorato insieme e sono arrivati a produrre una piattaforma, articolata in 70 proposte, ma unica e condivisa. È così cominciato un processo costituente della green economy italiana: vari soggetti, organizzazioni e imprese in particolare, hanno cominciato a riconoscersi come partecipi di un processo di green economy. A Rimini si misurerà con il livello della partecipazione il risultato del lavoro di questi mesi preparatori e, con la qualità e l’interesse dei numerosi interlocutori invitati a intervenire, si potrà avere una significativa verifica del potenziale di impatto che può avere la green economy in Italia. Se Rimini sarà un successo, come penso, mi aspetto che dopo si vada avanti con altre iniziative che saranno prese dal Comitato organizzatore, intanto per portare avanti le 70 proposte, arricchite dal dibattito di Rimini.

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