Milano, 16 marzo 2026 - 11:44

Lezione spagnola

(Sergio Ferraris*)

Se avessimo scelto con decisione le rinnovabili oggi saremmo meno soggetti all'instabilità energetica

Che lo Stretto di Hormuz si potesse di nuovo chiudere era solo una questione di tempo, ma questa volta l'Italia rischia di pagare il conto salato di una scelta rinviata per decenni: emanciparsi sul serio dal gas naturale e dal petrolio. Nel collo di bottiglia tra Iran e Oman, da cui passa circa un quinto del consumo mondiale di petrolio e una quota analoga di gas liquefatto, si incrociano petroliere e gasiere ferme e attaccate, mine, tensioni militari e il nostro ormai "storico" ritardo sulle rinnovabili.

 

Per capire cosa sta succedendo bisogna partire esattamente da lì, da Hormuz, quello stretto che il mondo scopre "decisivo" solo quando si blocca. Attraverso quel corridoio marittimo transita ogni giorno una parte fondamentale del greggio globale e circa il 20% del GNL mondiale, compreso quello del Qatar che alimenta i rigassificatori europei incrementati per fare fronte alla riduzione del gas naturale importato dalla Russia. Ora, con il blocco deciso da Teheran nel pieno della guerra con gli Stati Uniti e Israele, le petroliere fanno la fila e gli analisti descrivono lo scenario come la crisi più grave dal 1973. Il risultato è stato immediato: il Brent dopo pochi giorni ha corso verso quota 100 dollari al barile, il prezzo del gas TTF è risalito sopra i 50-55 €/MWh e i listini di benzina e gasolio si sono aggiornati al rialzo, stabile, fino a 30-40 centesimi in più al litro.

 

Bollette a rischio

Per l'Italia, però, il vero nervo scoperto non è solo il pieno in autostrada. È la bolletta. Il nostro sistema elettrico si regge ancora in misura massiccia sul gas naturale, che nel 2024 ha generato il 44% dell'elettricità nazionale, quasi tre volte la media dell'Unione europea, ferma al 16%. In altre parole, per far funzionare case, fabbriche e uffici bruciamo gas molto più dei nostri vicini, e quel gas arriva sempre più spesso sotto forma di GNL che passa proprio in gran parte da Hormuz oppure dagli Stati Uniti, a caro prezzo, "dono" dell'alleato Donald Trump.

I numeri danno la misura della vulnerabilità. Il primo giorno di guerra. Il 28 febbraio 2026 il PUN era a quota 107,03 euro a MWh, il 6 marzo era a 140,59 euro a MWh e il 9 marzo era a 156,18 euro a MWh e oggi, 16 marzo, è a 143,31 MWh. E con l'attuale shock su petrolio e gas, diverse stime parlano di aumenti potenziali delle bollette di luce e gas tra il 30% e il 45% rispetto ai livelli medi recenti. Per una famiglia tipo con 2.700 kWh di elettricità e 1.400 metri cubi di gas all'anno, significa passare da una spesa complessiva tra 800 e 1.200 euro a un conto che può arrivare a 1.750 euro.

Questa è la fotografia della nostra fragilità energetica. Ma l'immagine diventa più nitida e impietosa se affianchiamo all'istantanea dell'Italia quella della Spagna. 

Già nel 2023 Madrid ha superato per la prima volta il 50% di produzione elettrica da fonti rinnovabili, e nel 2024 la traiettoria è proseguita, con le rinnovabili che hanno generato il 56% dell'elettricità spagnola. L'Italia sotto questo profilo è oggettivamente indietro. Nel 2024 le fonti rinnovabili hanno prodotto il 41% dell'elettricità nazionale. Sul fronte della capacità installata nel 2024 abbiamo accelerato, con oltre 7.400 MW di nuova potenza rinnovabile, soprattutto fotovoltaica, ma partendo da ritardi accumulati per anni. A rendere il quadro ancora più paradossale è quanto emerge dal report "Scacco matto alle rinnovabili 2026" di Legambiente, presentato a Key Energy di Rimini, nel quale si evidenzia che nel 2025 in Italia è rallentata la crescita sia della potenza installata (-3,9%) sia dell'elettricità prodotta da fonti pulite (-2,3%), e il 2026 è iniziato peggio, con le nuove installazioni di gennaio in calo del 31% rispetto allo stesso mese dell'anno precedente. Secondo Legambiente, nel 2025 sono stati installati 7,2 GW di nuovi impianti rinnovabili, ma per centrare gli obiettivi 2030 occorrerebbe viaggiare a oltre 11 GW l'anno: invece, oltre due terzi dei 1.781 progetti oggi in iter risultano bloccati, e le nuove richieste di Via nel 2025 sono crollate del 75% rispetto al 2024.

