L'Italia può arrivare al 100% rinnovabile, ma deve smettere di perdere tempo
Intervista del direttore di Nextville.it Sergio Ferraris al presidente del Coordinamento FREE Attilio Piattelli
Tra norme attuative in ritardo, congestioni virtuali della rete, opposizioni locali e una pianificazione debole su usi termici e trasporti, il Paese rischia di compromettere una trasformazione indispensabile per clima, imprese e famiglie. Attilio Piattelli, del Coordinamento FREE, analizza i nodi che frenano la transizione, il ruolo della democrazia energetica, i limiti della prospettiva nucleare e illustra quali sono le condizioni necessarie per immaginare, già entro dieci anni, un sistema elettrico interamente rinnovabile.
In generale in che modo agite come Coordinamento FREE?
«Come Coordinamento FREE stiamo cercando di posizionarci come un soggetto di riferimento per la transizione energetica del Paese. Siamo un caso unico in Europa, al nostro interno abbiamo 26 associazioni che si occupano di transizione energetica a tutti i livelli: operatori di settore delle diverse tecnologie, associazioni impegnate sulla sostenibilità ambientale – penso per esempio a Legambiente – e soggetti che lavorano sull'efficienza energetica.
L'obiettivo è quello d'offrire indirizzi strategici, quindi linee di intervento, ma anche supporto tecnico e tecnologico per accrescere la conoscenza sui temi della decarbonizzazione. Vogliamo essere un punto di riferimento per gli operatori che devono approfondire aspetti che non conoscono, ma anche per i soggetti istituzionali e politici che cercano un interlocutore in grado di analizzare a 360 gradi le tematiche connesse con la transizione energetica. Questo significa avere una visione complessiva delle diverse dimensioni del processo di decarbonizzazione. Progressivamente vogliamo rivolgerci anche ai cittadini, con attività di formazione e informazione corrette, partendo da categorie più facilmente raggiungibili. Abbiamo iniziato, per esempio, con i giornalisti, con l'idea di sviluppare nel tempo un'azione formativa più capillare».
La diffusione delle rinnovabili si può configurare come una fase d'inizio di democrazia energetica?
«Direi di sì, anche perché, dal punto di vista della diffusione delle rinnovabili, una forma di democrazia energetica già esiste. È legata alla capillarità degli interventi che oggi si possono realizzare, soprattutto grazie al fotovoltaico e ai sistemi di accumulo, entrambi scesi drasticamente di prezzo.
Fino a pochi anni fa il fotovoltaico era sì la tecnologia rinnovabile principale per l'autoconsumo, ma restava la difficoltà di adattare le curve di consumo alle curve di produzione e di prelievo. Con l'abbattimento dei costi dei sistemi di accumulo anche questo limite viene in buona parte superato. E questo è già un elemento molto rilevante di democrazia energetica, perché consente sia alle abitazioni sia alle imprese di autoprodurre e massimizzare l'autoconsumo di energia in autonomia.
Un ulteriore contributo a ciò può arrivare dalla direttiva RED III e dalla possibilità di scorporo in bolletta dell'energia prodotta da impianti realizzati da singole aziende oppure da aggregati di soggetti, quindi anche da impianti di comunità. Questi impianti possono essere realizzati non soltanto all'interno della cabina primaria, ma nell'area di mercato, e consentono di detrarre direttamente in bolletta il costo dell'energia prodotta e autoconsumata a distanza (il cosiddetto autoconsumo virtuale). Ciò significa introdurre un elemento di stabilizzazione del prezzo dell'energia e facilitare l'autoconsumo per tutti quei soggetti che hanno difficoltà di spazio, di connessione o di realizzazione di infrastrutture dirette.
Nel dettaglio, un soggetto può partecipare a un impianto di comunità, per esempio da 5 o 6 MWe. Con il recepimento della RED III la potenza massima ammissibile è indicata in 6 MWe. In questo caso, in considerazione degli effetti di scala sul prezzo di generazione, l'energia potrà essere prodotta a un prezzo basso, nell'ordine dei 60-70 euro/MWh, e il partecipante sa che per tutta l'energia condivisa nelle fasce in cui produzione e consumo coincidono – eventualmente anche con il supporto di sistemi di accumulo – quel prezzo resta stabile. Anche questo è un elemento di forte di democrazia energetica, perché apre alla produzione collettiva. È, in qualche modo, un ampliamento su scala più industriale delle comunità energetiche, che oggi sono ancora in una fase embrionale e purtroppo asfissiate dalla burocrazia, poiché sono state strutturate in modo molto complesso, e questa complessità rischia di allontanare i soggetti interessati. Il meccanismo dello scorporo in bolletta, invece, sarà certamente molto più semplice.
