Guerra all'ETS
Con la sua opposizione al sistema di scambio delle emissioni, l'Italia rischia di perdere sviluppo e mercati
L'Italia sta combattendo una guerra inutile e sbagliata. Mentre Spagna e Cina usano la transizione energetica per abbassare i costi, conquistare tecnologie e costruire nuove filiere industriali, Roma continua a presentare l'ETS come il nemico principale da fermare. Costi quello che costi. È una linea che può, forse, produrre un piccolo sollievo politico immediato, ma che rischia di privare il Paese della capacità di incidere proprio nei settori che decideranno la competitività dei prossimi decenni.
La riforma dell'ETS, proposta la scorsa settimana dalla Commissione europea, ha offerto all'Italia un nuovo terreno di scontro: quello, ormai abituale, tra industria e clima. Ma il punto decisivo non è se Bruxelles stia concedendo troppo o troppo poco – a questo proposito, la riforma pare scontentare sia imprese sia ambientalisti – agli impianti energivori. Il punto è che la reazione italiana conferma una scelta politica precisa, ossia concentrare il conflitto sul prezzo della CO2 invece che sulla costruzione di una politica industriale capace di competere nelle filiere della transizione energetica.
Da mesi il governo e Confindustria insistono sulla stessa linea. L'ETS sarebbe un meccanismo sbilanciato, incapace di produrre benefici e soprattutto responsabile di un grave danno competitivo per il sistema produttivo italiano ed europeo. Le richieste sono nette: sospensione del sistema, rallentamento della riduzione delle quote gratuite, parametri di riferimento meno severi e contenimento della volatilità del prezzo della CO2. Insomma, se non si chiede l'abolizione dell'ETS, poco ci manca. Una posizione politicamente di breve periodo, ma industrialmente miope nel medio e lungo termine, perché concentra tutta la forza negoziale sul contenimento dei costi del vecchio modello energetico invece che sulla costruzione di uno nuovo. Il problema, infatti, non è soltanto che questa linea indebolisce l'ambizione climatica europea, come denunciano WWF, Legambiente e altre associazioni ambientaliste. Il problema è che trascina l'Italia in un assetto difensivo che rischia di farle perdere interi segmenti produttivi non per colpa del prezzo dell'ETS, ma per l'incapacità di agganciare le filiere industriali del green che stanno già ridisegnando la geografia della competitività globale.
Settori in pericolo
L'elenco dei settori a rischio è tutt'altro che marginale. Il primo è l'automotive. Se da un lato l'Italia resta forte nella componentistica auto, che continua a rappresentare un pezzo rilevante della manifattura avanzata nazionale, ma è legata ai fossili e quindi al motore endotermico, dall'altro la transizione verso l'elettrico sta già spostando il baricentro industriale su batterie, software, infrastrutture di ricarica e nuovi sistemi di trazione. Secondo Transport & Environment, oltre trenta stabilimenti europei e circa 50.000 posti di lavoro sono a rischio se l'Unione ridimensiona gli obiettivi sull'auto elettrica, e per un Paese come il nostro, che ha una filiera di fornitura robusta, opporsi alla transizione significa esporsi a una perdita di posizionamento lungo tutta la catena del valore. Tradotto: crisi e chiusure.
Subito dopo vengono le tecnologie per le rinnovabili e per l'elettrificazione, con moduli e componenti fotovoltaici, eolico, batterie, elettrolizzatori, pompe di calore, reti, accumuli ed efficienza energetica. La filiera italiana delle tecnologie rinnovabili esiste già in parte, nonostante l'aggressività commerciale cinese, ma secondo vari studi la partita si decide ora, perché il mercato globale delle principali tecnologie a basse emissioni è destinato a crescere rapidamente entro il 2030, e la Cina domina già in quasi tutte le catene strategiche. Se l'Italia non trasforma il proprio potenziale manifatturiero industriale nei settori del green, rischia di arretrare non solo nell'auto, ma anche nella meccanica specializzata, nella componentistica elettrica, nella chimica dei materiali, nella siderurgia innovativa e nelle tecnologie per edifici ed energia.
