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Comunicare l'energia

4 Aprile 2013

Certificati Bianchi, i problemi ancora aperti. Intervista a Enrico Biele, Fire

(Maria Antonietta Giffoni)

Come già accaduto l’anno scorso, anche quest’anno il convegno dedicato al sistema dei Certificati Bianchi organizzato dalla Federazione Italiana per l'uso Razionale dell'Energia (FIRE), ha fatto incontrare istituzioni e operatori del settore nell’ottica di un proficuo confronto. Sono stati così evidenziati i punti di forza e le criticità di un meccanismo incentivante che ha dato e, si spera, darà ancora buoni frutti.

Se da più parti è stato già esaustivamente evidenziato il decisivo contributo che i Certificati Bianchi hanno dato al sistema Paese in termini di risparmio energetico, vogliamo oggi soffermarci sui problemi ancora aperti. E lo facciamo con un’intervista a Enrico Biele, che in FIRE si occupa di tecnologie efficienti, incentivi per l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili, e relatore del convegno.

Ingegner Biele, nel corso del convegno lei ha evidenziato come, nonostante parte dei problemi “storici” legati al meccanismo siano stati adeguatamente affrontati col varo del Dm 28 dicembre 2012, molti sono ancora gli aspetti su cui riflettere. Partiamo dal rapporto del proponente con i clienti: con quali modalità il cliente presso cui si realizza l’intervento va correttamente informato?

Ad oggi il riferimento principale che riguarda l’informazione verso i soggetti interessati è contenuto nel punto 2.2 delle Linee guida (allegato A alla delibera EEN 9/11). Esso stabilisce che “i progetti devono essere proposti e realizzati garantendo la necessaria trasparenza e correttezza delle informazioni ai soggetti interessati, in modo non discriminatorio […]”. Dunque, il cliente va correttamente informato, ma non è specificato in che maniera (per iscritto, verbalmente, unilateralmente ecc.).
Quello che la FIRE suggerisce, ormai da alcuni anni a questa parte, è di dialogare col cliente finale, per due ragioni:

- la prima è una ragione di metodo, in quanto il cliente non va considerato solo come un mezzo per raggiungere l’incentivo: come consumatore sostiene economicamente l’intero meccanismo e appare opportuna una condivisione del beneficio. Inoltre, è il cliente stesso che, nella gran maggioranza dei casi, sostiene l’investimento (si pensi ad esempio agli interventi domestici o anche industriali su piccola scala, quali inverter, motori elettrici e simili);

- la seconda è una questione di merito: avere un contatto col cliente serve innanzitutto ad ottenere l’autorizzazione a trattare i suoi dati personali, oltre che ad avere informazioni essenziali ai fini della proposta, qual è per esempio l’eventuale ottenimento di altri incentivi, che andrà poi riportato nella richiesta telematica dei Titoli di Efficienza Energetica (TEE). Il contratto, inoltre, serve a farsi autorizzare per richiedere i TEE sul suo intervento e a ottenere l’esclusiva della richiesta.

È accaduto che, a causa della mancata informazione del cliente, per uno stesso intervento siano stati rilasciati doppi titoli. Come si può evitare il problema della doppia contabilizzazione?

Il problema della doppia (o multipla) contabilizzazione è insito in un meccanismo così articolato, che premia numerosissime tecnologie distribuite potenzialmente su un numero ancor maggiore di beneficiari.
Se per i progetti industriali di medio-grandi dimensioni il problema della doppia contabilizzazione è meno sentito - in quanto l’intervento o gli interventi sono concentrati in un unico stabilimento o gruppo di stabilimenti e i flussi di cassa in gioco sono tali da interessare tutte le parti in causa - le cose si fanno molto più complesse per il settore civile-residenziale, dove sono piccoli e numerosi sia i clienti finali che gli interventi realizzati.
La prima cosa da fare, e mi ricollego alla risposta precedente, è prevedere che il cliente debba autorizzare esplicitamente e per iscritto il soggetto che richiede i TEE sul suo intervento.
L’altra cosa da fare è puntare sull’informazione dei consumatori da parte dei proponenti e da parte delle Istituzioni (anche con pubblicità mirate e adatte al largo pubblico), in maniera tale che l’utente/consumatore cominci a diventare parte attiva e sappia che non può autorizzare più proponenti per lo stesso intervento. Si avrebbe anche un effetto benefico per il proponente (ovviamente per il proponente corretto che informa il beneficiario), che si relazionerebbe con un cliente meno diffidente.

