Le due velocità dell'Italia
Il Rapporto Circonomia mostra un Paese ancora forte su riciclo, materie seconde e uso efficiente delle risorse, ma in arretramento su rinnovabili, efficienza energetica ed edifici.
Nel nuovo Rapporto Circonomia, troviamo prima di tutto un dato politico, prima ancora che ambientale, ossia che l'Italia continua a essere un Paese forte nell'economia circolare, ma sta perdendo terreno nella decarbonizzazione. Si tratta di una frattura che non può essere liquidata come un mero dettaglio tecnico, ma è, invece, il punto critico della transizione ecologica italiana. Il rapporto, curato da Duccio Bianchi, crea un'istantanea di un'Europa che procede lenta e di un'Italia che arretra. Il nostro Paese fino a due anni fa era sul podio dell'indice di circolarità e decarbonizzazione, mentre oggi è sceso. Quarto posto, dietro Danimarca, Olanda e Austria. Tuttavia la questione non è la posizione in classifica, ma la direzione. Dal 2022 l'Italia registra progressi inferiori alla media europea e a quelli degli altri Paesi leader della transizione ecologica, pur mantenendo buone prestazioni negli indicatori di riciclo e circolarità. I miglioramenti italiani sono stati tra i più bassi in Europa.
Circolarità che non basta
Economia circolare e decarbonizzazione, infatti, non sono due capitoli separati, anche se troppo spesso sono affrontati, anche da tecnici e ambientalisti, come due mondi diversi che non comunicano, ma sono in realtà due pezzi dello stesso processo. Ridurre l'uso di materia vergine, aumentare il ricorso a materie seconde, progettare prodotti più durevoli, recuperare materiali e ridurre i rifiuti significa anche tagliare l'energia incorporata, le emissioni industriali, la dipendenza da importazioni e la vulnerabilità delle filiere. E ciò vale per acciaio, alluminio, carta, plastica, materiali da costruzione, apparecchiature elettriche, componentistica energetica. Ogni tonnellata di materia prima evitata riduce estrazioni, trasporti, lavorazioni, consumi energetici e impatti climatici. La circolarità, quindi, è una leva industriale della decarbonizzazione.
Il rapporto conferma che su questo terreno l'Italia conserva, per ora, risultati rilevanti. Il Paese ha il secondo più basso consumo interno pro capite di materia in Europa, il tasso di riciclo sul totale dei rifiuti è al 93% nel 2024, contro una media europea del 61%, mentre il riciclo dei rifiuti urbani è al 52,3%, contro il 48,1% della media UE. Anche il tasso di circolarità della materia è elevato: 21,6% nel 2024, terzo miglior valore europeo dopo Olanda e Belgio, contro una media UE del 12,2%. Il punto è che questi dati raccontano una forza reale, ma anche un limite. La circolarità italiana, infatti, nasce da una lunga storia manifatturiera, da costi energetici elevati, da una cultura industriale dell'efficienza e da filiere che hanno imparato a usare materie seconde per necessità, prima ancora che per scelta ambientale. È un patrimonio importante. Ma oggi non è più sufficiente.
Il vantaggio industriale delle materie seconde
Il rapporto evidenzia un aspetto che merita attenzione sia politica, sia industriale, ossia il fatto che l'Italia è sempre più una manifattura basata sulle materie seconde. La quota di materie seconde negli input produttivi è pari al 90% nell'acciaio, contro una media europea del 31%; al 78% nell'alluminio, contro il 32%; al 66% nella carta, contro il 59%; al 23% nella plastica, contro il 15%. Si tratta di un asset strategico. In una fase in cui l'Europa discute di sicurezza delle materie prime, filiere industriali, dipendenza dall'estero e competitività, l'Italia possiede già un pezzo importante della risposta. Ma questo vantaggio rischia di rimanere confinato in una specializzazione difensiva se non viene collegato a una politica energetica coerente. Un sistema industriale che ricicla molto, ma continua a dipendere dalle fonti fossili, resta esposto a prezzi instabili, crisi geopolitiche, emissioni massicce e perdita di competitività. La materia seconda riduce l'intensità materiale dei processi, ma se l'energia che muove quei processi resta quella fossile la decarbonizzazione si ferma e con essa anche la competitività produttiva.
Il bicchiere pieno che perde
Il rapporto usa un'immagine efficace: non un bicchiere mezzo pieno e mezzo vuoto, ma un bicchiere pieno che sta perdendo, quello della circolarità, accanto a un bicchiere semivuoto, quello della transizione energetica. È qui che si vede netto l'arretramento. E anche negli indicatori di circolarità compaiono segnali critici. Il consumo interno pro capite di materia è sceso solo dello 0,6% tra 2023 e 2024, contro il meno 1,3% della media UE; nel periodo 2019-2024 la riduzione italiana è stata dell'1,4%, contro il meno 7,2% europeo. La produzione totale di rifiuti, relativamente bassa in valore assoluto, è cresciuta del 2,6% nell'ultimo anno, mentre in Europa è diminuita dello 0,4%. Negli ultimi cinque anni la produzione pro capite di rifiuti in Italia è aumentata del 15%, mentre nell'UE è diminuita del 3%. Sono numeri che indicano il fatto che l'Italia resta forte nel trattamento a valle, ma fatica nella prevenzione a monte. Ricicla molto, ma non riduce abbastanza il flusso di materia e di rifiuti. In termini di transizione ecologica, questo significa che il Paese continua a essere bravo a gestire gli scarti, ma meno efficace nel cambiare il modello produttivo e di consumo che quegli scarti genera.
