La Gioconda, le pale eoliche e il reattore
L'ambientalismo anti-rinnovabile consegna l'energia ai monopoli di sempre «Brucereste la Gioconda per produrre energia?».
È questa la tesi che ha incendiato il confronto tra una parte del fronte ambientalista ostile alla diffusione di eolico e fotovoltaico e le grandi associazioni che, pur chiedendo regole e pianificazione, difendono la necessità di accelerare la transizione, con tutte le fonti rinnovabili. Nessuna esclusa.
Ma il punto vero non è la trovata retorica. Il punto è che dietro la disputa sul paesaggio si sta giocando una partita molto più concreta, ossia quella di chi controllerà l'energia italiana nei prossimi decenni, con quali tecnologie e soprattutto con quale distribuzione del potere economico. La lettera aperta di Stefano Allavena e di altri 40 firmatari, alla quale Greenpeace, Legambiente e WWF hanno risposto con un comunicato congiunto del 17 giugno 2026, è una sorta di chiamata alla difesa del paesaggio contro l'espansione di eolico e fotovoltaico che sposta il baricentro di una parte del mondo ambientalista dalla crisi climatica alla sola percezione estetica degli impianti. Pale e pannelli diventano il simbolo di un'aggressione visiva, mentre scompaiono quasi del tutto dal campo di osservazione il peso delle fonti fossili, la sicurezza energetica e la necessità di ridurre le emissioni. Greenpeace, Legambiente e WWF contestano in modo netto l'idea di essere disponibili ad accettare “qualsiasi progetto”, come è scritto nella lettera di Allavena, e sostengono che il problema non possa essere affrontato contrapponendo astrattamente bellezza e transizione. Le tre organizzazioni sostengono che la priorità sia impedire che l'inazione climatica renda più fragili “i paesaggi, gli ecosistemi, le economie locali, la salute delle persone” e rivendicano il proprio impegno per liberare il Paese “dalla dittatura delle fossili”, pianificando le rinnovabili, scegliendo le aree giuste, correggendo gli errori e fermando i progetti sbagliati, ma senza trasformare la tutela in paralisi. In questo schema, il paesaggio non viene negato, ma viene rimesso all'interno della crisi climatica, e non al di fuori da essa.
I no sistemici
Amici della Terra in questo quadro insiste sulla critica alla mancata pianificazione delle rinnovabili e sostiene che i ritardi regolatori favoriscono una crescita disordinata degli impianti. Nell'Astrolabio, rivista dell'associazione, si legge che le Regioni avrebbero dovuto individuare le Zone di accelerazione e che la pianificazione continua ad arrivare in ritardo rispetto alla pressione autorizzativa. Si tratta di un'obiezione reale, ma che rischia di produrre un effetto diverso da quello dichiarato. Se la pianificazione diventa soprattutto argomento per rinviare, sospendere o svuotare l'espansione delle rinnovabili, si arriva con grande facilità alla negazione sistemica delle fonti rinnovabili. Cosa che succede nei fatti con una serie di scelte prese da Amici della Terra. L'associazione, infatti, è apertamente per il nucleare: è “indispensabile per qualsiasi scenario di decarbonizzazione realistico e sostenibile”, come afferma nel comunicato stampa diffuso dopo l'audizione alla Camera del 3 febbraio 2026, e lo ribadisce nella memoria presentata in Parlamento. Nella stessa presa di posizione l'associazione richiama tre argomenti principali, che sono la stabilità della rete con quote crescenti di rinnovabili intermittenti, l'elevata densità energetica del nucleare e il minore consumo di suolo rispetto a eolico e fotovoltaico a terra. Amici della Terra aggiunge che l'Italia importa strutturalmente elettricità prodotta in larga parte dal nucleare francese e quantifica queste importazioni in circa il 15% dei consumi elettrici, pari in media a 43,7 TWh annui negli ultimi vent'anni.
Insomma, Amici della Terra fa propria tutta la retorica filonucleare possibile, senza alcuna critica a questa fonte d'energia. E se aggiungiamo il fatto che l'associazione chiede un'Autorità indipendente per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, una netta separazione tra regolatore e soggetti con funzioni di promozione industriale e un più ampio accesso del settore nucleare agli strumenti di sostegno pubblico nazionali ed europei, ecco che si arriva non a un'apertura teorica, ma a una vera proposta politica di rientro del nucleare nel mix energetico italiano.
E se questi sono i presupposti, ecco che il discorso si sposta dal piano tecnico a quello politico. Se per evitare pale e grandi campi fotovoltaici si propone una tecnologia che richiede grandi impianti, enormi investimenti iniziali, filiere industriali complesse, regolazione centralizzata e tempi lunghi di sviluppo, allora non si sta solo scegliendo una fonte, ma si sta scegliendo un modello di sistema. E guarda caso si tratta del modello attuale e dominante da decenni che vorrebbe vedere le rinnovabili nel ruolo di fonti comprimarie, conservando gli oligopoli attuali. Il nucleare, infatti, per come viene presentato da Amici della Terra, è l'emblema di un'energia concentrata, ad alta densità, con pochi nodi produttivi, una forte dipendenza da grandi soggetti industriali e istituzionali. Uno schema che è la negazione stessa delle fonti rinnovabili, ma non solo. La convergenza tra critica alle rinnovabili e sostegno al nucleare ha come conseguenza precisa quella di spingere la transizione energetica verso un assetto centralizzato che sposta il controllo da parte delle comunità e dagli attori diffusi a pochi soggetti industriali e finanziari.
Modelli contrapposti
La questione decisiva oggi, infatti, non è soltanto quanta energia produrre, ma chi la produce e chi ne incassa il valore. Un sistema fondato su generazione distribuita, autoconsumo, comunità energetiche, piccoli, medi impianti e anche grandi impianti rinnovabili, con reti intelligenti, tende ad allargare la platea dei soggetti coinvolti e a lasciare una parte maggiore della rendita nei territori; un sistema fondato su poche grandi centrali fa l'opposto. L'opzione nucleare sostenuta da Amici della Terra si colloca chiaramente nel secondo campo, visto che per sua natura richiede operatori di grandi dimensioni, forte capacità finanziaria, relazioni strette con lo Stato, catene industriali internazionali e una governance fortemente accentrata. Con un paradosso. La critica ai presunti “speculatori” delle rinnovabili produce il trasferimento del baricentro energetico verso attori ancora più grandi, più opachi e più difficili da controllare democraticamente. Se infatti la transizione viene sottratta alla dimensione diffusa delle rinnovabili e affidata soprattutto alle centrali nucleari – comprese quelle piccole che poi tanto piccole non sono – i veri vincitori saranno inevitabilmente i grandi gruppi internazionali dell'energia, della finanza e dell'ingegneria. Con cittadini, comunità e territori nuovamente ridotti a terminali passivi di decisioni prese altrove. Ed è significativo il fatto che a prendere una tale decisione sia un'associazione che si dice ambientalista. Se davvero si vuole difendere il paesaggio italiano, forse la prima cosa da evitare è quella di consegnare il futuro dell'energia a chi vede nella centralizzazione non un problema, ma la soluzione.