Il punto è importante anche perché oggi il prezzo dell'elettricità oscilla continuamente: può essere 90, 100, 120 o 150 euro a MWh. Se invece l'energia proviene dal proprio impianto, si sa già quanto costerà. Se l'investimento è stato fatto direttamente dal consumatore, il costo marginale di quell'energia sarà prossimo allo zero, perché legato solo ai costi operativi; se invece l'impianto viene realizzato da un soggetto terzo, ci sarà un prezzo concordato. È un meccanismo analogo a un PPA: un soggetto realizza l'impianto, mette insieme più utenti e vende l'energia a un prezzo definito. La differenza rilevante è che il beneficio può essere immediato, già nella bolletta successiva, e non recuperato nel tempo o legato necessariamente al passaggio a un determinato fornitore, come avviene in altre formule.
Oltre a ciò, a questi meccanismi si potranno poi agganciare servizi di flessibilità e altri strumenti che oggi non sono ancora pienamente disponibili. La priorità è rendere accessibile a tutti una possibilità reale di autoproduzione. A quel punto anche l'aggregatore, figura che non si è ancora sviluppata compiutamente, può avere un ruolo concreto. Può mettere insieme tanti soggetti, ciascuno con un fabbisogno limitato, realizzare per loro un impianto di grande dimensione, occuparsi della manutenzione e far pagare l'investimento a un costo molto più basso rispetto alla realizzazione individuale, per esempio 700 euro al kW invece di oltre 1.500 euro al kW, come accade oggi per i piccoli impianti domestici. In questo modo i partecipanti si ritrovano un impianto di comunità e un servizio gestito da un soggetto professionale.
Di fatto, quindi, una qualche forma di democrazia energetica esiste già, perché rispetto al passato non c'è paragone per quanto riguarda le possibilità di autoproduzione oggi disponibili per cittadini e imprese, e, come detto, si tratta di una opportunità che, con le nuove norme in arrivo, andrà a migliorare e permetterà l'ampliamento dei soggetti che potranno usufruire dell'autoproduzione».
A livello mondiale nel 2025 l'85,6% della nuova installazione elettrica è stata con fonti rinnovabili. Come mai, nonostante ciò, l'Italia sembra indecisa, al punto che sta calando il ritmo del loro sviluppo?
«Dal mio punto di vista l'Italia è arrivata impreparata. Gli strumenti ora stanno progressivamente arrivando, ma tutta l'infrastruttura normativa e di supporto alla realizzazione degli impianti, compresa la parte autorizzativa e quindi il ruolo degli enti chiamati a rilasciare le autorizzazioni, non era pronta a una mole di richieste così elevata come quella registrata negli ultimi anni. Il sistema non aveva e non ha tuttora la reattività e le capacità necessarie per far fronte a tutte le richieste di autorizzazione che sono progressivamente aumentate negli anni.
Abbiamo quindi avuto una partenza lenta, stimolata poi, fortunatamente, dalle crisi energetiche, in particolare da quella del 2022. Da quel momento si sono susseguite molte modifiche normative, spesso nella direzione delle semplificazioni, anche grazie alla spinta delle norme europee. Tuttavia, il fatto che gli interventi siano stati numerosi e realizzati in tempi rapidi ha generato anche molta confusione. Abbiamo attraversato anni di continui cambi normativi: quando le cose vengono fatte di corsa, non sempre riescono bene, e diventa necessario intervenire più volte.
A questo si è aggiunta una certa lentezza da parte delle istituzioni, in particolare di chi doveva mettere a punto le norme attuative. Quando ci sono troppe cose da fare, non si riesce a farle tutte contemporaneamente. Dopo il recepimento in ritardo della RED II, avvenuto con il decreto legislativo 199 del dicembre 2021, sono passati anni prima di vedere arrivare i relativi atti attuativi. Questo rallenta inevitabilmente il sistema: se gli obiettivi sono contenuti in un Piano nazionale integrato energia e clima che non ha un orizzonte di venti o più anni ma solo di dieci anni, perdere due o tre anni perché mancano norme o provvedimenti di supporto significa accumulare ritardi pesanti.
