Il costo del non scegliere
Deficit al 3,1%, debito in crescita, competitività ferma: l’Italia paga anni di rinvii, soprattutto sull’energia
Deficit al 3,1%. Non è una deviazione tecnica: è la fotografia di un Paese che ha smesso di decidere. Eurostat ha certificato i conti pubblici ancora fragili, l’OCSE vede una crescita quasi ferma e la politica continua a comportarsi come se bastasse galleggiare per evitare il declino. Ma galleggiare, per un’economia come quella italiana, significa solo una cosa: affondare più lentamente. Il problema, però, non è soltanto di bilancio. È industriale, energetico e strutturale. Da anni la politica italiana confonde la gestione dell’emergenza con una strategia di sviluppo. Si annunciano svolte, si evocano piani, si invocano prudenza e realismo. Poi, al momento di decidere, ciò che prevale è il rinvio. E il punto decisivo di questo quadro è l’energia. L’Italia continua a dipendere dai combustibili fossili importati, e questa dipendenza si traduce in costi più alti, più volatilità e meno competitività. Non è un dettaglio tecnico: significa bollette più pesanti, imprese meno forti, salari reali più compressi e margini più stretti per investire sul futuro.
Nucleare inconsistente
Se non si investe sul serio, e non solo a parole, nelle produzioni green, nelle rinnovabili, nelle reti e nell’efficienza, il destino è già scritto: stagnazione. Un Paese che paga l’energia più cara, che resta esposto alle bizze del gas naturale e che rinvia la modernizzazione del proprio sistema produttivo non può sperare di recuperare produttività, attrarre investimenti o ridurre seriamente il debito. La transizione energetica, in questa fase, non è un lusso ambientale, ma è la condizione minima per tornare a crescere.
Il confronto con la Spagna è eloquente. L’OCSE vede Madrid crescere nel 2026 attorno al 2,2%, contro lo 0,4% italiano. Sul fronte elettrico, la Spagna ha superato il 56% di rinnovabili nel mix, mentre l’Italia resta al 41%; è anche per questo che Madrid ha ridotto molto più di noi il peso del gas sui prezzi dell’energia. E non ci si faccia confondere, come vorrebbero i pro-atomo nostrani, dal 20,3 di nucleare. Le cinque centrali nucleari, con sette reattori oggi in esercizio, saranno chiuse tra il 2027 e il 2035, anno nel quale è prevista l’uscita completa del paese iberico dall’atomo perché considera più efficienti, più economiche e più coerenti con il futuro del sistema elettrico le rinnovabili, mentre il peso dei costi di gestione, smantellamento e scorie rende sempre meno conveniente prolungare la vita degli impianti. In altre parole, la Spagna sta trasformando la transizione energetica in crescita, mentre l’Italia continua a trattarla come una pratica da sbloccare a metà. Il divario non è solo ambientale, ma economico, visto che chi investe nella transizione abbassa i costi e rafforza il Pil; chi invece la rinvia resta esposto agli shock e si condanna alla bassa crescita.
Politica insufficiente
In teoria, la risposta dovrebbe essere ovvia, ossia accelerare sulle rinnovabili, sbloccare gli investimenti, rafforzare le reti, puntare seriamente sull’efficienza energetica, ma, passando alla pratica, il Paese continua a rallentare. E in questo vuoto si tenta di inserire il nucleare, propagandato come una soluzione futura ma, allo stato attuale, usato come alibi per fossilizzare, politicamente, le fonti fossili. Il richiamo all’atomo, qui da noi, in realtà serve a rinviare scelte obbligate sulle rinnovabili che è necessario fare subito. Quindi anche l’atomo non è una strategia, ma è l’ennesimo freno a innovazione e competitività. E qui si vede tutta l’inconsistenza del Governo. Giorgia Meloni, presidente del Consiglio, prova a far passare il deficit al 3,1% come colpa del Superbonus, mentre Giancarlo Giorgetti, ministro dell’Economia e delle Finanze, risponde invocando rigore e flessibilità per coprire l’assenza di una linea economica coerente, specialmente in materia d’energia. Non che dall’opposizione arrivi qualcosa di meglio. Se il Governo rinvia, l’opposizione non incalza. Giuseppe Conte, presidente del Movimento 5 Stelle, continua a concentrare il discorso su IVA, oneri di sistema e prezzi equi, mentre Elly Schlein, segretaria del Partito Democratico, parla di disaccoppiamento tra elettricità e gas naturale. Ma il punto è esattamente questo. Anche quando criticano Palazzo Chigi, entrambi restano più vicini alla manutenzione dell’emergenza che a una vera piattaforma strategica di politica industriale ed energetica. Ed è questa la vera condanna Paese. Un Governo che non sceglie e un’opposizione che non lo costringe a scegliere. Da una parte si scaricano le colpe sul passato, dall’altra si mettono sul tavolo correttivi parziali. In mezzo resta il nodo centrale, ossia come abbassare in modo strutturale il costo dell’energia, come ridare competitività all’industria, come far crescere l’economia.
PNRR in esaurimento
E il quadro rischia di peggiorare ancora. Finora una parte della domanda e degli investimenti è stata sostenuta anche dal PNRR; tuttavia, la scadenza formale del Piano è fissata al 30 giugno 2026, e resta aperta l’incognita su che cosa accadrà ai progetti non completati e, soprattutto, su come verrà colmato il vuoto alla fine di questa spinta. Openpolis segnala che sono 60 le misure e le sottomisure con scadenza perentoria al 30 giugno 2026 e che riguardano oltre 45 mila progetti per circa 96,4 miliardi di valore complessivo, mentre si stima che la spesa per PNRR abbia pesato fino all’1,5-2% del Pil annuo nelle fasi di maggiore intensità. Senza una strategia industriale ed energetica vera, l’Italia rischia di entrare nella fase post-PNRR con la stessa fragilità di oggi, ma con meno sostegni e meno investimenti. Ma soprattutto con meno alibi.