Arretramento energetico
Il nodo più grave riguarda la conversione energetica. Qui l'Italia non è solo lenta: sta perdendo contatto con la media europea. Tra il 2019 e il 2024, i consumi energetici pro capite italiani sono diminuiti del 9%, contro il meno 12% della media UE. Anche l'intensità energetica si è ridotta meno della riduzione media europea. Il settore residenziale è uno dei punti più deboli. I consumi energetici degli edifici, depurati dalle differenze climatiche, collocano l'Italia in fondo alla classifica europea, appena sopra la Croazia. Anche i consumi per riscaldamento al metro quadrato sono tra i più elevati d'Europa. Peggio dell'Italia fanno solo Ungheria, Romania e Croazia. Questo dato dovrebbe entrare con forza nel dibattito pubblico sulla direttiva europea case green, sugli incentivi edilizi e sulla riqualificazione del patrimonio immobiliare. Non basta discutere di costi, obblighi e scadenze. Bisogna partire dal fatto che l'Italia ha un parco edilizio energivoro, vulnerabile, spesso inefficiente e costoso da gestire. La decarbonizzazione degli edifici non è un lusso normativo europeo, ma è una condizione per ridurre consumi, bollette, importazioni fossili e povertà energetica. Ma forse a qualcuno va bene spremere energeticamente i cittadini, visto che su questo fronte il Governo ha eliminato, con la scusa del Superbonus, tutte le agevolazioni per l'efficienza energetica, compresa quella del 65%, che ha dato ottimi risultati per oltre un decennio.
Rinnovabili lente
Il rapporto è netto anche sulle fonti rinnovabili. Tra il 2019 e il 2024, la quota di rinnovabili sui consumi energetici finali è aumentata in Italia del 7%, mentre nella UE è cresciuta del 27%. Germania, Francia e Spagna hanno fatto molto meglio: rispettivamente più 30%, più 35% e più 42%. In valore assoluto, la quota italiana è al 19%, contro il 25% della media UE. Il dato sulle rinnovabili elettriche va letto con attenzione. Nel 2025 la quota italiana risulta vicina alla media europea, 47,7% contro 47,2%, ma questo dipende anche da un'annata favorevole all'idroelettrico. Senza idroelettrico, la crescita italiana sarebbe molto più debole. Il divario emerge nel confronto sulle rinnovabili non idroelettriche: nel 2025 l'Italia è al 32% della produzione elettrica nazionale, lontana da Danimarca, Germania, Olanda, Portogallo e Spagna.
Il ritardo è concentrato su solare ed eolico, cioè le due fonti che nel breve e medio periodo possono sostituire le fonti fossili con maggiore rapidità. Tra il 2019 e il 2025 l'Italia ha poco più che raddoppiato la potenza fotovoltaica installata, più 111%, mentre l'UE l'ha quasi triplicata, più 173%. Nello stesso periodo la Spagna è cresciuta del 372%, aggiungendo 54 GWe, più di tutto l'installato italiano; la Francia del 249%, la Germania del 140%, l'Olanda del 168%. Sull'eolico il quadro non cambia: tra 2019 e 2025 l'installato italiano è cresciuto del 28%, contro una media europea del 48%. L'Italia ha 13,6 GWe, quasi quanto l'Olanda, ma meno della metà di Francia e Spagna e meno di un quinto della Germania.
Dipendenza geopolitica
Il ritardo delle rinnovabili non è solo un problema climatico. È un problema di sicurezza nazionale, prezzi, industria e autonomia strategica. Il rapporto collega la lentezza della transizione al nuovo disordine geopolitico. L'Europa resta esposta alle importazioni energetiche, ma l'Italia lo è molto di più. Nel 2025 la dipendenza italiana dai combustibili fossili è registrata al 74%, con forniture distribuite tra Nord Africa, ex repubbliche sovietiche, Golfo e Stati Uniti. In un contesto segnato dalla guerra russo-ucraina, dalla guerra in Iran e dal rischio di crisi nei passaggi strategici del petrolio e del gas, mantenere un sistema energetico fossile significa scegliere d'essere strutturalmente vulnerabili. E qui economia circolare e decarbonizzazione tornano a incontrarsi. Un Paese che riduce la dipendenza dalle materie prime vergini, ma non riduce quella da gas e petrolio, resta a metà del guado. Riduce una parte della vulnerabilità industriale, ma conserva quella energetica. È come un podista che si lega una gamba da solo prima di una gara.
La conclusione è semplice: l'Italia non può più permettersi una transizione ecologica a due velocità. Non può essere avanzata nel riciclo e arretrata nelle rinnovabili. Non può usare l'economia circolare come alibi per non affrontare la decarbonizzazione. Non può considerare la gestione dei rifiuti un successo sufficiente mentre accumula ritardi su energia, edifici, industria e mobilità.
L'economia circolare è una parte della decarbonizzazione, non il suo sostituto. È una condizione necessaria, non una copertura. Se l'Italia saprà unire materie seconde, efficienza energetica, elettrificazione, rinnovabili e innovazione industriale, il suo vantaggio storico potrà diventare una politica di successo, mentre se invece continuerà a separare questi piani, il rischio è quello conservare alcune eccellenze sulla carta mentre il sistema produttivo ed energetico perde posizioni. Ed è ciò che vediamo accadere oggi.