È quello che è successo con il FER X, con il FER 2 o con gli attuativi per le CER, attesi per molti anni e arrivati con carenze o norme inefficienti e da mettere a punto. L'esempio tipico è quello del FER 2 e delle aste per l'eolico offshore, che non sono ancora state emanate. È successo anche con le comunità energetiche. Tutto ciò produce rallentamenti. La stessa lentezza si è vista nella capacità di adeguare le norme sulle connessioni, con il risultato di generare una congestione virtuale della rete: progetti vecchi, che probabilmente non saranno mai realizzati, continuano a bloccare la capacità di connessione e impediscono l'ingresso di nuovi progetti, magari più aggiornati e migliori.
C'è poi il tema del sistema autorizzativo, che non ha ancora compiuto il salto culturale necessario. Il Ministero della Cultura, per esempio, fatica ancora molto ad autorizzare progetti, soprattutto eolici, che invece andrebbero autorizzati, anche perché il nostro piano nazionale prevede sia fotovoltaico sia eolico per garantire un equilibrio di generazione delle diverse fonti rinnovabili. A questo si aggiungono i contrasti con alcune associazioni di categoria, in particolare quelle agricole, che non vogliono subire un'invasione di campo. Il fotovoltaico, più dell'eolico, insiste sui terreni e sui territori, e questo sta generando difficoltà di accettabilità territoriale.
Tutte queste condizioni hanno prodotto rallentamenti. Sono però abbastanza ottimista, perché se è vero che gli strumenti messi in campo sono arrivati con molta lentezza, ora dovrebbero iniziare ad andare a regime. Con il FER X transitorio sono stati aggiudicati complessivamente circa 9 GW di impianti; con il FER X definitivo ci sono circa 37 nuovi GW che verranno aggiudicati nei prossimi due o tre anni. Anche sul fronte autorizzativo esiste per fortuna una quantità significativa di progetti già autorizzati, penso si parli di circa 15 GW tra fotovoltaico e agrivoltaico e di una decina di GW per l'eolico. Le condizioni per iniziare davvero a costruire molti impianti ora ci sono.
Occorre però sistemare rapidamente la questione della congestione delle reti, anche tenendo conto del nuovo assetto su cui sta lavorando Terna alla luce della riorganizzazione prevista dal decreto Bollette. Per questo, tendenzialmente, sono ottimista. Resta però il fatto che abbiamo perso tempo, e quel tempo perso si traduce in una bassa penetrazione delle rinnovabili nel mix di generazione elettrica. Tutto ciò significa anche minore competitività per le imprese e costi dell'energia più alti per le famiglie.
Questo vale se ci limitiamo alle FER elettriche. Se invece guardiamo all'intero processo di transizione energetica, quindi anche alle FER termiche e ai trasporti, la situazione è molto più problematica. In quei settori vedo un impianto normativo molto meno organizzato e strutturato. Molte norme non sono ancora arrivate. La direttiva “case green” non è stata ancora recepita, così come la normativa sull'efficienza energetica. Non ci sono strumenti di lungo termine realmente incisivi, se si esclude il Conto termico, che finalmente è uscito, pur con alcune difficoltà iniziali.
Non vedo strategie organiche per la decarbonizzazione dei centri urbani e non vedo strategie concrete per la decarbonizzazione dei trasporti. Tutto ciò si riflette anche sull'andamento degli obiettivi del PNIEC. Alcune linee sono sostanzialmente piatte da anni, mentre gli obiettivi richiederebbero progressi molto diversi. Questa, in sintesi, è la panoramica complessiva».
Come mai si sta sviluppando un'opposizione a livello di Paese alle rinnovabili?
«La resistenza alle rinnovabili è legata in larga misura all'impatto che queste tecnologie hanno sulla trasformazione del territorio. Il territorio, naturalmente, si è sempre trasformato nel corso degli anni. La differenza è che oggi questa trasformazione deve avvenire molto rapidamente e gli interventi necessari alla transizione devono essere realizzati nell'arco di venti o trent'anni. Ciò produce una pressione sui territori e introduce cambiamenti rispetto a ciò che è ordinario e abituale.
