Milano, 8 giugno 2026 - 14:47

Transizione sequestrata

(Sergio Ferraris*)

L’élite energetica italiana ha blindato, in negativo, il cambiamento legato alla transizione energetica

Da anni ci raccontiamo che il problema della transizione energetica italiana sia tecnico, ossia che i permessi troppo lenti, i comitati locali, i vincoli paesaggistici, le aste deserte, il tutto condito con quale “politica” in retroguardia, siano la radice del problema. Una diagnosi comoda, perché sposta l’attenzione sul livello amministrativo e lascia intatta una domanda politica di fondo che pochi si pongono: chi decide davvero il ritmo e la direzione del cambiamento? Se di cambiamento si tratta.

La risposta che arriva dallo studio pubblicato su “Polis. Ricerche e studi su società e politica in Italia” (Arrigoni e Lizzi, 2026) è netta, quasi brutale, nella sua semplicità. Da oltre vent’anni il cuore del sistema energetico italiano è in mano a un’élite ristretta e solida, molto solida, di grandi imprese e manager che si passano il testimone ai vertici delle utility, delle partecipate pubbliche e delle società energetiche. Le tecnologie cambiano, i piani industriali si “colorano di verde”, il lessico energetico si riempie di “Net Zero”, “neutralità climatica” e altro, ma le persone che contano, no. Rimangono sempre le stesse. Questa “doppia incumbency”, ossia la posizione di vantaggio strutturale di un soggetto già insediato, delle aziende e delle biografie, è quella che spiega, a mio giudizio, perché la transizione energetica italiana procede lentamente e per piccoli aggiustamenti invece di andare spedita, con i salti tecnologici, politici e di mercato. Gli incumbent, infatti, accettano le rinnovabili solo a condizione che non mettano a rischio il valore degli asset fossili, e i manager che li guidano non hanno alcun incentivo a cambiare un equilibrio che garantisce loro potere, status e continuità di carriera.

 

Per essere più chiari è necessario capire che da un lato ci sono gli incumbent industriali, che sono un gruppo di grandi utility e società dell’energia che controllano reti, infrastrutture critiche, monopoli regolati, filiere del gas e dell’elettricità. E che non sono semplici operatori, ma sono il sistema. Dall’altro lato ci sono gli incumbent personali, ossia una “dozzina” di top manager che da oltre vent’anni ruotano ai livelli dirigenziali alti di queste stesse società, spesso nominati direttamente dai governi, con solide reti nella finanza, nell’accademia e nell’amministrazione pubblica. Quando cambiano le sigle sulle porte, quasi sempre non cambiano le persone. Questa doppia incumbency – delle aziende e delle persone – produce una rendita di posizione moltiplicata, nella quale le imprese difendono i propri asset e il proprio perimetro regolatorio, mentre i manager difendono carriere, network e influenza. E in questo quadro la transizione energetica è accettata solo nella misura in cui non mette davvero in discussione nessuna delle due cose.

Tutto ciò negli ultimi quindici anni ha cambiato la narrazione. Le stesse aziende che nel decennio post-crisi del 2007 hanno lavorato per frenare gli incentivi alle rinnovabili, oggi si presentano come “campioni” della decarbonizzazione, sventolano piani Net Zero, annunciano megawatt se non gigawatt di capacità rinnovabile, sostengono semplificazioni e corsie preferenziali per i processi autorizzativi. Ma la domanda da farsi non è “se” investono nelle rinnovabili, bensì “come” e “quanto” questi investimenti alterano davvero gli equilibri di potere preesistenti. Finché la nuova capacità rinnovabile è un’estensione del portafoglio degli stessi soggetti che controllano gasdotti, stoccaggi, centrali a ciclo combinato e, spesso, le stesse reti che dovrebbero accogliere la generazione diffusa, la transizione energetica resta a geometria controllata. Un tranquillo giocattolo da esibire senza creare problemi strutturali al sistema fossile.

Le rinnovabili diventano così un segmento aggiuntivo di business, non l’innesco di una trasformazione del modello energetico. Il gas naturale fossile resta “combustibile di transizione” indefinitamente, la cattura della CO₂ promette, chissà quando e a che prezzi, di sterilizzare il rischio climatico senza toccare gli asset, i biocarburanti consentono di prolungare la vita del parco esistente. Tradotto: in Italia stiamo scrivendo il manuale della conservazione energetica travestita da innovazione.

 

Politica inesistente

In questo quadro la politica dovrebbe, il condizionale è d’obbligo, essere il contrappeso a tutto ciò, ossia fissare la direzione, correggere le esternalità, ampliare il numero degli attori in gioco. Ma in pratica, nel caso italiano, la politica gioca un ruolo di complicità e di sponda in tutto ciò, diventando parte integrante della conservazione energetica. Lo Stato azionista garantisce che le grandi partecipate restino “too central to fail” nel disegno energetico del Paese. Con le nomine governative ai vertici delle utility che sono il principale strumento di influenza, ma funzionano anche come assicurazione reciproca. La politica affida l’esecuzione della transizione ai soliti dirigenti, fidati, prevedibili, perfettamente integrati nei circuiti decisionali, e in cambio si garantisce una narrazione rassicurante di “realismo” e “gradualismo”. E in questo patto implicito, i soggetti che chiedono un cambio di paradigma, comunità energetiche realmente autonome, operatori di piccola scala, territori che rivendicano un ruolo nella governance, attori civici, sono e restano marginali o vengono cooptati in schemi già scritti.

