Clima, e rinnovabili, in bilico
Milano, 2 febbraio 2026 - 12:24

Clima, e rinnovabili, in bilico

(Sergio Ferraris*)

Sull'energia si giocano i destini geopolitici di interi continenti. E le rinnovabili sono un pezzo importante di questo gioco.

Non solo riscaldamento globale. Ora è anche tempo di polarizzazione. Con la globalizzazione destinata a scomparire, almeno sul breve e medio periodo. Sono due i modelli di sovranità energetica che stanno giocando, per ora, la partita. Da una parte gli Stati Uniti, che usano petrolio, gas e carbone come volano di dominio economico e leva di influenza, specialmente nelle guerre regionali, come ha dimostrato la vicenda del Venezuela. Dall'altra la Cina, che spinge rinnovabili, batterie e celle solari come i nuovi capisaldi della propria ascesa. La transizione energetica ha perso, se mai l'ha avuto, la propria spinta propulsiva, e ora l'energia è tornata al ruolo che possedeva nel secolo scorso: leva di potere.

Il tutto in uno scenario di grande contraddizione, se non di confusione. Washington pensa al clima come vincolo politico esterno, mentre tratta i fossili come base materiale della propria crescita economica e in ultima analisi come potenza geopolitica. E Pechino invece usa le rinnovabili non solo per ridurre emissioni, ma per dominare le catene del valore delle tecnologie pulite e delle materie critiche. Tradotto: La transizione energetica non è più solo ecologica, ma ora è una corsa ai nuovi monopoli. In una direzione o in un'altra. 

Dominio energetico

Gli Usa restano il primo produttore mondiale di petrolio e gas e il sistema elettrico nazionale dipende ancora in larga misura da gas fossile e carbone. La dottrina "energy dominance", come si evince dalla nuova National Security Strategy varata di recente da Donald Trump, si traduce in esportazioni di LNG verso Europa e Asia e in una politica interna che vede i colossi fossili come pilastro per lo sviluppo dell'occupazione e del Pil. Quando Washington accelera i permessi per trivellazioni marittime o nuovi terminali di gas liquefatto, bocciando i progetti delle rinnovabili, non discute solo di bollette: sta ridefinendo i rapporti di forza tra alleati e avversari, usando gli idrocarburi come moneta geopolitica. La transizione esiste, ma è problematica, frammentata, multipolare, e soprattutto gli Usa non ne possiedono più le tecnologie. Ecco quindi che diventano marginali per l'idea che di potere che Donald Trump ha per gli Stati Uniti, mentre le fonti fossili, che dominano ancora l'80% del mercato, sono la "clava strategica" ideale per un Presidente che ragiona sul breve periodo.

Sul fronte opposto, la Cina lega sicurezza energetica e crescita alla diffusione massiccia delle rinnovabili entro il 2030, innestandole negli obiettivi di picco emissivo e di neutralità carbonica di medio periodo. Il 14° Piano Quinquennale alza l'asticella: una quota crescente dell'elettricità da rinnovabili, obiettivi di capacità eolica e solare che vengono di fatto centrati in anticipo, con Pechino trasformata nel principale produttore mondiale di pannelli, turbine e batterie.

Nasce così una rivalità di filiera energetica, con gli Stati Uniti che con il loro export di petrolio e gas e la "diplomazia" dell'LNG puntano a legare partner e alleati alla propria sfera fossile, e con la Cina che invece costruisce una "green supply power" che rende molti Paesi dipendenti da pannelli, batterie, tecnologie di rete "made in China". Nella pratica Washington agisce come un "poliziotto energetico", usando la metodologia del bastone e della carota, fra sanzioni, embargo e "corsie preferenziali" per chi si allinea, mentre Pechino preferisce l'attrazione silenziosa di impianti a basso costo, crediti e infrastrutture.

Paradosso europeo

Europa e Italia entrano in questo gioco con un paradosso: hanno costruito la narrativa più avanzata sulla transizione, ma rischiano di viverla con tecnologie, costi e tempi imposti da altri. Il Green Deal, i target 2030, l'apertura al nucleare e il mantenimento del ruolo del gas naturale sono il tentativo di rispondere alla doppia dipendenza: fossile dagli Stati Uniti e tecnologica dalla Cina. Ma non sarà sufficiente. Per l'Unione europea, infatti, la vera sfida non è solo "più rinnovabili", ma la riconquista di uno spazio industriale lungo la filiera energetica del futuro, fatta di moduli, batterie, inverter, reti intelligenti e materiali critici. L'Italia, con il suo cronico ritardo autorizzativo e una filiera industriale fragile ma ancora viva – dal fotovoltaico avanzato alle pompe di calore, fino alla componentistica elettrica – è un esempio perfetto di questo fenomeno. Rischiamo, infatti, di diventare un grande mercato per tecnologie importate o, al contrario, un laboratorio mediterraneo di autonomia energetica se sapremo accelerare sul permitting, rafforzare la ricerca e l'industria e, soprattutto, usare in modo selettivo le alleanze sia con Washington sia con Pechino.

Per quanto riguarda il clima, in tale contesto il rischio più serio, a questo punto, è che diventi la facciata nobile di una rivalità in cui i grandi usano la transizione come strumento di "guerra fredda" economica. Una governance climatica non cooperativa, appesa a equilibri tattici fra Stati Uniti e Cina, sposta sempre più in là nel tempo la soglia di sicurezza dei 1,5-2 gradi. Per l'Europa e per il Sud del mondo, la vera scelta non è tra fossili e rinnovabili, ma tra rassegnarsi a nuovi imperi energetici – magari anche in versione green – o costruire una sovranità energetica che non sia una semplice derivata delle strategie altrui.