Una delle principali novità delle Linee guida emanate dall’Autorità nel novembre 2011 è il coefficiente di durabilità, che consente di riconoscere un numero maggiore di TEE ai progetti in grado di generare risparmi energetici oltre la vita utile. Quali sono le difficoltà di gestione di questo nuovo elemento?

Il coefficiente di durabilità è stata un’interessante novità, che ha in primo luogo reso giustizia alle tecnologie con vita tecnica superiore a cinque o otto anni (es. isolamento termico delle pareti e coperture, solare termico, illuminazione naturale ecc.), rendendole competitive con le tecnologie con vita tecnica allineata alla vita utile (es. lampade, elettronica di consumo). Non da meno ha portato alla moltiplicazione dei TEE con beneficio degli operatori e di un mercato in crisi di liquidità.
Ciò premesso, il coefficiente di durabilità è un elemento da gestire accuratamente, in quanto anticipa risparmi “a venire”, che ancora non sono stati realizzati ma si spera che lo siano, e mi riferisco in particolare agli interventi con vita tecnica pluridecennale. Altro punto dolente è che per progetti standardizzati il coefficiente viene indiscriminatamente applicato anche agli interventi realizzati nel passato e presentati oggi, aggravando ulteriormente la curiosa possibilità di recuperare interventi di un passato non recente. Su questi aspetti è bene riflettere in fase di redazione delle nuove linee guida, che saranno il punto di approdo del processo di rinnovo del meccanismo.

Un altro problema aperto è quello dei controlli. Chi deve verificare la corretta esecuzione tecnica dei progetti che hanno ottenuto i Certificati Bianchi? E quali le iniziative da intraprendere per renderli efficaci?

In un meccanismo del genere, articolato, complesso e il cui interesse sta divenendo via via crescente, i controlli risultano essenziali e, a mio avviso, vanno visti in primo luogo come un segno di correttezza verso i proponenti che operano seriamente e verso i consumatori di energia elettrica e gas naturale che tramite le bollette sostengono il meccanismo. Poi, ovviamente, servono come deterrente affinché i progetti vengano fatti a regola d’arte. Non va dimenticato che uno dei vantaggi principali dei controlli sta nella possibilità di ridurre il carico burocratico connesso alla presentazione delle domande, in parte legato al contrastare i tentativi di frode.
Negli otto anni di attuazione del meccanismo, molto è stato fatto dal punto di vista dei controlli documentali, e ciò è attestato anche dalle numerose richieste di integrazione fatte pervenire ai proponenti da ENEA/AEEG. Tuttavia, pochissimi sono stati i controlli sui siti dove gli interventi sono stati effettuati. Il Dm 28 dicembre 2012 ha introdotto specifiche indicazioni sul tema dei controlli, fissando un limite minimo di 3.000 Tep/anno oltre il quale i controlli sono d’ufficio e, più in generale, precise disposizioni per l’attività di avvio dei controlli da parte del GSE e degli altri soggetti attuatori. Anche la FIRE, nelle proprie osservazioni alla SEN, aveva proposto misure generali e di dettaglio sul tema delle ispezioni, tra cui:

-  un valore minimo inferiore per controlli d’ufficio di 3.000 titoli/anno (il valore approvato è stato di 3.000 tep) che, comprendendo il tau, ad un valore indicativo di 100 euro/TEE avrebbe significato un valore cumulato e attualizzato (ad un tasso di sconto realistico) di oltre 1 milione di euro alla fine della vita utile, che avrebbe giustificato ampiamente un controllo d’ufficio;

- l’obbligo di prevedere una quota minima di controlli trasversali, ossia su tutte e tre le tipologie di progetti (standard, analitici e a consuntivo).

Fin dal varo del meccanismo è possibile richiedere i Certificati Bianchi per interventi realizzati anche indietro negli anni. Perché, secondo lei, occorre porre un limite alla retroattività?

La ragione è semplice, per far sì che tale meccanismo stimoli nuovi interventi di efficienza energetica. Nulla in particolare contro i vecchi interventi, ma visto che le risorse da destinare all’efficienza energetica non sono illimitate, sarebbe più appropriato indirizzarle per incentivare qualcosa che deve esser fatto e non che è già stato fatto a prescindere dall’incentivo.
Ciò non toglie che si debba tener giustamente in conto che per alcune tipologie di interventi, come ad esempio quelli del settore industriale, i tempi di realizzazione possano essere lunghi, e che, per il settore civile, il piccolo proponente necessiterà di un po’ di tempo per aggregare interventi tali da raggiungere le soglie minime. Ma non è pensabile che ci sia nel 2013, dopo otto anni di avvio del meccanismo, ancora la possibilità di recuperare interventi del 2005. Tale problema è stato affrontato nel Dm 28 dicembre 2012, che ne rimanda però l’attuazione alle future linee guida che entreranno in vigore non prima del 2014.
Per il 2013 è prevedibile, in particolare in questo primo semestre che concede ancora qualche spiraglio alle cumulabilità, una corsa al recupero del pregresso che darà sì un po’ di liquidità al mercato e alle società di servizi energetici, ma che sarà di dubbia utilità per l’efficienza vera.