Penisola rinnovabile: la Spagna
La posizione della Spagna, dentro l'Unione Europea, è il caso più istruttivo. Madrid non nega che la transizione presenti costi e tensioni, ma rifiuta l'idea che la risposta sia smontare il mercato del carbonio. Al contrario, difende l'ETS come strumento da correggere senza neutralizzarlo, perché considera la decarbonizzazione una leva di competitività di lungo periodo, e non un "lusso ideologico" da sacrificare nei momenti di pressione economica. A questa posizione politica corrispondono numeri concreti. Il nuovo piano energia-clima spagnolo punta a portare le rinnovabili all'81% della generazione elettrica e al 48% dei consumi finali entro il 2030, mobilitando circa 308 miliardi di euro di investimenti e stimando un aumento del PIL del 3,2%, insieme a centinaia di migliaia di posti di lavoro aggiuntivi. Sul terreno industriale, la Spagna dispone già di 29,5 GW di solare utility scale in esercizio, 7,8 GW in costruzione e oltre 100 GW nelle prime fasi di sviluppo, un volume che la colloca al vertice europeo e che crea le condizioni per filiere di componentistica, reti, accumulo, servizi e competenze tecniche. Il classico "zoccolo duro" del mercato interno. In altre parole, Madrid usa il clima come politica industriale. Non discute soltanto come attenuare il costo della transizione, ma di come trasformarlo in vantaggio strategico. Diverse analisi di McKinsey, Deloitte ed EY descrivono la Spagna come un potenziale nuovo motore energetico e industriale dell'Europa, a condizione che sappia consolidare settori, innovazione e capacità manifatturiera attorno alle rinnovabili.
Penisola fossile: l'Italia
Il BelPaese, invece, si muove in direzione opposta. Il dibattito pubblico si concentra quasi esclusivamente sulla "tassa ETS", sulle bollette, sui settori energivori da proteggere e sui costi immediati da compensare. Sono tutti temi reali, certo. Tuttavia, nel momento in cui diventano l'unico orizzonte della politica industriale producono un effetto preciso, ossia spingono il Paese a difendere l'esistente, fossile, mentre altri investono nel sostituirlo.
È qui che entra in scena la Cina, vero convitato di pietra di tutta la discussione europea. Pechino ha compreso da tempo che la transizione energetica non è solo una questione ambientale, ma la principale piattaforma per la leadership industriale del XXI secolo. Su solare, eolico, batterie, veicoli elettrici, terre rare, pompe di calore e idrogeno, la Cina ha costruito il proprio vantaggio combinando investimenti pubblici, scala produttiva, politica commerciale e controllo delle catene del valore. E solo gli stolti possono confondere politiche industriali di lungo periodo, spesso con programmazioni decennali, con concetti quali il dumping. Ragionare così significa voler non vedere cosa sta accadendo sotto al profilo dell'innovazione. Il risultato è che oggi il green non è per Pechino un costo da subire, ma uno strumento per conquistare mercati, orientare standard tecnologici e rafforzare il proprio peso geopolitico.
Ed è questo il punto che il dibattito italiano continua a rimuovere. Se la Cina cresce proprio mentre accelera la transizione, il problema europeo non è avere troppa ambizione climatica, ma averne troppo poca sul piano industriale. E se la Spagna riesce a usare rinnovabili ed elettrificazione per costruire una base produttiva più robusta, l'argomento secondo cui clima e competitività sarebbero necessariamente in conflitto si rivela profondamente errato.
Da questa prospettiva anche il conflitto sull'ETS appare sotto una luce diversa. Le imprese italiane hanno ragione a denunciare i rischi di una transizione mal governata, specie in un contesto di energia cara, catene del valore fragili e concorrenza internazionale aggressiva, ma trasformare l'ETS nel nemico principale significa concentrare il fuoco sul sintomo e non sulla malattia. La vera fragilità italiana non sta nel prezzo della CO2: sta nella debolezza degli investimenti, nella lentezza autorizzativa, nella carenza di una politica industriale coerente con la transizione, nella difficoltà di trasformare il potenziale delle rinnovabili in catene produttive nazionali ed europee.
Per questo la posizione italiana rischia di essere non una difesa dell'industria, ma una sua precoce marginalizzazione. Ogni giorno speso a chiedere più quote gratuite è un mese sottratto alla costruzione di capacità industriale nelle rinnovabili e nelle reti. Per non parlare dell'obsoleta opzione nucleare.
L'"eccezione italiana", dunque, non consiste nel contestare Bruxelles. A ciò l'attuale Governo ci ha abituati. Consiste nel continuare a interpretare la transizione come una minaccia da sterilizzare, mentre altrove viene trattata come un terreno di sviluppo. In questo senso la contrapposizione tra industria e clima è un falso conflitto. Il vero conflitto è tra chi usa il clima per costruire capacità produttiva, innovazione e autonomia strategica e chi, per proteggere l'esistente, finisce per perdere il futuro.