Milano, 14 aprile 2026 - 10:27

Italia: la transizione che non vuole partire

(Sergio Ferraris*)

In Italia su energia e clima si è deciso di non decidere. Una “decisione” che porterà il Paese al declino

Esiste un dato, pubblicato di recente, che più di altri documenta con precisione l’immobilismo italiano in materia di transizione energetica. Si tratta dell’indice ISPRED di ENEA, che ha raggiunto l’ennesimo minimo storico. E non si tratta di una semplice frenata: è il certificato tangibile di una transizione energetica che nel nostro Paese continua a essere evocata a parole e tradita nei fatti. Mentre il mondo delle rinnovabili, dell’efficienza energetica e della mobilità sostenibile corre accelerando, l’Italia resta letteralmente impantanata in una miscela nazionale, si potrebbe dire sovranista, fatta di rinvii, di piccoli passi, retromarce e grandi autoassoluzioni.

Il punto è che non siamo davanti a un inciampo congiunturale. Siamo davanti a una incapacità strutturale di trasformare obiettivi in politiche, e le politiche nei risultati. Se per centrare il target 2030 bisognerebbe tagliare le emissioni del 6% all’anno per cinque anni di fila, e noi siamo ancora qui a inseguire la traiettoria, allora il problema non è l’emergenza climatica, ma la credibilità del Paese. I dati dell’indice ISPRED di ENEA sono chiari. Nel 2025 l’Italia non arretra soltanto: scivola nella transizione energetica. Mentre il resto d’Europa resta fermo, i consumi energetici stagnano, l’indice ISPRED ENEA precipita del 30%, toccando un minimo storico. Tradotto: la decarbonizzazione italiana è fuori traiettoria. Consumi primari invariati, rinnovabili ancora sotto il 25% atteso dal PNIEC, petrolio sopra le attese più 20%, gas in aumento del 2% e trasporti ancora inchiodati al 10% di copertura a basse emissioni contro l’obiettivo che è il 15%. E il prezzo dell’elettricità italiana resta stabilmente a 116 €/MWh, contro 90 in Germania e 65 in Spagna. In questo quadro già fragile, il rischio geopolitico di un blocco dello Stretto di Hormuz, da cui passa oltre il 20% del petrolio mondiale, aggiunge una vulnerabilità sistemica che potrebbe trasformarsi in uno shock energetico storico, e l’Italia è la più esposta, con extracosti energetici sopra 1 miliardo di euro al mese già a marzo.

 

Retorica verde e realtà fossile

L’Italia continua a raccontarsi come un Paese che vuole decarbonizzare, ma i numeri smontano la narrativa. I consumi di petrolio restano fuori rotta, le rinnovabili avanzano troppo lentamente e nei trasporti la quota green è, ancora, molto lontana dagli obiettivi. Per anni abbiamo celebrato piccoli successi normativi, annunciato piani, strategie, semplificazioni, accelerazioni. Poi però, quando si tratta di autorizzazioni, infrastrutture, rete, accumuli, flotte, rinnovo del parco circolante e politiche industriali, tutto si arena. La transizione è diventata una parola magica usata per coprire l’assenza di scelte.

 

Trasporti rimossi

La parte più grave della storia riguarda i trasporti. È lì che si decide una fetta importante della transizione energetica, ed è lì che l’Italia continua a mostrarsi più vulnerabile. Non solo perché le emissioni calano troppo poco, ma perché il sistema sembra ancora costruito per difendere a spada tratta il vecchio ordine, fatto di carburanti, motori termici, rendite esistenti e filiere lente a convertirsi.

 

Politica senza direzione

La domanda è semplice. Chi sta guidando la transizione energetica italiana? Dai numeri emerge un Paese che rincorre i target anziché governarli, che osserva i trend anziché indirizzarli, che corregge i sintomi senza curare le cause. E quando la strategia industriale si riduce a commentare il mercato, magari adottante per mancanza di coraggio misure tampone quali il Decreto bollette, invece di orientarlo, significa che la politica o ha già rinunciato al proprio ruolo, oppure non è in grado nemmeno di comprendere ciò che sta accadendo.

 

Declino competitivo

Il vero problema, però, non è solo ambientale e climatico, ma anche e soprattutto economico e industriale. Un Paese che arriva in ritardo sulle tecnologie low carbon non perde soltanto emissioni da tagliare, ma perde competenze, mercati, catene del valore e capacità di futuro. Ciò che emerge dall’osservatorio di ENEA è brutale. La transizione italiana non è in ritardo per mancanza di diagnosi, è in ritardo per mancanza di decisioni. I dati ci sono, le criticità pure, gli obiettivi altrettanto. Quello che manca è la volontà di trattare la transizione energetica come una priorità nazionale, e non come un capitolo accessorio che, oltretutto, mal si sopporta. L’Italia potrebbe recuperare, ma non con la politica dell’attesa. Serve rompere l’inerzia e bisogna farlo ora. Perché la transizione energetica va avanti e non aspetta i nostri compromessi politici ed economici. Semplicemente li supera. E così il Paese viene scavalcato ed è destinato al declino.