Queste reazioni sono comprensibili, ma andrebbero gestite. Se non vengono gestite, si genera inevitabilmente contrasto, che nasce soprattutto per due motivi. Il primo è che il beneficio delle rinnovabili non viene percepito immediatamente. Il beneficio economico esiste, ma è un beneficio di medio-lungo periodo. Dovremo probabilmente arrivare al 2030, con una penetrazione della generazione elettrica da FER superiore al 60%, per vedere effetti realmente significativi sulle bollette. Se il beneficio non viene trasferito subito ai territori, le persone vedono soltanto gli aspetti di cambiamento del paesaggio, e tendono a essere ostili.
Il secondo motivo riguarda le associazioni di categoria, in particolare quelle agricole, che percepiscono le rinnovabili come un'invasione di campo. In molti casi non colgono le opportunità di sinergia: innovazione, integrazione del reddito ed elettrificazione dell'agricoltura. In questo momento prevale la lettura difensiva, cioè l'idea che le rinnovabili occupino uno spazio che appartiene ad altri usi.
Come Coordinamento FREE siamo consapevoli di questo disagio e della difficoltà di accettazione delle rinnovabili sui territori. Per questo abbiamo lavorato a un progetto di linee guida per fare in modo che gli iter autorizzativi siano più condivisi e partecipati a livello territoriale, riducendo il conflitto.
Un punto fondamentale che stiamo pensando di proporre riguarda la possibilità che gli impianti vendano localmente, a prezzi agevolati, una parte dell'energia prodotta. Così si darebbe subito un beneficio reale ai territori. Oggi la normativa non lo consente, quindi probabilmente cercheremo di avanzare proposte legislative in questa direzione. Non si tratterebbe di destinare localmente tutta l'energia prodotta, ma una quota, per esempio del 20 o del 30%, lasciando il resto a beneficio del sistema complessivo.
Su un piano più ampio, un altro tassello sarebbe rappresentato dal passaggio a una reale efficacia dei prezzi zonali in modo che le zone di mercato che installano più rinnovabili possano avere prezzi dell'energia più bassi. Oggi i prezzi zonali esistono, ma sono sterilizzati. Infine, il Governo dovrebbe intervenire sul Ministero della Cultura per promuovere un cambio di impostazione metodologica. Serve un approccio culturale diverso, in base al quale le rinnovabili, e soprattutto l'eolico, siano considerate accettabili, e oggi questo passaggio non è ancora stato fatto. In molti casi il Ministero mantiene un approccio troppo rigido, che costringe a ricorrere al Consiglio dei ministri per autorizzare i progetti, allungando i tempi e aumentando i costi per gli operatori, con ritardi complessivi per il sistema».
Dal punto di vista normativo vediamo fiorire delle leggi regionali che sono spesso in contrasto alle rinnovabili. Come si potrebbe superare questo problema?
«Il motivo è abbastanza semplice. Il fiorire di norme regionali in contrasto con le rinnovabili è trasversale, bipartisan. Regioni guidate da partiti di centrosinistra e Regioni guidate dal centrodestra, senza particolari differenze, oggi sono tendenzialmente ostili allo sviluppo delle rinnovabili, o comunque cercano di arginarlo.
Il punto è sempre lo stesso: in questa fase c'è una percezione di bassa accettabilità sui territori. La politica, temendo di perdere consenso, cerca di utilizzare le leggi regionali sulle aree idonee come leva per limitare il più possibile lo sviluppo delle rinnovabili, soprattutto nelle aree agricole e, per l'eolico, in molti contesti territoriali. Dal mio punto di vista, questa dinamica nasce essenzialmente da una preoccupazione politica legata alla perdita di consenso.
Il problema, ribadisco, si supera solo migliorando il consenso territoriale. Questo significa tornare a quanto dicevo prima, ossia che servono iter autorizzativi più partecipati e una maggiore possibilità per i territori di ricevere subito benefici concreti dalle FER. Solo questo può aiutare ad accelerare.
Un altro passaggio fondamentale è una corretta pianificazione delle aree, che oggi purtroppo non si fa o non si vuole fare. Esistono molte aree marginali, terreni agricoli a bassa produttività e altre superfici che potrebbero essere utilizzate in modo razionale e andrebbero correttamente mappate e rese idonee. Invece queste possibilità vengono spesso trascurate, perché l'impostazione prevalente tende più a ostacolare lo sviluppo delle rinnovabili che a favorirlo».