Costo democratico

La doppia incumbency non è solo un problema di efficienza energetica e climatica, ma è anche e soprattutto un problema democratico. Quando il baricentro delle decisioni su infrastrutture strategiche, mix energetico, allocazione di risorse pubbliche e private si concentra in poche aziende e poche biografie, il perimetro delle opzioni realmente discusse si restringe. Non è un caso se il dibattito pubblico sull’energia oscilla di continuo dentro una cornice ristretta fatta da quanto gas, quale gas, quali tecnologie di cattura, quale quota “ragionevole” di rinnovabili utility-scale. La possibilità di ridisegnare il sistema energetico, redistribuendo potere, proprietà, governance, non arriva mai ai tavoli che contano con delle vere alternative alla traiettoria dominante, fossile e ora nucleare, che è sempre presentata come naïf, radicale, non sufficiente, quando addirittura “non responsabile”. Una transizione guidata da chi ha costruito e monetizzato il sistema fossile può produrre, forse, efficienza, innovazione tecnologica, nuovi prodotti finanziari, ma difficilmente produrrà quella discontinuità sociale e politica, ossia il cosiddetto cambio di paradigma, senza il quale la decarbonizzazione sarà lenta, regressiva e vulnerabile a ogni cambio di ciclo economico o politico. Esattamente come sta accadendo.

 

Atomo di continuità

Nel discorso italiano sul nucleare, inoltre, la doppia incumbency è un filtro potente e invisibile. Le grandi utility e le stesse élite manageriali che hanno costruito il sistema centrato su fossili e grandi impianti vedono nel ritorno del nucleare non solo una tecnologia, ma un modo per mantenere intatto l’assetto di potere con pochi siti, grandi investimenti intensivi a livello di capitali, governance centralizzata, un forte ruolo dello Stato e delle stesse imprese incumbent. In questo schema, il nucleare, soprattutto nella versione SMR scelta da politici e decisori energetici, l’alternativa “ordinata” e “docile” alla diffusione di migliaia di piccoli produttori rinnovabili e comunità energetiche che sposterebbero davvero la proprietà e il controllo delle infrastrutture. Per le élite energetiche, la promessa del nucleare è duplice. Da un lato consente di proiettare l’immagine di una transizione “seria” e “high tech” senza dover accettare la frammentazione del potere che comporta un sistema fondato su rinnovabili, storage diffuso e reti intelligenti; dall’altro sposta il conflitto su un terreno che conoscono bene, come quello di grandi opere, iter autorizzativi lunghi, accordi internazionali, finanza di progetto, dove il vantaggio informativo e relazionale degli incumbent è massimo. Così il nucleare funziona come un ottimo strumento retorico e politico per rinviare “scelte scomode” sulle rinnovabili e per blindare il ruolo delle stesse élite.

 

Donne ai margini

In questo quadro, la marginalità delle donne non è un dettaglio statistico, ma un pezzo essenziale della struttura di potere. Su 64 top manager considerati dallo studio 56 sono uomini, e le poche donne sono confinate quasi esclusivamente nelle presidenze, non nei ruoli esecutivi in cui si prendono le decisioni operative su investimenti, strategie e politiche. La “magnifica dozzina” che attraversa due fasi cruciali della transizione è praticamente tutta maschile, con una sola eccezione femminile. Tutto ciò non solo riduce la pluralità di sguardi nei vertici, ma è il segno che la riproduzione dell’élite energetica italiana avviene tutta all’interno di un circuito chiuso di uomini del Nord, con carriere simili, reti simili e una cultura manageriale omogenea. In un sistema che già soffre di doppia incumbency, l’esclusione di fatto delle donne dai centri di comando rafforza ulteriormente la tendenza alla stasi, perché limita l’ingresso di profili realmente “altri” per percorso, sensibilità e priorità politiche. 

La posta in gioco, quindi, non è più “quanti gigawatt di rinnovabili all’anno”, ma chi controlla le infrastrutture, le nomine, le regole che trasformano quei gigawatt in potere economico e politico. Possiamo continuare a misurare la transizione in termini di megawatt installati e tonnellate di CO₂ evitate, facendo finta che il problema finisca lì. Oppure possiamo dire apertamente che un sistema in cui otto aziende e una manciata di manager decidono nei fatti il futuro energetico del paese non è solo inefficiente sul piano climatico, ma è anche e soprattutto povero sul piano democratico. Fino a quando non toccheremo concretamente questa doppia rendita di posizione, dell’industria e delle sue élite, continueremo a chiamare transizione quello che, nei fatti, è soprattutto un lento adattamento del vecchio sistema a un mondo che cambia rapidamente. Rimanendo indietro.