Con il freno tirato
Milano, 17 febbraio 2026 - 08:53

Con il freno tirato

(Sergio Ferraris*)

L'Italia di fronte alla corsa delle rinnovabili non solo ha tirato il freno a mano, ma ha lo sguardo fisso allo specchio retrovisore.

Rinnovabili: l'Italia tira il freno a mano, anziché premere sull'acceleratore. Questo è il bilancio del 2025 per le rinnovabili in Italia, che hanno smesso di correre proprio mentre avremmo avuto bisogno di accelerare. L'anno passato vede infatti un “segno meno”, fotografato con chiarezza dai dati di Terna, dall'Osservatorio FER di ANIE e dai rapporti di Legambiente e Kyoto Club. Risultato: più obiettivi dichiarati, meno impianti autorizzati e connessi. Un classico paradosso all'italiana.

 

Frenata in corso

Nel primo quadrimestre del 2025 la nuova capacità rinnovabile è cresciuta di 2.084 MW, il 12% in meno rispetto allo stesso periodo del 2024, segnalando già a inizio anno una frenata della transizione. Nel secondo trimestre il colpo di freno è diventato evidente: l'Osservatorio FER di ANIE registra un calo del 29% della nuova potenza installata rispetto al 2024, sulla base dei dati di connessione Terna. Nel complesso dell'anno Terna stima 7.191 MW di nuova potenza rinnovabile, in diminuzione del 3,9%, con un rallentamento sia del fotovoltaico, che si ferma a 6.437 MW (-5,3%), sia dell'eolico, con 608 MW (-11,2%). Parallelamente la produzione da FER cala del 2,3%, fermandosi a 130,9 TWh, dopo due anni di crescita, mentre aumenta del 4,6% la generazione termoelettrica fossile. È un'inversione di tendenza che pesa sia sul percorso PNIEC 2030 sia sulla credibilità delle politiche climatiche italiane. Al Forum QualEnergia 2025 Legambiente e Kyoto Club hanno parlato del 2025 come “anno dal segno meno per le rinnovabili”. Il rapporto Regioni e aree idonee di Legambiente ha calcolato che, per rispettare l'obiettivo di oltre 80 GW al 2030, fissato dal decreto sulle aree idonee, nel prossimo quinquennio l'Italia dovrebbe installare almeno 11,5 GW l'anno, a fronte dei poco più di 7 GW del 2025. Del resto, nelle audizioni in Senato ANIE, Elettricità Futura, Italia Solare, Kyoto Club e AIGET hanno stimato un fabbisogno strutturale di 10 GW annui di nuova capacità rinnovabile e 122 GW di accumuli al 2030, evidenziando che oggi mancano all'appello circa 72 GW di storage. Hanno ricordato un dato squisitamente politico che non si può ignorare: nel 2025 le rinnovabili in Italia coprono poco più del 40% del mix elettrico nazionale, contro il 60% della Germania e il 56% della Spagna.

Fotovoltaico e CER inceppati

Il fotovoltaico resta il segmento più dinamico, ma anche qui nel 2025 si è visto un cambio di fase. La nuova potenza FV installata cresce ancora, ma meno di prima, e soprattutto cambia la geografia del mercato. La crescita, infatti, si è concentrata sui grandi impianti utility scale, mentre il fotovoltaico residenziale crolla di oltre il 30% e quello commerciale-industriale cala del 25%. Le Comunità Energetiche Rinnovabili sono al palo. Su 5 GW incentivabili da realizzare entro il 2027, in cinque anni sono stati installati appena 115 MW. Nelle audizioni parlamentari le associazioni hanno spesso detto che si è in una fase di crisi dell'autoproduzione, attribuendo il calo soprattutto alla fine di strumenti semplici come lo sconto in fattura, a iter autorizzativi farraginosi e alle continue incertezze legislative.

Problemi politici

Le cause della frenata non stanno nella mancanza di tecnologia o di capitale, ma nella qualità, o meglio nella fragilità, delle decisioni politiche. Gli osservatori del settore insistono su tre nodi: la complessità dei procedimenti per autorizzare nuovi impianti e le connessioni alla rete; la volatilità del quadro regolatorio e fiscale; la mancata coerenza tra gli obiettivi annunciati e gli strumenti messi sul serio a disposizione. Il paradosso è che, mentre Terna certifica la necessità di 11,5 GW annui di nuove rinnovabili per rispettare il target 2030, il sistema normativo continua a produrre colli di bottiglia e ostacoli che rendono più facile bocciare un impianto che avallare un progetto coerente con le aree idonee. Lo insegna l'esperienza della Sardegna.

A tutto ciò si aggiungono segnali simbolici, come la scelta di destinare nuove risorse e attenzione alla prospettiva nucleare, ignorando sia i tempi lunghi sia i finanziamenti ingenti richiesti dall'atomo, prima ancora di aver sbloccato il potenziale di solare, eolico e accumuli già oggi competitivi sul mercato. Per non parlare, a livello di Governo, del perdurare del sostegno alle fonti fossili. Gas naturale in primis. La frenata delle rinnovabili nel 2025, quindi, non è un incidente statistico, ma uno stress test ampiamente fallito del sistema italiano di governance della transizione. I numeri mostrano con nettezza che gli annunci non bastano. Il fatto è che siamo senza una strategia credibile su autorizzazioni, accumuli, rete e strumenti per l'autoproduzione, e così gli obiettivi 2030 restano un esercizio retorico. L'Italia arriva al 2026 con un paradosso evidente: più che di nuove tecnologie, abbiamo bisogno di eliminare vecchi ostacoli amministrativi, dare stabilità alle regole e trattare le rinnovabili come un'infrastruttura strategica per lo sviluppo del Paese. In questo senso, il 2025 rappresenta un messaggio molto chiaro: la transizione energetica non rallenta da sola; è lo Stato, e tutti gli enti “interessati” che, scegliendo cosa semplificare e cosa complicare, decidono chi deve frenare (le rinnovabili) e chi può correre (nucleare e fossili). E in questo senso si può tranquillamente dire che, oltre ad avere tirato il freno a mano in corsa, chi è alla guida del Paese guarda costantemente nello specchietto retrovisore.