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Comunicare l'energia

19 Ottobre 2017

I cambiamenti climatici e l'efficienza energetica tra scienza e filosofia. Intervista a Nino di Franco (ENEA)

(Maria Antonietta Giffoni)

Sebbene la maggior parte dei componenti della comunità scientifica mondiale abbia ormai riconosciuto come assodata la responsabilità dell’uomo sui cambiamenti climatici, ci sono alcuni scienziati che continuano a negarla con forza.

Dalle aule universitarie, lo “scontro” si è riversato nel dibattito politico: se da un lato molti Stati si sono impegnati a mitigare l’innalzamento delle temperature del pianeta firmando l’accordo di Parigi, il presidente degli Stati Uniti Donald Trump chiede di recedere dall’accordo medesimo e annulla le leggi a protezione del clima previste dal suo predecessore Obama.
Chi ha ragione? L’uomo è davvero responsabile dei cambiamenti climatici?
Per cercare di dare una risposta a queste domande, c’è chi ha tentato di portare il discorso su un altro piano: prima di chiederci se è l’uomo a provocare il riscaldamento globale, domandiamoci se la branca che li studia può essere considerata effettivamente una scienza.
Allo stesso modo in cui il filosofo Karl Popper, nei primi decenni del secolo scorso, si chiedeva se la psicoanalisi, la psicologia individuale e la teoria della relatività fossero da considerarsi delle vere e proprie scienze, uno dei personaggi del Dialogo su Popper ed il riscaldamento globale - contenuto nel volume Efficienza energetica. Idea, teoria e prassi scritto da Nino Di Franco -  si chiede se il tema dei cambiamenti climatici abbia lo status di “teoria scientifica”, con spunti di riflessione interessanti sia per chi afferma come veritiera la loro origine antropica, sia per chi la nega. Ne parliamo con l’autore.

Ingegner Di Franco, perché porsi il problema sull’effettiva scientificità delle teorie sui cambiamenti climatici?

È una questione di tipo metodologico, e non tanto di merito. Allorchè autorità statali sono chiamate a legiferare su un particolare tema, con provvedimenti che hanno costi elevati e che avranno sicuramente un impatto sulla routine dei cittadini, dovrebbe essere garantita la piena prevedibilità degli effetti paventati, per non rischiare la vanificazione di risorse e la diffusione di allarmi sociali.
Se l’argine di un fiume è troppo basso, è facile prevedere la tracimazione in caso di forti piogge; se una discarica di data volumetria viene alimentata ogni giorno con una data quantità di rifiuti, è facile determinare il tempo occorrente per la sua saturazione. Per condurre simili previsioni non si può che adottare il metodo scientifico, ossia osservare i fenomeni, registrare i dati, comprendere le cause, formulare una teoria in forma matematica, confrontare i fenomeni con le previsioni della teoria, condurre esperimenti e trarne risultati, che dovranno essere replicabili nel tempo e nello spazio.
Il tema dei cambiamenti climatici è definito esplicitamente ‘scientifico’ dall’IPCC, ma per esso difficilmente si possono applicare i criteri del metodo scientifico per la natura stessa del tema: non si possono condurre esperimenti di laboratorio sulle correnti marine o sulle dinamiche dell’atmosfera poiché i parametri climatologici, le loro dinamiche e le loro mutue interrelazioni non sono governabili dallo sperimentatore, e al massimo possiamo studiare cosa è successo nel passato, senza certezze ‘scientifiche’ di quanto accadrà in futuro. Mentre una pianificazione onerosa, soprattutto se a scala globale, dovrebbe poggiare su certezze scientificamente consolidate.

Nel suo dialogo, uno dei personaggi propone di orientare il dibattito verso la “falsificazione” e cioè l’assunto di Popper secondo cui compito dello scienziato non è trasformare le proprie idee in verità dimostrate, ma considerarle come ipotesi, come congetture sempre falsificabili, considerate valide fino a quando non vengono smentite. Le faccio la stessa domanda che pone uno dei due personaggi nel dialogo: che c’entra Popper con i cambiamenti climatici?

Si pone a questo punto il problema di come assegnare lo status di ‘scientificità’ ad una teoria della conoscenza, ossia ad una teoria in grado di comprendere i comportamenti della natura e prevederne le evoluzioni. Popper dice che il criterio non è quello del metodo induttivo, ossia nel condurre esperimenti od osservazioni che corroborino la teoria. Con questo metodo, per essere sicuri della verità della teoria, si dovrebbe condurre un numero infinito di esperimenti in ogni luogo dell’universo, cosa manifestamente irrealizzabile. Osservare un gran numero di cigni bianchi non deve portare alla conclusione che tutti i cigni sono bianchi; basterebbe l’osservazione di un solo cigno nero (effettivamente esistente, il cygnus atratus) per sconfessare la teoria. Il metodo proposto da Popper si basa invece sul falsificazionismo: una teoria scientifica può essere solo falsa o falsificabile; non potrà quindi mai essere definita ‘vera’, ma solamente accettabile fino a quel momento. Affinché una teoria sia falsificabile deve essere concepibile l’esperimento falsificatore, ossia quell’esperimento in grado di sconfessare la teoria medesima. L’astrologia non può essere considerata ‘scientifica’ perché non è falsificabile (a posteriori, si possono trovare mille giustificazioni sul non avverarsi di un oroscopo, per esempio che Giove e Saturno erano allineati ‘ma non troppo’), mentre l’astronomia è falsificabile: se la Luna modificasse improvvisamente la propria orbita intorno alla Terra, e gli astronomi non l’avevano previsto, vuol dire che le leggi di Newton e di Einstein non sono corrette, e va trovata una teoria alternativa.
A conti fatti possiamo solo dire che una data teoria scientifica, finché non è sconfessata dall’esperimento falsificatore, è la cosa migliore di cui si dispone per indagare la natura. Riguardo i cambiamenti climatici, l’IPCC adombra un futuro di riscaldamento globale indotto dalle attività antropiche con drammatiche conseguenze per l’umanità; per tale teoria previsionale tuttavia non è al momento concepibile l’esperimento falsificatore, e quindi essa non potrebbe aspirare allo status di ‘scienza’.

