Carbone per l'Italia
Il carbone, la più inquinante delle fonti fossili, è ancora protagonista, a caro prezzo, della scena energetica italiana, nonostante produca poco.
Lo chiamano “decreto bollette”, ma sarebbe meglio chiamarlo “decreto carbone”. Già, perché il suddetto decreto, sul quale è stata posta la fiducia affinché nulla sfugga, non si limita a ritoccare le fatture di luce e gas, ma fissa il calendario politico della transizione italiana e, in silenzio, riscrive il destino del carbone. Nel cuore di un provvedimento presentato come uno scudo contro il caro-energia, infatti, il Governo inserisce una norma che sposta al 31 dicembre 2038 la chiusura delle centrali a carbone, sostituendo il 2025, già passato, che era diventato il simbolo dell'uscita rapida dai combustibili più inquinanti. Non è un dettaglio tecnico, ma una chiara scelta di campo. Con questo provvedimento, infatti, l'Italia chiede altri dodici anni di deroga sull'inquinante carbone proprio quando sarebbe il caso d'accelerare su rinnovabili e mitigazione. Chiaro quindi che si tratti nella realtà anche di un “decreto salva-carbone”. Ed è chiara nell'analisi Maria Grazia Midulla, responsabile clima ed energia del Wwf Italia, che parla di «un decreto che usa il pretesto delle bollette per riportare il carbone al centro del sistema, scaricando sui cittadini i costi di una scelta miope e contraria agli impegni climatici italiani ed europei».
Sicurezza d'emissione
L'argomento ufficiale è la sicurezza energetica, la “adeguatezza” del sistema elettrico, soprattutto nei sistemi insulari e nelle aree dove le reti non “reggono ancora l'urto di rinnovabili e nuovi consumi”. Ma la forma che questa scelta assume è quella che giustifica il carbone come parte strutturale della strategia italiana fino alla fine degli anni Trenta del nuovo millennio. Secondo Legambiente, il rinvio al 2038 dell'uscita dal carbone è un arretramento clamoroso che contraddice gli impegni climatici assunti dall'Italia in sede europea. L'associazione, inoltre, denuncia che il decreto bollette, invece di ridurre la dipendenza dai fossili, consolida il ruolo di carbone e gas, rallentando la transizione e penalizzando lo sviluppo delle rinnovabili, che nel 2025 hanno avuto un rallentamento della crescita.
Carbone in riserva
Il risultato è che, tra la manutenzione e il fatto di porre in “riserva” i quattro impianti residui a carbone che abbiano in Italia, il tutto costerà, secondo stime e valutazioni di esperti d'energia e associazioni ambientaliste, circa 100 milioni di euro l'anno, per un totale di 1,2 miliardi che saranno spalmati sulle bollette dei cittadini. Con un paradosso politico evidente. Lo stesso decreto che promette di alleggerire le bollette delle famiglie più fragili, infatti, introduce un contributo straordinario e colpisce i margini delle grandi dell'energia con un aumento dell'IRAP e protegge al tempo stesso una piccola minoranza di impianti fossili, trasformandoli in “riserva strategica”, a carico della collettività. I costi, oltre tutto ciò, non compaiono in un capitolo esplicito dei dispositivi come “compensazioni” alle centrali a carbone, cosa che li disegnerebbe troppo simili a “incentivi”, ma sono stati ammessi dallo stesso ministro dell'Ambiente e della Sicurezza Energetica Pichetto Fratin, che in un intervento del gennaio 2026 ha spiegato che, con un prezzo delle quote ETS intorno a 90‑95 euro a tonnellata – in realtà oggi 30 marzo 2026 sono a 70 euro a tonnellata – «il costo operativo per produrre un MWh di elettricità con il carbone è decisamente insostenibile e sarà necessario pensare a un sistema di compensazione o supporto per i gestori». Il tutto per uno scenario, quello del carbone, che a prima vista appare residuale, visto che le quattro centrali a carbone italiane – Brindisi, Civitavecchia, Sulcis e Fiumesanto – hanno fornito nel 2025 8-10 TWh, meno del 3% dell'elettricità consumata nel 2025, contro un fabbisogno di oltre 311 TWh. Con un capacity factor ridicolo. E se anche da ciò parte l'attacco che l'Italia sta facendo in sede europea al sistema ETS, ci si rende conto di come questa politica sia tutta “ideologica”.
Cambio di traiettoria
C'è poi un nodo democratico di fondo che ha due aspetti. Da un lato questa è una decisione che cambia la traiettoria energetica del Paese, mantenendo l'intera filiera fossile a partire dal carbone, schermandosi dietro un decreto “urgente” venduto all'opinione pubblica come intervento sulle bollette, cosa che andrebbe fatta in una sede dedicata nella quale si affrontino le prospettive di medio-lungo periodo alla luce di un piano industriale e politico, e non con un decreto blindato dietro alla fiducia, cosa che non consente uno straccio di dibattito parlamentare. L'impressione è che si voglia “allungare la vita” del sistema fossile per poi passare, magari ancora una volta attraverso il decreto “urgente”, al nucleare. Lasciando al palo le rinnovabili.
Box: Il carbone in Italia
Ecco le centrali a carbone ancora “attive” in Italia:
• Brindisi Sud (Brindisi, Puglia) – grande centrale termoelettrica a carbone, 2.640 MWe, capacity factor 2025 quasi a zero, sulla costa adriatica, di proprietà Enel;
• Torrevaldaliga Nord (Civitavecchia, Lazio) – impianto a carbone, 1.980 MWe, capacity factor 2025 quasi a zero, di Enel, affacciato sul Tirreno, al centro del braccio di ferro con il territorio sulla conversione;
• Sulcis/Portoscuso (provincia di Carbonia Iglesias, Sardegna) – centrale a carbone, 600 MWe, capacity factor 2025 tra il 20 e il 30%, nel polo industriale del Sulcis, di proprietà Enel, ritenuta “critica” per la sicurezza del sistema isolano;
• Fiumesanto (area di Sassari/Porto Torres, Sardegna) – centrale a carbone, 600 MWe, capacity factor 2025 tra il 20 e il 30%, nel nord dell'isola, gestita dal gruppo EP Produzione.