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Comunicare l'energia

17 Aprile 2014

Blue economy 2.0. Intervista a Gunter Pauli

(Paola Fraschini - Redazione Edizioni Ambiente)

Sono passati quattro anni dalla prima edizione di Blue Economy e si sono fatti grandi passi avanti, ecco perché è giunto il momento di pubblicare una nuova edizione completamente rivista di questo testo fondamentale dell’ambientalismo scientifico.

Diversamente dalla green economy, la blue economy non richiede alle aziende di investire di più per salvare l’ambiente, anzi, con minore impiego di capitali è in grado di creare maggiori flussi di reddito e di costruire al tempo stesso capitale sociale. I risultati ci sono e si vedono, in tutto il mondo. Parliamone con l’autore Gunter Pauli, imprenditore ed economista, fondatore del centro di ricerca Zeri (Zero Emission Research Initiative) e Presidente di Novamont.

Il sottotitolo cita "10 anni. 100 innovazioni. 100 milioni di posti di lavoro". Ne sono passati 4 di anni, quale bilancio si può fare rispetto agli obiettivi?

Dove siamo: i progetti legati alla blue economy hanno mobilitato oltre 4 miliardi di euro di investimenti e hanno generato circa 3 milioni di posti di lavoro. Questo va ben oltre le mie più rosee aspettative.

La blue economy ha superato il principale ostacolo sul suo cammino, ovvero lo scetticismo delle persone?

È naturale che ci sia scetticismo perché siamo bombardati da cattiva notizie, e ognuno di noi è portato a guardare le cose con maggiore attenzione. Tuttavia, quando comincio a mostrare il portafoglio di opportunità le persone restano sconcertate: "Come abbiamo fatto a non accorgerci delle possibilità che abbiamo proprio qui con quello che già c’è!".

Un modello basato sulla Blue Economy potrà garantire uno stile di vita adeguato ai 9 miliardi di persone che abiteranno il pianeta nel 2050?

Non credo ci sia il tempo per aspettare il 2050. Uno dei principali cambiamenti di cui abbiamo bisogno nella nostra società è quello di smettere di posticipare tutto alla prossima generazione! Abbiamo bisogno di diventare impazienti – fare le cose ORA – perché ci sentiamo che questa è la cosa giusta da fare. Siamo troppo guidati da numeri e fatti – e lasciatemi dire che l’unica cosa che sappiamo è che stiamo andando nella direzione sbagliata e quindi faremmo meglio a immaginare come fare meglio, molto meglio, e farlo ora.

Nel libro si parla anche di Swarovski, in che ha modo la blue economy c'entra con i gioielli?

Sì, si parla di gioielli realizzati da cristalli e questo progetto non è che uno tra i tanti attuati. Forse ancora più importante è aver scoperto un artista giapponese che realizza gioielli da a partire dal riso, non solo imitando la struttura dei colori del colibrì, ma usando gli scarti per creare gioielli preziosi di immensa bellezza. Basta condividere liberamente in tutto il mondo le buone idee per dare il via a molte altre iniziative concrete. La tecnica di produzione di gioielli da paglia di riso (convertendo la silice presente nella paglia) è già stato introdotto nel Bhutan!

Si parla anche dell’impianto petrolchimico di Porto Torres (Sardegna), un caso tutto italiano. Ci anticipa qualcosa?

In Italia si registra la più grande e impressionante applicazione della blue economy. Su 188 progetti implementati in tutto il mondo, circa 20 sono in Europa, e la vera star è a Porto Torres! La squadra di Novamont sta mettendo a punto gli ultimi ritocchi per la conversione di un vecchio impianto petrolchimico di ENI non più operante in una bioraffineria che utilizza il cardo come materia prima. Immaginate: una bioraffineria competitiva che utilizza piante perenni considerate erbacce! Questa non è la prima volta che la dottoressa Catia Bastioli e il suo team riesce in questa sfida, infatti ha iniziato convertendo vecchi edifici e laboratori di Montedison nei laboratori di ricerca e piccole unità di produzione di bioplastiche. Una volta che questa struttura sarà aperta molti occhi si apriranno e ci si renderà conto che il futuro dell’Europa risiede nella re-industrializzazione dell’economia e nel collegamento della produttività della terra con i prodotti e i servizi di qualità. Abbiamo bisogno semplicemente di utilizzare quello che resta del flusso produttivo (le erbacce) e il capitale di investimento (come i vecchi impianti petrolchimici che non sono più competitivi e inquinano l’ambiente).

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