La fiaba nucleare
Al nucleare, oggi, si concede il futuro; alle rinnovabili si rinfaccia il presente.
È questa la sproporzione che attraversa gran parte della narrazione comunicativa pubblica sul ritorno dell’energia atomica. Una comunicazione che vorrebbe presentarsi come informativa ma che molto spesso assomiglia di più a una campagna promozionale che assomiglia molto al marketing. Centrali di terza generazione, avanzate o ancora meglio “plus” e piccoli reattori modulari, gli SMR, sono raccontati come se fossero una realtà industriale matura, sicura, conveniente, mentre i nodi rimasti insoluti del nucleare sono spinti ai margini del discorso, se non addirittura rimossi, giudicandoli con molta superficialità come risolti, risolvibili, se non inesistenti. E così questioni assai problematiche vengono derubricate a semplici opinioni.
La prima questione, in Italia, sono le scorie. Si parla, infatti, di “nucleare del futuro”, ma il Paese non ha ancora deciso dove collocare in modo “definitivo” – il deposito progettato da Sogin è quello “temporaneo” per i prossimi tre secoli, mentre su quello definitivo si tace – i rifiuti radioattivi del nucleare passato, e futuro, né quelli di origine medicale e di ricerca. Il deposito nazionale è una procedura aperta, controversa, attraversata da conflitti territoriali, eppure nella narrazione filonucleare la questione compare, quando compare, come un dettaglio quasi burocratico, un passaggio già risolto dalla tecnica e dalla buona volontà degli ingegneri. Come se il sito nucleare di Saluggia, in Piemonte – dove è stoccato oltre l’80% delle barre di combustibile italiano e la gran parte della radioattività dei nostri rifiuti nucleari – non esistesse. Eppure si tratta di serbatoi costruiti negli anni Sessanta, a una trentina di metri dalla Dora Baltea e sopra la falda del Monferrato, in un’area più volte minacciata dalle alluvioni.
Atomo circolare
C’è poi una formula magica che torna spesso, appena qualcuno osa ricordare che le scorie radioattive sono pericolose per tempi che nessuna democrazia sa governare. “I reattori che bruciano i rifiuti” è il nuovo slogan del nucleare sostenibile che con enfasi si fa promotore della nuova “economia circolare dell’atomo”, uno scenario nel quale diversi tipi di reattori, come quelli veloci autofertilizzanti, usano una parte del combustibile esausto dei reattori classici, riducendone la massa e accorciandone la vita radiotossica. Sulla carta è un’idea affascinante, quella di trasformare il simbolo stesso del problema – il rifiuto che non sappiamo dove mettere – in materia prima energetica. Ma, per ora, la maggior parte di questi sistemi vive nei programmi di ricerca, nei rendering, nelle infografiche, esistono prototipi, non filiere, esperimenti, non soluzioni industriali operative su scala industriale.
Piccolo particolare che i nuclearisti nostrani, guarda caso, non ricordano è il fatto che l’idea dei reattori che usano gli scarti di altri reattori non è affatto una novità. Il caso più celebre è stato il Superphénix da 1,2 GWe, il grande reattore veloce autofertilizzante francese di Creys‑Malville, pensato proprio dentro quella visione del nucleare che avrebbe dovuto “chiudere il ciclo”. Anche allora. E parliamo di oltre quaranta anni fa, il sogno era ambizioso, ossia meno dipendenza dall’uranio, più efficienza nell’uso del combustibile, con la prospettiva di ridurre le scorie con il loro riutilizzo. La realtà fu molto meno gloriosa del sogno. Superphénix fu segnato da problemi tecnici ripetuti, soprattutto nel sistema di raffreddamento a sodio liquido, da lunghi periodi di fermo e da costi enormi, e funzionò solo in modo discontinuo, fino alla chiusura anticipata, lasciando in eredità un decommissioning lungo, delicato e costoso e ben poca elettricità prodotta. È un precedente scomodo che pesa ancora oggi, perché ricorda una cosa semplice, ossia che la promessa di reattori capaci di “mangiare le scorie” accompagna il nucleare da decenni, ma tra l’eleganza teorica del progetto e la sua tenuta industriale reale c’è un abisso. Quindi, meglio soprassedere su tutto ciò.
Atomo (in)sicuro
Stesso discorso vale per il tema della sicurezza. Le statistiche sono spesso tradotte in slogan tranquillizzanti, come se una curva di rischio bastasse a chiudere una discussione che riguarda anche la durata dei pericoli, la vulnerabilità dei territori, la memoria collettiva di Chernobyl e Fukushima. E spesso si invoca l’eccesso di sicurezza per giustificare gli alti costi dei grandi reattori EPR, che sarebbero concepiti con una ridondanza di sicurezza eccessiva. E se viene citato spesso il fatto che a Fukushima non ci siano stati morti per radiazioni, si sorvola sui costi altissimi per il decommissioning dei tre reattori e soprattutto sul fatto che quindici anni dopo l’incidente causato da uno tsunami, un’area grande quanto un quarto del comune di Roma, resta soggetta a divieti a e forti limitazioni e decine di migliaia di persone non sono ancora potute rientrare stabilmente nelle loro case.
Il massimo lo si raggiunge qualche giorno fa con un post su Facebook postato nella pagina “Nucleare? Si grazie”, nel quale si tessono le lodi, per le magnifiche sorti progressiste del nucleare, visto che è stata sostituita la testata superiore del reattore di Flamanville 3, su ordine dell’Autorità per la sicurezza nucleare francese (ASNR). In pratica Flamanville 3, che è stato collegato alla rete a fine 2024, dopo 17 anni di cantiere e circa 12 anni di ritardo, è talmente “nuovo” che deve già mettere in conto, dopo pochi anni di esercizio, la sostituzione del coperchio del vessel da quasi cento tonnellate e quasi sei metri di diametro, per rimediare a un difetto di acciaio individuato prima ancora dell’avvio definitivo. Ma tutto ciò viene spacciato come un primato tecnologico positivo della filiera nucleare, anche perché non si citano, guarda caso, tempi e costi. I tempi di fermo del reattore dovrebbero essere, secondo EDF, di circa un anno, mentre i costi dell’operazione non sono stati comunicati. Possiamo però tracciare come si siano alzati i costi di questo singolo reattore nel tempo: dai 3,3 miliardi di euro stimati nel 2005 si è passati agli 8,5 miliardi nel 2012, ai 10,5 miliardi nel 2017, fino ai 12,7 miliardi comunicati da EDF nel 2022, con la Corte dei Conti francese che, includendo gli oneri finanziari, è arrivata nello stesso anno a circa 19 miliardi di euro, includendo però l’anno dopo anche gli interessi, per un costo complessivo di 23,7 miliardi di euro per un’entrata in servizio nel 2023. Cifra che con ogni probabilità include anche la sostituzione del coperchio del vessel che, detto per inciso, è uno dei componenti più critici di un reattore nucleare: è un blocco d’acciaio attraversato da oltre un centinaio di aperture verso l’esterno, che ospitano i meccanismi delle barre di controllo e la strumentazione di misura che governa l’operatività del reattore. Il post lo trovate qui.