Dal vostro punto di vista, quale sarebbe lo scenario ideale per le rinnovabili?
«Per quanto riguarda le rinnovabili elettriche, la legislazione attuale è tutto sommato accettabile. Il punto che non condivido è l'obbligo di realizzare impianti agrivoltaici su tutti i terreni agricoli. Non lo vedrei in questi termini, visto che esistono molti terreni a bassa produttività o abbandonati da tempo che potrebbero ospitare senza problemi anche impianti fotovoltaici classici.
Per quanto riguarda le FER termiche e la parte di elettrificazione, servirebbe maggiore pianificazione. Immagino una norma che preveda l'obbligo per le amministrazioni comunali, o per aggregati di Comuni nel caso dei centri più piccoli, di elaborare una pianificazione seria per la decarbonizzazione dei centri urbani e per la mobilità sostenibile. Questo è fondamentale.
A questa pianificazione va però affiancata una crescita delle competenze tecniche. Le amministrazioni devono essere messe nelle condizioni di affrontare queste esigenze. Servono formazione, supporto tecnico e strutture in grado di accompagnare i Comuni. Sono processi che possono svilupparsi progressivamente, soprattutto quando esistono obblighi chiari. Naturalmente, serve anche il recepimento di tutte le normative per le quali siamo ancora in attesa.
Infine, bisognerebbe ricorrere molto di più non a finanziamenti a fondo perduto, ma a fondi di garanzia rotativi, capaci di abbassare i tassi di interesse e garantire il credito per tutti. In questo modo, con minori risorse pubbliche, si potrebbe coprire la realizzazione di un numero ben maggiore di progetti. Ciò che manca oggi è proprio questo: fondi di garanzia, non contributi a fondo perduto».
Il Governo pensa invece al nucleare in maniera, per così dire, “forte”. Che cosa pensa della questione dello sviluppo del nucleare da parte del Governo?
«Prima di tutto, quando si parla di tecnologie, bisognerebbe usare terminologie corrette rispetto all'oggetto della discussione. Se si parla di “nucleare sostenibile”, occorre spiegare che cosa si intende per nucleare sostenibile, perché oggi nessuno lo ha chiarito.
In secondo luogo, parliamo di una tecnologia di lungo termine, che potrà avere una minima rilevanza non prima del 2040. Noi, invece, abbiamo bisogno di interventi immediati. Per questo non vedo il nucleare come una soluzione pratica. E non lo vedo come tale soprattutto nelle condizioni di oggi. Per il nucleare tradizionale, cioè gli impianti standard di grandi dimensioni, conosciamo tempi, costi e rigidità; per gli SMR, invece, non abbiamo oggi evidenze reali né sui costi né sulla realizzazione, perché in Occidente non esistono ancora impianti commerciali.
Inoltre, il nucleare non è una fonte modulante, mentre il sistema elettrico ha bisogno di flessibilità, non di nuova generazione non modulabile. La mia sensazione è che il nucleare sia stato inserito forzatamente nella strategia energetica italiana, ma che di fatto non ce ne sia bisogno».
Dal punto di vista invece dello sviluppo industriale, l'Italia, nonostante sia la seconda nazione manifatturiera europea, ha perso diciamo il treno delle fonti rinnovabili, anche se è l'unico Paese dove si produce fotovoltaico in Europa. Rischiamo di perdere altri “treni rinnovabili”?
«Sì, il rischio esiste. Però non ne farei una responsabilità soltanto italiana. Quando parliamo di politiche industriali legate alle tecnologie della decarbonizzazione – dall'automotive elettrico alla produzione di moduli fotovoltaici, alle batterie – le strategie dovrebbero essere di carattere europeo.
Se si deve competere con realtà industriali come quella cinese, che oggi ha di fatto un monopolio di mercato su molte di queste tecnologie, l'Italia da sola non può fare nulla. Il problema è che abbiamo sbagliato i tempi. Per anni abbiamo delegato alla Cina la produzione di queste tecnologie, e ciò ha indebolito l'industria europea in settori che oggi sono divenuti strategici. Oggi recuperare è molto complicato.