 

Tradotto: se avessimo fatto la stessa scelta, con la stessa determinazione, della Spagna, oggi la chiusura di Hormuz sarebbe per l'Italia una notizia importante, ma non una minaccia sistemica. Immaginiamo, con prudenza, uno scenario "alla spagnola": un'Italia dove le rinnovabili coprono non il 41%, ma almeno il 55-60% dei consumi elettrici, e dove il gas non genera il 44% dell'elettricità, ma si ferma molto più vicino alla media europea. In un sistema così, la quota della bolletta elettrica legata al prezzo del GNL sarebbe sensibilmente più bassa, e ogni ondata di rialzi sul mercato del gas si tradurrebbe in un impatto ridotto, non in un rimbalzo immediato – e spesso amplificato – sulle famiglie e sulle imprese. Se oggi quasi metà della nostra elettricità dipende dal gas, uno shock prolungato su Hormuz, come sembra profilarsi visto che la "guerra lampo" voluta da Trump e Netanyahu entra nella terza settimana di conflitto, potrebbe spingere verso l'alto, secondo alcune simulazioni, le bollette della luce fino al 30% e quelle del gas fino al 37%.

Il paragone con Madrid non è solo tecnico, ma anche e soprattutto politico. La Spagna ha costruito il suo "scudo energetico" attraverso un piano coerente, il Plan Nacional Integrado de Energía y Clima 2021-2030, che ha fissato obiettivi chiari su nuovi MW installati, accumuli, efficienza e reti. L'Italia, al contrario, procede a strappi: lunghi periodi di stasi autorizzativa, incentivi stop-and-go, opposizioni locali e ritardi sulle connessioni. Il risultato è un sistema ancora troppo dipendente dal gas, un combustibile che ormai dopo la tensione dovuta all'invasione dell'Ucraina, ai ricatti di Donald Trump e a Hormuz non è strutturalmente stabile sul fronte geopolitico, ma non solo.

La lezione che arriva ora dallo Stretto di Hormuz, infatti, non riguarda solo la geopolitica o i mercati finanziari. Riguarda la democrazia energetica. Un Paese che affida metà della propria elettricità a un combustibile importato anche via mare da aree instabili mette la stabilità sociale nelle mani di chi controlla quei passaggi. Un Paese che investe in eolico, fotovoltaico, accumuli e reti robuste riduce quella dipendenza e restituisce ai cittadini una parte del controllo sulla propria bolletta.

 

Perché ciò accada, però, va ripensato anche il modo in cui si forma il prezzo dell'energia. Oggi il mercato all'ingrosso segue ancora il meccanismo del prezzo marginale. Ossia con l'ultima centrale, quasi sempre a gas, fissa il prezzo per tutti, trascinando in alto anche l'energia rinnovabile a basso costo ogni volta che il TTF si impenna. Una riforma coerente dovrebbe spostare progressivamente il baricentro su contratti di lungo periodo per le rinnovabili che offrano prezzi stabili per lunghi periodi a famiglie e imprese, lasciando al mercato spot solo una quota minoritaria e più flessibile del sistema. In questo modo, un'Italia più simile alla Spagna nel mix energetico potrebbe finalmente trasformare Sole, biomasse e vento in un vero e proprio "scudo" contro le crisi geopolitiche e climatiche. Tradotto: meno bollette appese agli umori di Hormuz o della Presidenza degli Stati Uniti, più sicurezza economica e sociale costruita in casa. Sovranismo energetico che non è nelle corde di un Governo, come quello italiano, che a parole si dice sovranista.