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Comunicare l'energia

15 Aprile 2010

La corsa della green economy

(Christopher Flavin*)

Buona parte del mondo del business considera tuttora l’abbandono del sistema energetico basato sul carbonio come una prospettiva terrorizzante per l’economia.
C’è il rischio che molti governi decidano di ritardare l’attuazione di ogni serio programma d’azione sul clima finché la crisi economica non sia risolta, sebbene la paura dei riflessi occupazionali delle misure ambientali e l’inazione rispetto al cambiamento climatico possano produrre danni ben più gravi proprio in termini di perdite di posti di lavoro su larga scala.

Secondo il celebre Rapporto Stern del 2006, una mancata attivazione di misure sul cambiamento climatico porterà a future perdite economiche dell’ordine del 5-20% del Pil globale, mentre i costi annuali per la riduzione delle emissioni di gas serra a livelli accettabili ammonterebbero a non più dell’1% del valore dello stesso indicatore.

Fortunatamente, c’è una crescente consapevolezza dell’assoluta necessità di affrontare assieme, e non separatamente, crisi economica e crisi ambientale. Ciò significa che la soluzione dei problemi ambientali può contribuire a rendere più solide le economie, con la creazione di migliaia di nuove imprese e di milioni di nuovi posti di lavoro, ponendo le basi per la trasformazione “green” dell’economia.

C’è un sostegno crescente, nel mondo, a favore di risposte all’attuale crisi economica e ambientale che nascano da un approccio integrato, secondo un concetto che viene sempre più frequentemente sintetizzato con la formula del “Green New Deal”. Il termine non è che una variazione contemporanea del New Deal americano, l’ambizioso programma lanciato dal Presidente Franklin Delano Roosevelt per far uscire gli Stati Uniti dalla Grande Depressione. Il New Deal di allora prevedeva un ruolo centrale del governo nella pianificazione e una serie di provvedimenti di stimolo all’economia lanciati tra il 1933 e il 1938, con la creazione di nuova occupazione attraverso l’impegno pubblico in progetti che includevano la costruzione di strade, dighe e scuole.

Dagli Stati Uniti alla Corea del Sud, i programmi per un Green New Deal presentati nel corso del 2009 hanno come presupposto chiave una decisa azione dei governi, ma vedono anche la presenza di politiche finalizzate a rispondere alle sempre più pressanti sfide ambientali attraverso il nuovo paradigma del progresso economico sostenibile.

Una forte cooperazione tra le due sponde dell’Atlantico è il requisito fondamentale per dare vita a un Green New Deal realmente globale. Il Nord America e gli stati membri dell’Unione europea rappresentano un’ampia quota dell’economia e del commercio globali. Gli Stati Uniti, il Canada e le quattro maggiori economie europee (Germania, Francia, Gran Bretagna e Italia) nel 2008 hanno prodotto il 45% del Pil mondiale. Ma, sempre a livello mondiale, contano anche per il 32% del consumo di energia (dati 2005) e per il 29% delle emissioni di gas serra.

I miei cari amici Gianni Silvestrini e Antonio Cianciullo hanno realizzato uno splendido resoconto delle trasformazioni che la green economy ha già messo in moto negli angoli più diversi del mondo: da Curitiba a Friburgo, dalla General Electric alla STMicroelectronics. Nella vivida descrizione dei più incisivi casi studio i due autori hanno potuto far riferimento alla loro pluridecennale esperienza nel settore, per mostrare come un nuovo spirito imprenditoriale stia iniziando a indirizzare il mainstream industriale nello stesso modo in cui le piccole software house hanno trasformato l’economia dell’informazione all’inizio degli anni Settanta. La corsa della green economy fornisce una visione strategica che i leader aziendali, in tutto il mondo, farebbero bene a seguire.

 
* Presidente del Worldwatch Institute, Washington D.C.
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