Ha senso pensare a un'industria europea in questi ambiti, ma deve essere una vera industria europea, basata su una strategia comune. Le singole nazioni non possono competere da sole. Lo si vede anche con la fabbrica 3SUN a Catania, un progetto molto ambizioso, che però finora non riesce a essere competitivo sul mercato internazionale.
Queste iniziative devono essere sostenute da politiche industriali europee di alto livello, poi declinate attraverso accordi internazionali tra le diverse nazioni. Ciascun paese può contribuire a specifiche filiere o azioni industriali, ma dentro una strategia comune. Senza questa dimensione europea, il rischio di perdere altri treni legati alle rinnovabili e alla decarbonizzazione resta molto alto».
A livello europeo si è andati molto veloci sul Green New Deal e poi c'è stato un brusco rallentamento. Come mai è successo ciò?
«Sì, parzialmente è vero. Nella sostanza, però, le norme europee continuano ad arrivare e gli indirizzi restano quelli della decarbonizzazione. Forse il rallentamento è più dichiarato e sbandierato che reale, perché l'Europa, almeno fino a oggi, non ha cambiato le proprie politiche di decarbonizzazione.
E io dico: per fortuna che c'è l'Europa. È grazie alla cornice europea se tutti ci muoviamo lungo una traiettoria comune che ci spinge verso uno scenario di decarbonizzazione. È uno scenario che non può che essere quello, anche perché sta mostrando la propria convenienza: dal punto di vista economico, dal punto di vista occupazionale e dal punto di vista ambientale.
Tendenzialmente, quindi, lo considero uno scenario positivo, e difficilmente si rinuncia a uno scenario positivo. È chiaro che esistono resistenze, ma in questo momento le percepisco più come resistenze che aleggiano nel dibattito che come elementi capaci di incidere concretamente sulla modifica delle politiche europee».
Come Coordinamento FREE avete realizzato il Libro Verde della Transizione Energetica. Ci parla dell'iniziativa?
Il volume risponde esattamente a uno degli obiettivi che richiamavo, ossia quello di rivolgersi a un pubblico esperto offrendo però una panoramica completa di tutte le tematiche che riguardano la decarbonizzazione. Attraverso il Libro Verde è possibile avere un quadro immediato degli avanzamenti, delle innovazioni tecnologiche e dello stato dell'arte, sia a livello nazionale sia a livello internazionale, per qualunque fonte o tecnologia che concorre alla transizione energetica.
Secondo noi è uno strumento molto utile e di facile consultazione. Finora uno strumento di questo tipo non esisteva, e ne sentivamo l'esigenza. La collaborazione con tutte le associazioni che fanno parte del Coordinamento FREE ci ha permesso di mettere a punto un documento realmente utile, che sarà aggiornato ogni anno in modo da restare sempre attuale.
Aggiungo che, accanto a questo lavoro, presenteremo a breve un altro studio sugli scenari di transizione energetica per l'Italia al 2050. L'obiettivo è valutare diversi scenari di generazione elettrica al 2050, con nucleare o 100% rinnovabile con l'eventuale contributo di cicli combinati per far fronte ai giorni critici con assenza di sole o di vento. Il confronto servirà a evidenziare pregi, difetti e valutazioni economiche, in modo da avere idee più chiare sugli scenari che, con maggiore probabilità, conviene seguire per arrivare a una completa decarbonizzazione».
Come immagina l'Italia rinnovabile tra dieci anni?
La immagino con un sistema elettrico rinnovabile al 100%. È un obiettivo che si può raggiungere. Una volta messi in campo gli strumenti necessari, l'implementazione delle rinnovabili può procedere molto rapidamente.
Stiamo lavorando abbastanza bene sia sull'adeguamento delle reti, che è fondamentale, sia sull'installazione degli accumuli, anche centralizzati, che sono indispensabili per accompagnare la crescita della generazione rinnovabile. Per questo penso che l'obiettivo di un sistema elettrico interamente rinnovabile sia un obiettivo che ci possiamo dare per il 2035. Vorrei però vedere progressi maggiori anche sull'elettrificazione degli usi termici nell'industria e sull'elettrificazione dei centri abitati. Su questi fronti, come dicevo, siamo ancora molto indietro. Non dobbiamo dimenticare che trasporti e usi termici, insieme, rappresentano quasi l'80% dell'energia di cui abbiamo bisogno».
Riferimenti
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Libro Verde della Transizione Energetica
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