Il sistema dei Certificati Bianchi prevede che i risparmi conseguibili con ciascun intervento siano calcolati tenendo conto del "principio di addizionalità": in pratica i TEE incentivano solo la quota di risparmio che si ottiene installando apparecchiature più efficienti rispetto a quelle che il normale sviluppo tecnologico avrebbe prodotto di per sé. Quali problemi presenta la valutazione del fattore discriminante per l’addizionalità?

L’addizionalità è un criterio innovativo e di indubbio pregio, in quanto permette di incentivare i risultati in efficienza aggiuntivi rispetto a quelli che si sarebbero naturalmente ottenuti con l’evoluzione normativa, di mercato e dunque tecnologica. Si scontra purtroppo con un problema più generale che riguarda il settore energetico del nostro Paese, ossia la mancanza di dati su fonti energetiche e tecnologie aggiornati, reperibili, affidabili e disaggregati. Ciò genera problemi ai proponenti nella presentazione di proposte di progetto a consuntivo, ai soggetti attuatori per avere utili termini di confronto nella valutazione e ad entrambi per la produzione di nuove schede.
Anche il concetto di addizionalità rispetto alla normativa minima (che è interessante e utile per premiare solo ciò che è in regola) si scontra con la difficoltà di conciliare normativa nazionale e locale, nonché trasversale in termini di provvedimenti legislativi per alcuni tipi di progetti.
Inoltre, applicando solo a questo meccanismo il concetto di addizionalità, si genera un problema a livello più generale per la contabilizzazione nazionale dei risparmi in efficienza energetica. Eccetto i TEE, le altre forme incentivanti non considerano l’addizionalità tecnologica o di mercato e sebbene i risparmi delle varie forme incentivanti siano in ultima istanza riportati in Tep, si tratta comunque di Tep valutate a monte in modo diverso.

Un’ultima domanda sul meccanismo di mercato su cui si basano i TEE: quali le criticità e le possibili soluzioni?

Il meccanismo dei TEE è un meccanismo innovativo, interessante e con una serie di valori aggiunti rispetto ad altre tipologie di incentivi, ma, come accennato e come è noto, risulta essere parecchio articolato e complesso da gestire (l’efficienza è difficile da rendicontare; è un meccanismo di tipo baseline and trade e incentiva oltretutto numerosissime tecnologie). L’importante è che, se si è scelto di seguirlo, lo si faccia fino in fondo. Per poter funzionare correttamente, accanto a una ferrea regolamentazione dei fondamentali, un meccanismo del genere necessita di una manutenzione ordinaria continua, sottoforma di un aggiornamento flessibile in funzione della normativa e dell’andamento del mercato e un forte investimento per fornire ai proponenti gli strumenti necessari per sfruttarlo al meglio (formazione, dati disponibili per le proposte di progetto o di nuove schede, linee guida settoriali ecc.).
Ovviamente tutto questo lavoro spetta non ai proponenti bensì al Legislatore e alle Istituzioni coinvolte. In particolare il Legislatore dovrebbe prevedere:

- una normativa di contorno se non favorevole quantomeno non ostativa. Il caso emblematico è la nota a margine dei Dm 20 luglio 2004 che richiedeva l’attestazione delle caratteristiche degli edifici e del rispetto di un vincolo tecnico sottoforma di perizia giurata;

- il minor numero possibile di “casi particolari” che generano distorsioni del mercato. Tra questi casi si rilevano ad esempio i Grandi progetti, che possono usufruire di una forma di ritiro dedicato e premialità, o la Cogenerazione ad alto rendimento che prevede sì la possibilità di ottenere Certificati Bianchi, ma con un criterio di calcolo differente e con la possibilità di ottenere il ritiro dedicato dei TEE. Tutto questo non fa bene ad una reale competizione tra tecnologie.

L’augurio è che una volta approntate le nuove linee guida, e dunque gettati i fondamentali per il corretto prosieguo del meccanismo, si lasci un po’ di respiro ad un meccanismo che vuole essere di mercato, con tutti i pro e i contro del caso e cercando di ragionare insieme sui possibili correttivi.

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