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Comunicare l'energia

11 Dicembre 2013

Un Green New Deal in Italia? Yes, we can! Intervista ad Alessandra Bailo Modesti

(Diego Tavazzi - Redazione Edizioni Ambiente)

Il 6-7 novembre 2013 si sono tenuti a Rimini, nell’ambito di Ecomondo-Key Energy, gli Stati Generali della Green Economy, incentrati sul tema “Un Green New Deal per l’Italia”.

Nel corso della due giorni è stato presentato il volume Un Green New Deal per l’Italia, che fa il punto sullo sviluppo della green economy in Italia e delinea i suoi possibili percorsi di sviluppo. Abbiamo chiesto un’opinione in merito ad Alessandra Bailo Modesti, project manager degli Stati Generali della green economy.

Il tema della green economy, e quello correlato di un (auspicabile) Green New Deal, sono ormai entrati nell’uso corrente. Come spesso accade, però, non c’è accordo su cosa significhi davvero green economy e su come questa dovrebbe – o potrebbe – modificare l’economia tradizionale. Quali sono, a suo giudizio, gli elementi caratterizzanti dell’economia verde?

Credo che ormai la green economy rappresenti un concetto ben definito attraverso il lavoro che l’UNEP, l’OECD e la Commissione europea stanno portando avanti. Ciò che dà il senso di una indefinitezza è semmai il fatto che la green economy ha prospettive di crescita di lungo periodo e che investono l’intera economia rispetto a quelle strette e settoriali dell’era “fossile” che stiamo lasciando. Questa è la sua forza, e qui sta l’elemento di novità che essa riveste e che la rende lo strumento privilegiato per attivare un Green New Deal in Italia.
Un Green New Deal è quella serie di “misure innovative che, senza aumentare né il debito pubblico, né la pressione fiscale, siano in grado di ridurre i costi, non solo ambientali, ma anche economici, di produrre benessere, di attivare nuovo sviluppo durevole, una ripresa degli investimenti e dell’occupazione” (dal Pacchetto di misure per un green New deal per l’Italia del Consiglio Nazionale della green economy).

A che punto è la green economy in Italia?

La green economy è in una posizione privilegiata nello scenario attuale perché è l’unico movimento culturale, oltre che economico, che in questo momento ha un progetto concreto per il paese, un programma di riforme capace di entrare veramente nella “struttura” del sistema economico e sociale. Questo perché la green economy è un principio-guida dell’economia, è un principio “ecosistemico” che può essere applicato anche ai sistemi sociali. La green economy è indispensabile per rimettere ordine e riportare l’equilibrio negli attuali strumenti economici, nella spesa pubblica, nel sistema fiscale, negli stili di vita. La green economy porta con sé anche un nuovo modo di fare impresa e di lavorare, e quindi il tema dei green jobs, che implica non solo un tipo di lavoro ma un nuovo modo di lavorare, un nuovo modo di progettare le riforme attraverso meccanismi quali per esempio l’elaborazione partecipata; che è uno strumento molto utile come dimostrano gli Stati generali della green economy.

E quale giudizio dà della politica del governo, specie dopo i reiterati attacchi di alcuni suoi esponenti al settore delle rinnovabili, accusate di essere la causa dei peggiori mali del paese?

Il ministro Orlando sta facendo molto bene, ma effettivamente alcuni membri del governo hanno delle posizioni arretrate sul tema dell’energia (e non solo) e non riescono a cogliere l’enorme potenziale degli investimenti nella generazione da rinnovabili sia per l’elettricità sia per il calore e il raffrescamento. Non riescono a uscire dallo schema mentale di una produzione di energia concentrata in pochi luoghi, che deve essere trasportata su lunghe distanze con notevoli dispersioni e pericoli per la sicurezza e per l’ambiente e passare invece a infrastrutture energetiche diffuse, a una gestione intelligente delle reti e dei sistemi domestici, a massicci risparmi di energia con una riduzione del fabbisogno e un risparmio notevole sulla bolletta energetica del paese. Il vero male è quello di non capire che è questo il futuro, che sono questi gli investimenti con elevati ritorni e ad alta intensità di lavoro.

Uno dei fili conduttori del volume “Un Green New Deal per l’Italia” è quello delle città. Sono davvero così centrali per l’affermazione della green economy?

Le città sono il laboratorio della green economy perché è lì che risiedono le grandi sfide del nostro tempo. Più del 60% della popolazione mondiale vive nelle città ed è indispensabile, quindi, cominciare a progettare città che rendano sostenibile la vita di tutti i giorni. Gli “attrezzi” per renderle sempre più sostenibili esistono già e in molte cominciano a sperimentarne i benefici in termini sia economici sia di benessere generale. È un tema davvero centrale perché è lì che converge tutto, pensate a una mobilità sostenibile, a una produzione e accumulo distribuito dell’energia, a infrastrutture verdi che le pervadono e ne rendono più sostenibile il clima, a prodotti alimentari a km0 e biologici, a case con alti tassi di efficienza energetica, a un rapporto sinergico tra città e campagna che consenta a entrambe di svilupparsi senza tradursi in consumo di nuovo suolo o nell’abbandono delle pratiche e dei prodotti tradizionali delle nostre terre, renderle più innovative e più accoglienti anche per il turismo internazionale che ama il nostro paese, a misure di adattamento ai mutamenti del clima. Gli enti locali e le regioni hanno in questo scenario delle grandi opportunità per un governo del territorio capace di rispondere alle necessità dei cittadini in maniera innovativa e creando nuova impresa e nuova occupazione.

Big data e "internet delle cose", biologia sintetica e nuovi sistemi per la produzione e l'accumulo di energia. Grossomodo, oggi sono questi i settori della ricerca e dell'innovazione tecnologica su cui si concentrano le maggiori attenzioni. Hanno, o possono avere, delle ricadute "green"? E l'Italia cosa fa?

Sicuramente per sviluppare una green economy ci sarà necessità di elaborare e studiare grandi quantità di dati in modi innovativi che li incrocino per aiutare a trovare soluzioni nuove per la gestione del territorio, l’infomobilità ecc. Ci sarà necessità di esaminare i sistemi attraverso un approccio integrato e globale, di migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento energetico da fonti rinnovabili e non disperdere inutilmente l’energia, di ecoinnovazione e di un nuovo modo di gestire i processi produttivi e l’organizzazione industriale, di efficienza e rinnovabilità delle materie. L’Italia ha un sistema industriale che già compete sul mercato internazionale in questi settori e in questi nuovi campi di innovazione. Tuttavia i fondi per la ricerca, per la creazione di brevetti, per gli incentivi a spin-off e start up sono ancora troppo pochi ed evidenziano una propensione a giocare in retroguardia di una buona parte dei decision-maker italiani invece di avanzare verso un futuro sostenibile e verso una maggiore prosperità.

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