Ma in attesa del potenziale falsificatore, a che serve risparmiare energia? Lei ha dedicato la sua vita professionale allo studio e alla divulgazione dell’efficienza energetica; ha scritto alcuni saggi sulla materia, tra cui l’ultimo che abbiamo citato; ha persino scritto il lemma “Efficienza energetica” per l’Enciclopedia Treccani. E dunque? Se l’origine antropica dei cambiamenti climatici si dimostrasse solo un’ipotesi e diminuire le emissioni di C02 non servisse a mitigarli, a che pro risparmiare energia?

L’efficienza energetica è in primis una risposta alla questione energetica, ossia: per quanto tempo saranno ancora disponibili le fonti fossili di energia (gas, petrolio, carbone) che attualmente costituiscono l’85% del mix di fonti utilizzate a livello globale? In quale modo si potranno rifornire di energia le future generazioni in condizioni di sostenibilità economica, ambientale e sociale?
Se le fonti fossili dovessero venire a mancare nel breve periodo, l’effetto sarebbe facilmente immaginabile, e sarebbe deterministico nella sua tragicità. La riconversione energetica basata sulle fonti rinnovabili, necessaria perché le fonti fossili sono per loro natura esauribili, ha bisogno di tempo per essere avviata e diffusa a livello planetario. Puntare su un piano generalizzato di risparmio energetico basato sull’efficienza, quindi sulla diminuzione della domanda di energia a livello di usi finali a parità di effetti – ossia di confort abitativo o di produzione di beni e servizi – può prolungare il periodo di disponibilità delle fonti fossili, e quindi può dare più tempo per la scoperta e l’ingegnerizzazione di nuove tecniche di produzione dell’energia basate sulle fonti rinnovabili, a rendimenti molto più elevati degli attuali. L’efficienza energetica ha quindi un ruolo fatale nelle previsioni di sviluppo dell’umanità. In parallelo, diminuendo le necessità di produzione di energia basata su fonti fossili, riduce l’emissione di gas climalteranti in atmosfera, con ciò attenuando la minaccia del riscaldamento globale.


Dunque, il perseguimento dell’efficienza energetica non si limita a questioni meramente tecniche e normative, ma ha implicazioni più ampie?

Certamente. In particolare, l’efficienza non è una tecnologia, ma un habitus mentale permeato di buon senso e di saggezza nella gestione di beni comuni, e che dovrebbe coinvolgere la società nel suo complesso, dagli amministratori ai cittadini; in quanto tale se ne dovrebbe auspicare la diffusione a livello pervasivo, in ogni contesto a qualunque latitudine.

Le politiche di incentivazione e sostegno dell’efficienza energetica devono essere, dunque, mantenute. Alcuni ritengono che quelle finora adottate dal nostro Paese non siano sufficienti per raggiungere gli obiettivi al 2020. Quali “strade” occorre intraprendere per il pieno sviluppo di una politica per l’uso razionale dell’energia?

Direi che l’Italia ha un invidiabile portafoglio di strumenti per la promozione di tecniche efficienti, che negli anni futuri andranno solamente perfezionati e compiutamente finalizzati. Ricordiamo i Certificati Bianchi, le detrazioni fiscali, il conto termico 2.0, ecc. Riguardo il conseguimento degli obiettivi al 2020, a fronte di un obiettivo di 15,5 Mtep/anno di risparmio negli usi finali, eravamo a fine 2016 al 42% della copertura (dato RAEE 2017).

Ha citato i Certificati Bianchi. Il meccanismo, al momento, è un po’ in sofferenza: il prezzo dei titoli sul mercato aumenta sempre più, per ragioni mai chiarite con esattezza dagli esperti del settore. Siamo di fronte a un altro periodo di profonda crisi, come quello vissuto nel corso del 2011?

Siamo nel momento di passaggio delle precedenti regole dettate dal Dm 28 dicembre 2012 alle nuova dettate dal Dm 11 gennaio 2017. Le nuove regole tengono conto dell’esperienza decennale finora maturata e tenderanno a valorizzare interventi principalmente nel settore dell’industria. Come in ogni fase di passaggio normativo, gli attori in gioco – istituzionali e privati – dovranno familiarizzarsi con le nuove procedure, che andranno comprese ed attuate in modo sincronico e sinergico. È comprensibile che tutto ciò provochi timori nei portatori di interesse, e che il sintomo ne sia l’elevato attuale prezzo dei titoli di efficienza. Prevedo trattarsi comunque di un fenomeno contingente, che dovrebbe normalizzarsi allorché il nuovo meccanismo andrà a regime.


>> Questi e altri temi saranno al centro del convegno dal titolo La sfida climatica. Il ruolo dell’efficienza energetica per una civiltà decarbonizzata, che si terrà il 26 ottobre 2017 presso l’Istituto della Enciclopedia Italiana a Roma e a cui Nino Di Franco prenderà parte in qualità di relatore.

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